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sabato 27 ottobre 2012

La dottrina e l'invarianza di scala distopica

Lucca Comics&Games si avvicina e con essa anche la prima edizione di Lucca Comics&Science. Come nei tre precedenti fine settimana, anche per questo ecco una recensione pubblicata appositamente per avvicinarci all'evento. In questo caso la scienza non si trova all'interno del fumetto recensito ma viene utilizzata, in particolare la matematica e i concetti di frattali e invarianza di scala, per raccontare il fumetto stesso!
La recensione vi racconta di una serie di 4 volumi di cui il primo è uscito nel 2002 e l'ultimo nel 2010: una lunga attesa che è stata ripagata da quanto i due autori sono riusciti a realizzare.
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Se la letteratura vive di pochi macroingredienti fondamentali, usati e riusati per la costruzione di racconti e romanzi, quando si scende nella struttura fine delle opere, si iniziano a notare quelle differenze che innanzitutto conducono alle distinzioni per genere e poi a una selezione per originalità della lingua, del soggetto, della trama, dell'uso della tecnica narrativa.
Uno dei generi che più si presta a una classificazione rigida è quello delle distopie, sottogenere di quella grande famiglia che è la fantascienza. Una distopia è, infatti, semplice da identificare: il romanzo che tu lettore stai leggendo, rappresenta un mondo del futuro (prossimo o remoto) dove ogni cosa è sotto il controllo di una specifica categoria o di una casta e la libertà personale è limitata da una serie di controlli, giustificati con la necessità di fare il bene dei cittadini o della comunità. Nella quasi totalità dei casi l'opposizione alla distopia è inutile e i ribelli vengono inevitabilmente o uccisi o riassorbiti.
Una struttura del genere è dunque l'invariante del nostro discorso, quella caratteristica che non cambia da distopia a distopia. Questo macro controllo civile, poi, si ritrova nel momento in cui l'autore inizia a descrivere la vita dei singoli cittadini: ognuno di loro, infatti, riprende quel controllo nel piccolo della sua vita, controllando di volta in volta se stesso, la sua famiglia, chi gli sta intorno. Se però confrontiamo due fiocchi di neve uno con l'altro, esistono delle lievi differenze all'interno delle loro strutture che rendono un fiocco differente da un altro. I fiocchi di neve sono uno degli esempi tipici di frattali in natura, ovvero di figure geometriche in cui una forma di base, ad esempio un triangolo, viene ripetuta sempre più piccola all'interno di una struttura più grande che ne possiede una forma non dissimile. Per cui spesso, affinché in una storia, sia essa distopica o meno, possa accadere qualcosa, è necessario costruire una struttura che al suo interno abbia delle altre piccole strutture apparentemente identiche nella geometria, ma leggermente differenti una dall'altra.
Qualcosa del genere avviene ne La dottrina, fumetto fantascientifico di Alessandro Bilotta e Carmine Di Giandomenico, e se poi tutto questo avviene consapevolmente o per una acquisizione fine della tecnica poco importa: la sensazione complessiva dei quattro volumi è quella di aver letto un'opera ispirata a uno degli autori che tali ragionamenti all'interno di un fumetto li fa automaticamente se non addirittura consapevolmente (vedi dichiarazioni sulla meccanica quantistica): Alan Moore.
Moore è uno tra i primi (se non il primo) scrittore di fumetti a inserire strutture narrative all'interno di altre strutture narrative all'interno di altre strutture narrative e così via, tutte apparentemente identiche, ma in realtà leggermente differenti: come esempio mi viene da proporvi Promethea e il suo viaggio tra le sephirot: ognuno dei capitoli di questo viaggio ha una struttura narrativa sostanzialmente identica, ma presenta delle differenze dovute alle specificità di ogni lettera. Non solo: Moore è anche lo sceneggiatore che utilizza quasi regolarmente la fisica all'interno delle sue storie. Si parte da Capitan Bretagna con gli universi paralleli (la meglio nota teoria dei molti mondi, che spero prima o poi di riuscire ad approfondire), senza dimenticare il Dottor Manhattan di Watchmen, una citazione della fisica sin dal nome e dalle sue origini, e buon ultimo nell'elenco è From Hell con le teorie sul tempo di Charles Hinton, discusse dal padre insieme con William Gull, il dottore personale della regina Vittoria.
