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sabato 12 novembre 2016

Monologo quantistico: portare la fisica a teatro

Gabriella Greison (@GREISON_ANATOMY) è un fisico, ma anche un'attrice e una divulgatrice. In questi giorni ha portato a Milano al Teatro Menotti lo spettacolo 1927. Monologo quantistico centrato intorno alla quinta conferenza Solvay. Non mi metto a riscrivere su argomenti di cui ho già scritto, per cui cercherò semplicemente di raccontarvi le impressioni dello spettacolo, cui sono andato ad assistere insieme con l'amico Giovanni giovedì sera.
Tra racconto apassionato e TED Lesson
Strutturato in capitoli, il racconto inizia con Benjamin Couprie, il fotografo della foto di gruppo di quella conferenza del 1927, la riunione con i più grandi cervelli del XX secolo. L'inizio, nonostante l'ottima interpretazione che vede Couprie parlare con la lapide di Paul Dirac, mi stimola cattivi pensieri a causa del ricordo di un altra opera dove l'attore ha interpretato tre personaggi distinti con tre monologhi distinti in una discesa sempre più inevitabile verso la noia. Sarà stato per la materia o per chissà che altro motivo, ma questo effetto è stato per fortuna scongiurato e il capitolo successivo inizia con la Greison che, sul palco, interpreta se stessa seduta a un tavolino, mentre si trucca, beve un bicchiere d'acqua e quindi inizia a parlare.
Quello della fisica, attrice per l'occasione, è un racconto appassionato di un momento storico che ha visto la concentrazione dei punti di riferimento per molte generazioni di fisici dal 1927 in poi. E' un racconto sulla fisica, quella scoperta dai 29 scienziati riuniti nei pressi di Bruxelles, importante anche per il mondo di oggi così come lo conosciamo, ma anche un racconto sugli scienziati, la loro vita, le loro manie, persino le loro paure e preoccupazioni.
La storia procede spedita, con buon ritmo (nonostante qualche esitazione, evidentemente dovuta a un eccesivo uso della memoria, che è al tempo stesso amica e nemica dell'attore), pur se vive in una sorta di ambiguità, molto quantistica, tra l'essere una Ted lesson da un lato e un racconto leggero e teatrale dall'altro. In questo senso alcuni passaggi risentono della difficoltà di permettere al corpo di muoversi un po' di più sul palco (in questo senso apprezate un paio di battute improvvisate all'inizio del secondo capitolo, ad esempio, molto ben accompagnate dai gesti), mentre altri momenti sono squisitamente teatrali (come ad esempio il capitolo in cui Gabriella costruisce un percorso per un trenino seduta a piedi nudi sul palco) e altri ancora creano (o quanto meno provano a creare) una sorta di complicità e vicinanza con gli spettatori.
Personalmente, nonostante questi difetti, ho apprezzato sia il racconto in sé, sia il modo di presentarlo, che forse poteva essere migliorato grazie a un maggior apporto iconografico: infatti, come nelle migliori TED lesson, sullo schermo del palco venivano proiettate in alcuni momenti foto e citazioni. Forse questo espediente poteva essere utilizzato maggiormente, ma nel complesso siamo di fronte a uno spettacolo interessante e ben recitato, soprattutto perché traspare evidente la passione di Gabriella Graison nei confronti della fisica e di quei fantastici personaggi della conferenza Solvay del 1927 che hanno reso la fisica una protagonista (certo non sempre amata e apprezzata) dei nostri tempi.

Il palco alla fine dello spettacolo

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