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domenica 8 febbraio 2015

Due parole in libertà

Ieri è stata inaugurata la mostra Siamo tutti Charlie al museo WOW di Milano. Costituita dalle vignette di un nutrito gruppo di fumettisti (alcune di queste erano parte del tristemente famoso volume del Corriere), è stata anticipata da un incontro/dibattito sulla satira. Introdotto dal direttore del museo, Luigi Bona, è di fatto diventato una sorta di non conferenza realizzata a braccio: laddove, infatti, nelle non conferenze classiche (se può esserci qualcosa di classico in eventi del genere!) c'è un foglio di prenotazione o una parete adibita per inserire i propri interventi, in questo caso chiunque aveva voglia o sentiva di dover aggiungere qualcosa all'intervento iniziale di Bona andava sul piccolo palco, impugnava il microfono e iniziava a dire la sua.
Ho seguito il pomeriggio di discussione, organizzato dal museo in collaborazione con il Comitato della Zona 4 di Milano dove ha sede il WOW, e realizzato un piccolo live tweetting sull'account de Lo Spazio Bianco, scattando qualche foto, alcune pubblicate su instagram (sia sul mio account sia su quello di LSB). Il senso dell'intervento iniziale del direttore Bona è abbastanza semplice: la serata, organizzata in onore di Charlie Hebdo e per ricordare i fumettisti uccisi nell'attacco di un mese fa, ha innanzitutto come obiettivo quello di parlare della libertà di satire e, per estensione, della libertà più in generale di ciascun individuo di poter avere e sostenere idee e opinioni differenti.
Parlare, discutere, confrontarsi: questa è la libertà di espressione
ha infatti detto Bona in uno degli interventi che meglio di tutti rappresentano il senso della non conferenza e della mostra stessa.
Tra gli argomenti toccati da Bona, c'è stata anche la censura, in Italia e non solo:
Non potete immaginare quanti dei testi, delle canzoni, delle poesie che leggete ogni giorno subiscono una censura
Censura che, per esempio, applicano in molti, come il già citato Corriere, che a quanto pare ha censurato alcune delle vignette scelte per il famoso volume di cui sopra o, quando ha pubblicizzato lo speciale di linus dedicato a Wolinski, ha deciso di non utilizzare la copertina stessa dello speciale, perché troppo audace per i lettori del "Corriere".
Ad ogni modo, ci sono stati, in particolare, un paio di interventi che ho trovato interessanti e che provo a riassumervi (con tutte le difficoltà del riportare qualcosa utilizzando appunti e memoria e non un audio registrato):
Nella satira c'è bisogno di una sorta di autocensura, non perché ci sono cose che non vanno dette, ma perché non sempre i lettori riescono a interpretare nel modo giusto ciò che si vuole dire.
Quasi a dimostrazione che, almeno in Italia, la cultura sulla satira è pressocché minima è quello che ha detto un fumettista che abita a via Padova, la strada di Milano multiculturale per eccellenza:
Quando ho realizzato la vignetta per la mostra, gli unici che mi hanno detto "stai attento che ti fanno saltare in aria" sono stati gli italiani.
Per tornare all'origine della serata, però, il punto dolente erano le motivazioni che hanno spinto alla strage: motivazioni religiose di vilipendio all'islam. Eppure: A questo si aggancia molto bene Don Alemanno, l'autore di Jenus, con il suo intervento, incredibilmente serio conoscendo il personaggio: Don Alemanno, grazie alla satira papale che porta avanti da anni, è di fatto un esperto di offese e attacchi personali, quindi conosce perfettamente la materia di cui si sta discutendo. Per lui è, quindi, chiaro il senso della satira di Charli Hebdo, al di là dell'essere o meno d'accordo con il contenuto delle vignette: una critica all'uso della religione e non al credo di base. Interessante, poi, l'intervento di una delle due rappresentanti del Comitato di Zona 4 presenti ieri, che ben identifica il modo abbastanza ipocrita con cui molti, soprattutto politici, si sono trasformati in paladini della libertà di espressione:
In sede di discussione le opposizioni, dopo aver dato voto favorevole, hanno chiesto:
"Ma noi vorremmo prima vedere le vignette che verranno esposte"
Ovvero: satira libera, ma sotto certe condizioni.
In chiusura ho preferito lasciare la frase che, secondo me, meglio di tutte sintetizza l'idea dietro la mostra e la discussione. Giorgio Salati (che ho rivisto con piacere) in poche parole ha colto il senso dell'essere lì in quell'occasione al tempo stesso triste e speciale:
L'album con le foto dell'incontro

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