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giovedì 26 febbraio 2015

Monade 116

Nel futuro la società umana sarà suddivisa in due macro civiltà: quella delle monadi urbane, agglomerati di palazzoni gigantestchi, chiamati costellazioni al cui interno ad ogni piano, vengono stipati quantità di esseri umani da fare invidia a metropoli come New York; e quella delle campagne, dove quelli che oggi definiremmo contadini vivono coltivando la terra e preservando l'ambiente. Le due civiltà hanno pochissimi scambi, se non quelli strettamente necessari per lo scambio di materie prime e manufatti. Robert Silverberg, per raccontare quella che è una via di mezzo tra un'utopia e una distopia, si concentra sulle monadi, in particolare sulla monade 116, e dei miliardi di suoi abitanti si concentra su un gruppo limitato di essi, per raccontare così la struttura sociale, le sue perfezioni e soprattutto le sue imperfezioni.
Volendo banalizzare l'atmosfera del romanzo per un lettore dei nostri tempi, si può dire che la nostra posizione, nonostante tutto, sia molto più vicina a quella della civiltà contadina, che reputa quella delle monadi come una civiltà che ha non solo legalizzato ma addirittura istituzionalizzato lo stupro, andando in un certo senso oltre quello immaginato da Aldous Huxley ne Il mondo nuovo, dove invece il sesso era utilizzato non tanto come piacere ma come dovere per il cittadino rispettoso dello stato.
A una prima lettura, quindi, il romanzo sembra essenzialmente centrato sulle dinamiche che il sesso libero e l'adulterio senza coinvolgimenti né legali né morali introduce non solo nelle famiglie, che ottengono così una sorta di modello aperto, ma anche nella società stessa. Da un lato lo si può leggere come una risposta a Robert Heinlein, le cui posizioni in materia sono abbastanza evidenti in romanzi come Straniero in terra straniera o La Luna è una severa maestra, ma dall'altro grazie alla bravura di Silverberg nell'approfondire ognuno dei personaggi coinvolti, la morale della storia sembra essere molto più profonda e sconfortante di qualunque distopia: puoi costruire qualunque società più o meno perfetta, ma ci sarà sempre negli esseri umani un senso di irrequietezza che impedirà ad alcuni di loro di allinearsi alla media. Ed è solo la quantità di questi deviati e la loro forza che fa la differenza tra una distopia e un'utopia.
Illustrazione di Walter Mac Mazzieri

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