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mercoledì 18 giugno 2008

Il quinto figlio

Immagine di Il quinto figlio...Io mi sono chiesta: e se nel ventesimo secolo venisse al mondo un elfo, una creatura di un'altra epoca? Nella nostra società apparirebbe 'cattivo', portatore di male: ma in un contesto diverso non susciterebbe pregiudizi. Come reagiremmo se capitasse tra noi uno così? Noi siamo pigri, quando le cose sono un po' problematiche le nascondiamo sotto il tappeto. Questo libro l'ho scritto due volte. La prima versione era meno cruda, poi mi sono detta: "cara mia, stai barando. Se succedesse davvero, sarebbe molto peggio di così." E allora l'ho riscritto portandolo alle conseguenze estreme.
(Doris Lessing)

Questa descrizione mi ha decisamente sempre intrigato ed interessato, e soltanto per questo mi sono deciso ad acquistare il romanzo: in fondo gli elfi e il popolo magico mi ha sempre intrigato (sono un appassionato di fantasy e di Tolkien). Ciò che mi sarei aspettato era, nell'ordine: una favola, oscura finché si vuole, ma comunque una favola, o la storia di un bambino un po' timido, sommariamente spaesato, che finisce i suoi giorni nel modo peggiore possibile per un essere fondamentalmente ingenuo. Alla fin fine c'è qualcosa di quest'ultima visione nel romanzo, ma anche molto di più.
Una coppia di giovani ha un sogno: una famiglia numerosa con molti bambini e tante felici riunioni familiari. Qualcosa di normale, ma anche fondamentalmente strano visto i tempi che corrono: siamo negli anni Sessanta, quelli della rivoluzione culturale e di costume, e così una famiglia di questo genere sembra non solo anacronistica, ma addirittura strana e bislacca. I due ragazzi hanno 4 figli in rapida successione, tutti programmati, fino al 5.o, inatteso, a tratti non voluto da nessuno dei due. E il piccolo sembra percepirlo sin dal pancione della madre: scalcia come un demonio, sembra quasi voler uscire prima del tempo, forse intuendo la sua condizione di indesiderato (o quasi). E quando esce ha una vitalità fuori del normale, uno sguardo gelido e carico d'odio sin dai primi istanti, una carica di violenza incontenibile. La stessa madre, Harriett, pensa che il piccolo Ben, questo il suo nome, appartenga in realtà ad una razza più antica dell'umanità stessa, che ogni tanto viene partorito da una donna umana, pronto ad infestare nuovamente l'umanità con il suo odio e la sua violenza.
Alla fine, però, la lettura lascia, da una parte un po' di amaro in bocca, perché il 4.o figlio di Harriett e David, Paul, descritto come una figurina fragile e bisognosa di quell'affetto che, con il suo carisma nero, gli ha sottratto Ben, non viene approfondito bene, proprio come quel contr'altare tipicamente elfico di un essere ingenuo distrutto dalla società moderna; dall'altra, invece, è presente proprio una critica ai costumi della società britannica di quel tempo, ancora fondamentalmente e profondamente ipocrita, quasi come se Ben fosse la diretta conseguenza di quell'atmosfera, quasi come se fosse effettivamente il figlio che quella Gran Bretagna meritava.
Un bel romanzo su un tema che solo una donna poteva trattare, perché Harriett e la sua solitudine, nella sua scelta di far vivere il figlio, nel suo tentativo di renderlo un uomo civile, è forse il personaggio con cui ci si sente più vicini.

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