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mercoledì 2 gennaio 2013

American Gods

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Gli esseri umani si sono da sempre interrogati sul soprannaturale, su trascendente, sul divino. E in un certo senso American Gods di Neil Gaiman è qualcosa del genere: un viaggio nel mondo delle divinità. Lo scrittore britannico, noto soprattutto come sceneggiatore di quel capolavoro che è il Sandman degli anni Novanta del XX secolo, ha, per il suo viaggio, una premessa di fondo importante: le sue divinità sono entità ideate dal cuore degli uomini e che dalla loro fede traggono il potere. Questa premessa, importante, aiuta però a intendere una delle chiavi di lettura del romanzo (che avrà poi un seguito ne I ragazzi di Anansi): gli esseri umani, nel mondo moderno, quello del XXI secolo (il romanzo, infatti, è uscito nel 2001, il primo anno di questo secolo attuale), sembra che hanno massimamente smesso di credere negli dei, o almeno in quelli vecchi, rivolgendo l'attenzione verso altri simboli, che hanno ricevuto così tanta forza da diventare delle vere e proprie divinità, come personaggi televisivi, o come la tecnologia.
Così la guerra, che si prepara come una tempesta, tra dei antichi e moderni diventa una sorta di metafora sul passaggio tra le vecchie tradizioni e le nuove ossessioni, mentre il protagonista della storia, Shadow, ex-ergastolano che, uscito dopo aver scontato la sua pena si ritrova senza moglie e senza lavoro (la moglie è morta nella stessa macchina del suo amico e futuro datore di lavoro, travolti da un insolito destino mentre si stavano intimamente salutando per l'ultima volta prima del ritorno di Shadow), si trasmorma da burattino a risolutore, colui che raccoglierà, senza saperlo, nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti, tutte le informazioni necessarie per far cessare la guerra prima ancora che inizi.
In effetti American Gods è una sorta di On the road divino: Shadow e Wednsday, la versione americana di Odino, andranno in giro per gli Stati Uniti a reclutare le altre divinità importate dagli immigrati nei secoli per la guerra che il Signore delle forche sta preparando contro gli dei moderni. E così, con la scusa di raccontare una guerra, Gaiman ci porta a spasso per i grandi spazi statunitensi, lasciandoci immagini e sprazzi del viaggio che, invece, ha realmente fatto in quel grande paese, un viaggio che porta i protagonisti e il lettore dalla vita nella grande città, fatta di palazzoni e condomini, a quella nella periferia, fatta di villette mono- e bi-familiari, quella grande provincia americana che, anche quando è tranquilla e serena, nasconde segreti incoffessabili. E poi il viaggio, da fare necessariamente in aereo e/o in auto, e i grandi spazi. E non mancano le critiche agli immigrati europei, che hanno sottratto la terra alle tribù indigene:
Hanno vinto quasi sempre i bianchi. E quando perdevano firmavano un trattato. Poi lo rompevano. Così vincevano di nuovo.(1)
Sono le amare parole di Whiskey Jack, che più avanti ci ricorda anche come Paul Bunyan sia
(...) saltato fuori da un'agenzia di pubblicità di New York nel 1910 e ha riempito la mitica pancia della nazione di calorie inutili.(1)
Paul Bunyan, anche se viene semplicemente citato di passaggio, è l'emblema di una terra che non è fatta per gli dei, come viene spesso ripetuto nel corso del romanzo: è uno di quei miti giovani di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per crearsi una mitologia comune, qualcosa che li unisca. E' in un certo senso l'emblema delle nuove divinità statunitensi e moderne: create dai pubblicitari, da un ufficio marketing, da un impresario, da un agente di un artista sconosciuto, da un dirigente di una qualsiasi casa discografica, editoriale o che altro ancora.
E poi ci sono le religioni vere e proprie, e possono essere tante quanti sono gli statunitensi:
L'America ha investito religione e morale in azioni ad alto rendimento. Ha adottato la posizione inattaccabile di una nazione che è benedetta perché merita di esserlo, e i suoi figli, indipendentemente da quali teologie riconoscono o disprezzano, sottoscrivono senza riserve il credo nazionale.(1)
Agnes Repplier, Times and Tendencies
E quindi ha anche senso che la guerra di Wednsday sia in realtà un piano complesso per ottenere un sacrificio di sangue, per realizzare il più grande rito divino in modo da ottenere per se e per il suo socio Low Key Lyesmith, il Loki statunitense, una iniezione di potere.
Un inganno in una terra di inganni, una terra che non è fatta per gli dei, ma per i poteri iconici (riprendendo un'idea di Strackzinski sviluppata alcuni anni fa su Amazing Spiderman) rappresentati dagli animali divini delle tribù pellerossa, che aiuteranno il figlio di un dio, un uomo, il cui motto, alla fin fine, potrebbe tranquillamente essere:
Lo so che barano. Ma è l'unico tavolo da gioco in città.(1)
Canada Bill Jones
Un viaggio fantastico negli Stati Uniti, un modo per vedere un grande paese, fatto un po' a forza un po' per necessità, da pezzi differenti, forse in altre occasioni inconciliabili, che dovrebbe semplicemente ascoltare le sue radici, quelle dei veri nativi americani (in altro modo non riesco a interpretare l'aiuto prestato dal bisonte divino, che però non è un dio, e dai suoi compagni a Shadow, figlio di un dio antico, o comunque del suo aspetto statunitense), l'ennesima prova di un autore in grado di reinterpretare le favole e il fantasy in maniera moderna e originale.
E poi è, ovviamente, un libro sul divino, dove gli dei, interpretati in un modo non molto lontano da quanto fece Roger Zelazny nei suoi romanzi di fantascienza, un modo che può essere così riassunto:
Poiché sono "immortali" soltanto in un senso molto particolare - infatti nascono e muoiono - gli dei del pantheon induista conoscono quasi tutti i grandi dilemmi umani e spesso sembrano distinguersi dai mortali soltanto per alcuni dettagli insignificanti... e ancora meno si differenziano dai demoni. Tuttavia sono considerati dagli induisti una categoria di esseri per definizione completamente diversa da qualsiasi altra; la loro natura simbolica non è alla portata dei comuni mortali, per quanto "archetipica" possa essere la loro vita. Gli dei sono attori che interpretano ruoli reali soltanto ai nostri occhi; sono le maschere dietro cui ciascuno intravede il proprio volto.(1)
(Wendy Doniger O'Flaherty, Introduzione a Hindu Myths, Pengun Books, 1975)
(1) Traduzione di Katia Bagnoli

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