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venerdì 4 ottobre 2013

La camera chiusa

La camera chiusa
Che la serie di polizieschi di Maj Sjöwall e Per Wahlöö sia qualcosa di più di un semplice poliziesco sia cosa abbastanza nota tra i cultori del genere. L'idea principale dei due autori è veicolare, attraverso la loro serie di romanzi, una critica sociale il più seria e profonda possibile alla politica del loro paese, la Svezia, per il periodo che va dalla seconda metà degli anni Sessanta ai primi dei Settanta del XX secolo. In questo senso, La camera chiusa, che si trova sul finire della serie, è probabilmente uno dei più espliciti, con riferimenti critici ed espliciti alla società del benessere.
Interessante, poi, come la parte del leone non la faccia l'indagine per la morte di un (apparentemente) povero pensionato, che viveva di scatolette per gatti, ma quella, a tratti esilarante, contro una banda di audaci rapinatori di banche. Alla fine i rapinatori, sia quelli professionisti, sia la dilettante, riescono a fuggire dalle maglie della polizia, quasi a conferma di quanto scritto nella costa della quarta di copertina:
E tra le righe, la frusta, sempre ironica e pietosa, della denuncia sociale di questi celebri fondatori di un genere, convinti in modo conseguente che, insomma, svaligiare una banca sia un crimine meno grave che fondarla.
Sono, poi, interessanti tre piccoli dettagli aggiuntivi: prima di tutto c'è, come sempre, una esplicita critica alla statalizzazione della polizia (ricordo che i due autori si riconoscono in una tradizione politica di sinistra), considerata all'origine della maggior parte dei suoi mali; quindi c'è l'interessante contrappasso dell'unico arrestato, peraltro per una rapina e un omicidio che non ha commesso, mentre è dichiarato innocente dell'omicidio che invece ha portato a termine; e infine Martin Beck, che della sconfitta processuale sembra non importarsi, quasi che ciò che veramente contava era risolvere il mistero di una camera chiusa, come se ciò lo potesse aiutare a uscire dalla sua personale camera chiusa.

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