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mercoledì 14 agosto 2013

Quando Teresa si arrabbiò con Dio

Quando Teresa si arrabbiò con Dio
Jodorowsky lo conosco come sceneggiatore di fumetti, regista, artista delle arti visive in generale, ma non come scrittore e romanziere. Per cui questo Quando Teresa si arrabbiò con Dio (Done mejor canta un pajaro) è stata una scoperta piacevole ben prima di iniziare a leggerlo.
E' lo stesso Jodorowki a scriverlo nelle avvertenze iniziali:
Tutti i personaggi, luoghi e avvenimenti (benché a volte l'ordine cronologico sia alterato) sono reali. Ma questa realtà è trasformata ed esaltata fino a diventare mito. Il nostro albero genealogico da un lato è la trappola che limita i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale... e dall'altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori. Oltre a essere un romanzo, questo libro è un lavoro che, se riuscito, aspira a servire da esempio affinché ogni lettore possa seguirlo trasformando attraverso il perdono la propria memoria familiare in leggenda eroica.
Ed è proprio quello che fa lo scrittore cileno, raccontando delle peregrinazioni della famiglia del padre e della madre, che dall'Europa vanno verso il sud America in cerca di fortuna e di un riscatto dalle angherie da un lato e dall'avanzare della guerra dall'altro. Entrambe le famiglie, infatti, sono di tradizione ebraica e il vento antisemita che spirava all'epoca in Europa non poteva lasciare completamente indifferenti. La tradizione ebraica, rappresentata dallo spirito del Rabbi tramandato con un soffio da padre in figlio, si fonde quindi con quella cattolica per creare una tradizione nuova, più familiare. Il romanzo non tocca solo il tema religioso, uno dei temi cari a Jodorowsky, e trattato sempre non dal punto di vista di una religione organizzata, ma da quello del popolo che la religione la vive, trasformandola in una sorta di percorso iniziatico, ma anche quello politico, altro nodo fondamentale nella narrativa dello scrittore.
In questo caso il riferimento esplicito è allo scontro tra destra e sinistra, tra fascismi e nazismi da un lato e comunismi dall'altro. In questo duello la posizione dello scrittore è chiara: anarchia. E la posizione viene chiaramente espressa in varie occasioni, ad esempio quando vengono poste delle velate critiche al comunismo in bocca a Reccabaren, leader del partito comunista cileno. Più che in quello che il politico dice, le critiche stanno in quello che tace, come suggerisce l'autore. Dalla sua visita in Russia, infatti, il politico ritorna con l'intenzione di dire agli operai e ai suoi commilitoni ciò che, in realtà, vorrebbero sentirsi dire, lasciando la sensazione nel lettore che quanto detto dall'Anarchico, un altro personaggio del romanzo incontrato prima, sia assolutamente vero:
Salve, fratelli russi. Nella vostra patria un tempo profonda ora è in gestazione il nuovo errore mondiale: la verità imbavagliata da un potere centripeto che detta rapporti di obbedienza verticale...
E quando deve identificare il tipo di anarchismo cui fa riferimento, così lo descrive:
Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole... Lo stato, e attraverso di esso il capitale, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell'Era Industriale. I vermi hanno cominciato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopravviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre poveri, vale a dire sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L'importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi... Ma sedetevi, vi spiegherò meglio...
E una volta che la famiglia paterna di Jodorowsky si siede di fronte all'Anarchico, questi ricomincia:
Noi, manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. Il maiale deve mangiare rifiuti per far carne. I pidocchi, senza sporcarsi, succhiano il sangue del maiale. Bene, quando si arrostisce il maiale, si bruciano anche i parassiti... perché sono stupidi. Avrebbero potuto saltar via in tempo e passare sulla testa dei macellai. Ma veniamo al punto: il potere non è creativo, e i ricchi si annoiano. Possiedono tutto tranne che loro stessi. Ed è logico. Per trovare se stessi bisogna lasciare tutto, e loro al contrario si stanno appropriando di tutto. Chiaro?
Chiarissimo!
Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere, eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale, ma che producano stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi. Per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia. Il maiale è abile ma stupido. Della sua stupidità potremo vivere finché non giungerà all'autodistruzione. Fate visita per favore ai miei coinquilini, ho dato loro nuove attività. Con esse potranno sopravvivere a qualsiasi crollo dell'economia mondiale- Queste crisi colpiscono solo i poveri e i capitalisti minori. I pochi grandi, l'élite, non perdono il potere, cioè non perdono niente. Il maiale attraversa le crisi baldanzoso e pimpante. I miei discepoli, in questi momenti bui, si aggrappano più che mai alle sue setole...
E' molto interessante come una posizione di questo genere sia stata espressa in un blog libertario (di cui ho perso il link, purtroppo...) come risposta a una domanda se fosse giusto, per un libertario, lavorare per lo stato. La risposta, ovviamente, era che fosse giusto!
In un certo senso Quando Teresa si arrabbiò con Dio, romanzo del 1992, quindi scritto una ventina di anni prima della attuale crisi economica, cui sembra in effetti rivolto, presenta molti degli elementi che Jodorowsky stesso utilizzerà in seguito in molte delle sue opere, prima fra tutte Faccia di Luna, per i disegni di Boucq.
In quest'ultimo caso l'opera è esplicitamente di fantasia, mentre nel caso del romanzo è una trasfigurazione mistica della realtà familiare e non solo, un modo per elevare a eroi la gente comune e per raccontare il proprio pensiero come se fosse il raggiungimento di un percorso mistico, perché ognuno dei protagonisti del romanzo compie un vero percorso iniziatico che li porterà nei punti chiave della loro storia in maniera assolutamente naturale, nascondendo e abbellendo anche le storie più umili e tristi, storie che altrimenti, raccontate con tutta la crudezza della realtà, sarebbero certamente molto più squallide e decisamente molto meno divertenti. Anche in quest'ultimo punto sta il segreto del romanzo: Jodorowsky non dimentica uno degli ingredienti fondamentali per una buona famiglia, ridere, anche di se stessi e della propria storia.
Le citazioni, tratte dal romanzo, sono nella traduzione di Gianni Guadalupi

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