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lunedì 6 giugno 2016

Pensare a quel punto blu

Il Voyager 1 viaggiava nello spazio ormai da più di 12 anni. Era stato lanciato dalla NASA il 5 settembre del 1977 all’interno di un progetto di studio del Sistema Solare. Possiamo considerarlo, senza troppi mezzi termini, come il primo grande successo, dopo l'allunaggio del luglio 1969, da parte dell'espolarione umana dell'universo.
Da allora, grazie alla stessa NASA ma anche all'ESA e alle altre agenzie spaziali, tutte strette in collaborazioni scientifiche nonostante le beghe politiche, di missioni di esplorazione ne abbiamo lanciate molte, buon ultima ExoMars, ma qualunque sia la prossima scoperta che ci farà stupire, probabilmente riuscirà solo a sfiorare la forza emotiva della foto che Voyager 1 scattò il 14 febbraio del 1990.
Il satellite era ormai giunto ai margini del Sistema Solare, pronto a lasciarlo definitivamente senza mai tornare più sulla Terra, e allora Carl Sagan ebbe l'idea: facciamo girare Voyager 1 verso di noi per scattare una foto del nostro pianeta da quella incredibile distanza, circa 6 miliardi di chilometri (40.5 unità astronomiche).
Quella foto fece il giro del mondo: accompagnata da un bellissimo testo di Sagan, dall'introduzione al libro Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space, mostra la Terra, un punto blu nell'immensità dello spazio (enfatizzato da un piccolo cerchio).
Da questo lontano punto di vista, la Terra non potrebbe sembrare di alcun interesse particolare. Ma per noi, è diverso. Consideriamo ancora quel puntino. Eccolo qui. Questo è casa. Quelli siamo noi. Su di esso tutti quelli che ami, tutti quelli che conosci, tutti coloro che hai mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai stato, ha vissuto lì la propria vita. L’inseme delle nostre gioia e sofferenza, migliaia di religioni fiduciose, di ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni insegnante di morale, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "leader supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie ha vissuto lì - su un granello di polvere sospeso in un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori così che nella gloria e nel trionfo potrebbero diventare i padroni momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle infinite crudeltà compiute(1) agli abitanti di un angolo di questo pixel sugli abitanti difficilmente distinguibili di un qualche altro angolo. Come sono frequenti i loro malintesi, quanto sono desiderosi di uccidersi l'un l'altro, quanto ferventi i loro odi. I nostri atteggiamenti, la nostra presunta importanza, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’universo, sono sfidati da questo punto di pallida luce. Il nostro pianeta è un puntino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità - in tutta questa vastità - non vi è alcun accenno che un aiuto verrà da altrove per salvarci da noi stessi.
La Terra è l'unico mondo conosciuto, finora, ad ospitare la vita. Non c'è nessun altro, almeno nel prossimo futuro, verso cui la nostra specie potrebbe migrare. Visitare, sì. Stabilirsi, non ancora. Piaccia o no, per il momento, la Terra è dove abbiamo il nostro posto. E’ stato detto che l’astronomia è un'esperienza di umiltà e di costruzione del carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia dei concetti umani di questa immagine lontana del nostro piccolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità nel trattarci più gentilmente uno con l'altro e preservare e custodire il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.(2)
E a volte mi sembra di sentire anche Voyager 1, ogni tanto, sussurrare, da quella grande distanza, con malinconica ma con forza qualcosa che spesso dimentichiamo:
Sai quanto mi consola pensare a quel punto di blu(3)
Consiglio per la lettura: Ma dove sono finiti tutti quanti?, libro sulla ricerca di tracce di vita nell'universo di Amedeo Balbi, che ha ispirato questo post(4) con la sua recente conferenza alla Wired Next Fest 2016.
  1. In effetti Sagan utilzza il termine visited, che letteralmente vuol dire visitare, andare a trovare
  2. Mia traduzione
  3. da A un passo dalla luna dei Tre Allegri Ragazzi Morti
  4. In origine l'idea era mettere la foto e la canzone dei TARM, ma poi, come spesso succede, mi sono allargato!

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