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martedì 11 agosto 2015

Nella casa di vetro

L'iniziativa #ioleggoperché era volta a far scegliere sui social una serie di romanzi da successivamente stampare in un'apposita veste per la successiva diffusione gratuita. Un gioco la cui idea, al di là delle polemiche, era quella di diffondere il più possibile la lettura. Il libro di cui scrivo qui sotto fa parte di quell'iniziativa.
La struttura è abbastanza semplice: un racconto narrato in prima persona intervallato da digressioni in corsivo in terza persona come integrazioni al racconto principale.
Anche grazie a questa struttura, si comprende abbastanza presto, senza però che la cosa sia esplicita, che il narratore è morto. Non è esplicito e ogni tanto, soprattutto all'inizio, si resta col dubbio che forse non lo sia, o forse ci sono due narratori in prima persona, ma l'ambiguità non dura molto, e certo ben prima che l'autore ci racconti dell'incidente mortale. Ad aiutare questa ricostruzione sono sicuramente le digressioni in corsivo, tutte ambientate dopo il fatidico incidente, e stilisticamente molto più classiche rispetto al racconto leggero e a tratti lirico al limite del sognante del morto.
L'idea di Giuseppe Munforte, però, non è quella di raccontare la storia di una famiglia prima e dopo la morte di uno dei due genitori, o quanto meno non sembra questa, altrimenti le digressioni, che potevano essere un vero e proprio romanzo parallelo, sarebbero state molte di più e molto più corpose. In realtà è soprattutto un racconto sull'amore, quindi sulla vita e sul coraggio che ogni tanto serve per affrontarla. Un libro piccolo, veloce, che, se si riesce a sopravvivere alla prima decina di pagine, risulta anche una lettura piacevole.

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