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sabato 13 marzo 2004

Il pianto infinito

Mettetevi a vostro agio.
Da dove vi trovate, probabilmente, avete visto tutto. Ormai saprete che gli ospedali non sono il nido della disperazione umana.
I vicoli di questa città, le ombre, le camere di interminabili torture, i campi di battaglia: tutti i luoghi dove le miserie umane e l'iniquità cercano di sfuggire la luce del giorno ora sono esposti alla vostra vista.
Dimmi anima cara, è vero che viviamo solo un sogno, un sogno fulmineo, e poi ce ne andiamo, per lasciare il posto ad altri? Altri a cui dovremmo lasciare un pò d'ordine.
Allora l'individuo non conta? Stiamo solo conservando i principi dell'umanità? I suoi tratti essenziali?
So che non potete rispondere a questa domanda. Ma siete comunque i benvenuti.
Entrate, unitevi al banchetto.
Unitevi a questa danza.

A giudicare dai segni che ti porti addosso, il tuo assalitore era un maschio. Lo conoscevi, o era un uomo delle ombre? Non avevi documenti. I tuoi abiti erano strappati, ma non sei stata violentata. Cosa avevi con te, per dover pagare con la tua vita?
Qualche spicciolo? Dei gioielli? In altre parole, niente.
Tipico.

E' ora di cominciare.
Mi accorgo immediatamente del carpo fratturato. I segni sul suo corpo pallido sembrano tracce su una mappa. La rendono così fragile.
Il carpo sembra fratturato da un corpo contundente, un tubo, o un bastone.
Il bastardo.
La clavicola è slogata. Dev'essere caduta a terra.
Lividi alla gola. La stava strangolando... o forse si è ferita per liberarsi dalla presa. In cerca d'aria. Di vita.
Mi accorgo che d'un tratto ha cominciato a sorridere per un breve istante, penso che stia cercando di alleviare il mio dolore, il mio rimorso nel vederla in questo stato.
Poi ricordo che si tratta dello stabilizzarsi del rigor mortis.
In bocca ha del sangue raggrumato. Sapeva di essere ad un passo dalla morte. I graffi e le escoriazioni sulle sue braccia e sui gomiti indicano che si è sforzata a tirarsi in piedi. Spero che gli abbia tirato un bel cazzotto in bocca.
A giudicare dalle nocche, è andata proprio così.
Brava, ragazza.

Aspetta. Fà vedere.

Beh, che mi venga un colpo.
Un frammento di denti del bastardo. Un biglietto da visita. Nome, indirizzo e codice genetico.
Ti ha incastrato. Ti ha incastrato, bastardo.

Mi resta un'ultima cosa da fare.
Hai permesso che condividessi la tua tragedia, mi hai concesso di frugare il tuo corpo in cerca di risposte, ora lasciami penetrare nella tua anima.
Mi serve il tuo nome.

La gente pensa che io sia un cavaliere, un combattente. E invece sono soltanto un'urna che contiene i ricordi di chi ci ha lasciato. Di chi non ha più un guscio in cui riporli. Penseranno che io gioisca delle mie vittorie; gli parrà che io non abbia mai perso uno scontro.

Ne ho persi parecchi.
Coloro cui non sono servito. Coloro che non ho salvato in tempo. Li porto nel profondo del mio essere. Li porto dentro di me profondamente.

- Scusatemi, qualcuno conosce questa donna?
- E' Chelsea. Viene spesso qui. Si siede sempre allo stesso posto, alla stessa ora, legge sempre lo stesso libro... um com'è che si intitola...? Lei, uh, sono un paio di giorni che... perché stai... Oh Dio. No. Povera ragazza.

Per fortuna non avevi digerito il tuo ultimo pasto. Sono ben pochi i posti in cui servono torta di mirtillo a quell'ora del mattino.
Dinanzi a te hai solo i tuoi pensieri e i tuoi sogni. Ora sei qualcuno. Significhi qualcosa.
Io ricorderò. Ora resterai dentro di me.

Per sempre.

(Ted McKeever, trad. di Claudio Bispuri, da Batman Bianco&Nero #1, ed. Play Press Publishing)

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