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domenica 31 agosto 2014

L'uomo che non sapeva dove morire

Due gli aspetti stuzzicanti che mi hanno spinto a leggere L'uomo che non sapeva dove morire dell'argentino Guillermo Saccomanno: l'ambientazione apocalittica descritta nel risvolto della prima di copertina ("In una città devastata dagli attacchi della guerriglia e dalle piogge acide, percorsa da bambini zombi e cani clonati") e il capitolo 38, una paginetta su cui mi si sono posati gli occhi casualmente:
A volte, di nascosto, si porta una rivista in bagno. Seduto sulla tazza, legge un articolo su un convegno di neuroscienze. Studi su pazienti che hanno subito un danno circoscritto a un'area della corteccia frontale e presentano gravi carenze d'orgoglio, vergogna e pentimento. Altri, invece, presentano difficoltà nell'attribuzione di intenzionalità. Al convegno si è discusso anche di empatia e morale associate al comportamento collettivo. L'empatia ci spinge ad agire: se vediamo soffrire una persona, la situazione può causarci dolore e attivare i circuiti cerebrali legati al pericolo. Un ottimo esempio, dice l'articolo, è ciò che accade in una nursery con un neonato di non più di diciotto ore. Se il neonato piange, anche gli altri si mettono a piangere.
Questo esempio lo commuove.
In effetti è l'immagine iniziale del capitolo qui sopra (è tutto qui!) a convincermi dell'acquisto, ma certamente tutto il passo da perfettamente un'idea sul personaggio, un impiegato, un contabile di un ufficio statale con moglie e figli. Il romanzo è sostanzialmente kafkiano, forse più dello stesso Kafka: ogni protagonista è privo di una qualsiasi identità, identificato solo dal ruolo che riveste rispetto al mondo osservato dall'ottica dell'impiegato. E' la spersonalizzazione, uno dei tratti della letteratura di Kafka (un cui passo, dai Diari, si trova all'inizio del libro), spinta all'estremo, un modo differente di vedere la distopia, questa volta dal punto di vista di una persona che non riuscendo a ribellarsi, si ritrova a vagare senza punti di riferimento in una società alla deriva e ipercontrollata.
E' un uomo che cammina, perché questa è la sua attività principale, quella che alla fine lo identifica più del suo stesso lavoro; del rapporto con i colleghi; del piccolo, adrenalinico tradimento con la segretaria del capo (che a sua volta ne è l'amante); più del suo rapporto con la moglie è i figli. Cammina.
E "non sa dove morire". Come recita l'ultimo passo del romanzo. Come recita il titolo del libro.
Un uomo con un viaggio, certo, ma senza una meta e, peggio ancora, senza un faro.
Traduzione: Francesca Pe'

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