La citazione di Hinton non è così casuale per chi ha già letto i quattro volumi e chi ha resistito fino ad ora, e soprattutto ha anche letto From Hell o magari conosce le teorie di Hinton figlio: di tutto il lavoro del fisico, infatti, Moore riprende la ripetizione temporale delle vicende, una ripetizione che è presente anche nei quattro volumi de La dottrina e che potrà essere compresa appieno solo leggendoli tutti insieme. Niente di eclatante, per intenderci, ma certo un indizio che la lezione è compresa appieno dal talentuoso sceneggiatore, che non rinuncia alle sue specificità di autore italiano: non è un caso che il ribelle alla dittatura distopica si chiami La smorfia e indossi una maschera che sembra ripresa dalle tipiche maschere della commedia italiana. E non è un caso che i numeri hanno perso il loro vero significato e il loro uso all'interno della matematica, per prendere un significato differente, di rappresentazione delle qualità, proprio come nella smorfia napoletana. E infine non è un caso se la maschera della Smorfia ritorni in maniera ossessiva, come simbolo di violenza e cambiamento, per tutto il fumetto, una di quelle molte strutture che Bilotta ha incastrato all'interno del mondo che ha costruito per noi, anche se ha poca attinenza con il discorso della cultura e dell'iconografia italiane cui Bilotta si ispira.
E infine non è un caso se ogni volumetto ha una colorazione differente, scelta che ritengo più narrativa che dettata dai lunghi tempi di lavorazione. In questo modo viene rappresentato in maniera ancora più semplice il passaggio da un'epoca a un'altra, un passaggio che il lettore percepisce (i colori dell'ultimo volume, ad esempio, sono più scuri e opprimenti), ma per il comune cittadino che in quella distopia deve viverci non cambia nulla o quasi.
E ciò che non cambia, nemmeno da una distopia all'altra, il sale ultimo, è il controllo della popolazione attraverso il controllo di una o più paure specifiche: quella di non essere dei bravi cittadini (La dottrina stessa o 1984 di Orwell), quella di diventare pazzi (Scheckley), quella di non cadere malati (Lino Aldani), quella di essere curiosi (Farhenit 451 di Bradbury). Tutto questo porta alla descrizione di mondi tecnicamente avanzatissimi, ma estremamente poveri di contenuti e di progresso scientifico, mondi di tecnica senza scienza, mondi dove gli uomini hanno venduto la propria libertà per un piatto di ceci, per non cadere mai malati, per mantenere la propria coscienza sorda e deresponsabilizzata. E così ecco il messaggio finale, quello che accomuna tutte le distopie senza che i loro autori vi pensino consapevolmente: un invito al lettore a fare attenzione alla propria libertà personale, a non venderla per nulla al mondo, perché ogni concessione avvicina sempre di più uno qualsiasi di quei mondi distopici.
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Originariamente la recensione era stata pensata per venire pubblicata su Lo Spazio Bianco, ma visto che ciò per molti motivi non è stato possibile (l'averla tenuta nel cassetto non ha certo giovato...) ho deciso di pubblicarla su DropSea appena se ne presentava l'occasione. A corredo, però, della recensione stessa vorrei mettere dei link a un gruppo di articoli che LSB ha espressamente dedicato al fumetto di Bilotta e Di Giandomenico:
La dottrina #1 | Aderite spontaneamente alla Dottrina!: intervista con Andrea Ciccarelli | I padri della Dottrina: Bilotta e Di Giandomenico: intervista con i due autori | La Dottrina vol.4: questo non è un regime...

2 commenti:

  1. Interessantissimo! (e scritto in modo avvincente)

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  2. Grazie per il post, e per il fumetto posso solo sperare che sia ancora in giro (in ogni caso dovrebbe essere ordinabile)

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