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giovedì 11 settembre 2003

Sono tra noi... da secoli...

"E abbiamo bruciato e saccheggiato perché avevamo eletto la povertà a legge universale e avevamo il diritto di appropriarci delle ricchezze illegittime degli altri, e volevamo colpire al cuore la trama di avidità che si estendeva da parrocchia a parrocchia, ma non abbiamo mai saccheggiato per possedere, né ucciso per saccheggiare, uccidevamo per punire, per purificare gli impuri attraverso il sangue, forse eravamo presi da un desiderio smodato di giustizia, si pecca anche per eccesso d'amor di Dio, per sovrabbondanza di perfezione, noi eravamo la vera congregazione spirituale inviata dal Signore e riservata alla gloria degli ultimi tempi, cercavamo il nostro premio in paradiso anticipando i tempi della vostra distruzione, noi soli eravamo gli apostoli di Cristo, tutti gli altri avevano tradito, e Gherardo Segalelli era stato una pianta divina, planta Dei pullulans in radice fidei, la nostra regola ci veniva direttamente da Dio, non da voi cani dannati, predicatori bugiardi che spargete intorno l'odore dello zolfo e non quello dell'incenso, cani vili, carogne putride, corvi, servi della (bip) di Avignone, promessi che siete alla perdizione! Allora io credevo, e anche il nostro corpo si era redento, ed eravamo la spada del Signore, bisognava pure uccidere degli innocenti per potervi uccidere tutti al più presto. Noi volevamo un mondo migliore, di pace e gentilezza, e la felicità per tutti, noi volevamo uccidere la guerra che voi portavate con la vostra avidità, perché ci rimproverate se per stabilire la giustizia e la felicità abbiamo dovuto versare un pò di sangue... è... è che non ce ne voleva molto, per fare presto, e valeva la pena di fare rossa tutta l'acqua del Carnasco, quel giorno a Stavello, era anche sangue nostro, non ci risparmiavamo, sangue nostro e sangue vostro, tanto tanto, subito subito, i tempi della profezia di Dolcino erano stretti, bisognava affrettare il corso degli eventi..."

(Remigio da Varagine, cellario, al processo inquisitorio istituito da Bernardo Gui nel monastero in cui si svolge la vicenda de Il nome della rosa, pagg.387-388 - Umberto Eco)

Il mondo sembra che sia sempre stato diviso tra coloro che odiano e coloro che sono odiati (questi, a loro volta, sembrano odiare); il mondo ha sempre avuto gente che soffre, ma questa gente non ha sempre avuto il desiderio di uccidere e far soffrire altri; il mondo ha sempre avuto gente che ha lottato per la libertà dalla tirannia, da leggi ingiuste, dalla povertà e la storia ha ricordato (tranne rari casi) solo gli assassini, coloro che hanno versato sangue in nome degli ideali (ma alla fin fine i veri promotori agivano per puro e semplice interesse).
Da sempre coloro che si sentono derelitti, isolati, dimenticati dal mondo, e che decidono di ribellarsi con le armi e la violenza, decidono che, nella loro azione di purga totale, non possono guardare in faccia a nessuno, non possono pensare che stanno sacrificando gente innocente, perché la cosa più importante è l'ideale che rappresentano: la sua vittoria vale il sacrificio della propria vita e di quella di chi non ha colpa.
C'è stata nel passato gente come Remigio, e c'è ancora: gli sforzi della società civile non devono, però, essere votati verso azioni di vendetta o di giustizia violenta, ma verso la comprensione delle motivazioni, verso un giudizio lucido e sereno e, soprattutto, è necessario ricordare tutti gli innocenti morti nella lotta, solo perché erano sulla strada di questi guerrieri.
Anche una sola persona è importante... anche una singola vita è preziosa e va difesa...

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