martedì 11 ottobre 2011

I premi Nobel italiani come misura del sistema universitario italiano

Jon Bruner ha realizzato, ieri, una infografica sui Premi Nobel per paese (via Flowing Data).
Il criterio adottato da Bruner è semplice: ha assegnato il Nobel non al paese di origine ma a quello cui il ricercatore era affiliato in quel momento. Salta subito all'occhio l'assenza dell'Italia, mentre la Cina è presente con tre Nobel non scientifici, perché quelli scientifici erano tutti associati per altri paesi. Ho controllato.
Wiki assegna all'Italia 20 Premi Nobel, compreso l'ultimo di Capecchi del 2007 in Medicina (di fatto, però, Capecchi ha studiato negli Stati Uniti). Di questi 12 sono in discipline puramente scientifiche (medicina, fisica, chimica, che l'economia ha spesso connotazioni politiche), ripartiti in 6 per la medicina, 5 per la fisica e 1 per la chimica. I fisici, al momento della vittoria, erano tutti affiliati all'estero (compresi Marconi, impegnato in Gran Bretagna, e Rubbia al CERN, con gli altri negli Stati Uniti). Di Nobel italiani nel senso di affiliati a istituzioni italiane ce ne sono 4, di cui uno svizzero in medicina. Se contiamo poi i Nobel non scientifici, che sono 7, arriviamo a una cifra totale di 11 (Modigliani, vincitore del Nobel per l'Economia nel 1985, era al MIT), ovvero lo stesso numero che Bruner assegna al Giappone.
Se da una parte colpisce l'assenza dell'Italia, che i numeri per stare lì li avrebbe (anche se bisognerebbe verificare paese per paese... magari inizio che per l'anno prossimo sono pronto), è interessante limitandosi ai Nobel scientifici proporvi un po' di numeri: solo l'8% dei Nobel italiani viene dall'estero, mentre ben il 67% lavorava fuori dell'Italia e solo il 25% erano italiani d'Italia. Se vogliamo questi numeri sono gli unici numeri che possono dare una misura quantitativa dell'appetibilità dell'Italia come paese scientificamente avanzato. A pesare sono soprattutto quell'8% che ne misura il potere di attrazione e quel 67% che misura la capacità di esportazione. E probabilmente in uno studio sistematico su tutti i ricercatori italiani nel mondo quella forbice si allargherebbe. E' questo, in estrema sintesi, il vero segnale di un mondo universitario italiano sostanzialmente malato, incapace di attrarre talenti dall'estero o di dare a quelli nostrani le condizioni per poter tornare, quella possibilità di scelta che certo non tutti prenderebbero, ma che in questo momento quasi nessuno dei ricercatori all'estero nemmeno prende in considerazione.
More about Scienziati di venturaQuesto piccolo e breve esame, poi, arriva a conclusione della lettura di Scienziati diventura (le citazioni che seguono, tratte dal libro, presentano alcune parole tra parentesi quadre, che costituiscono mie aggiunte utili a chiarire il senso della citazione senza dover trascrivere l'intera intervista), un piccolo libretto dove Andrea Mameli e Mauro Scanu hanno intervistato alcuni ricercatori sardi, per la maggior parte al lavoro all'estero.
Emergono soprattutto due punti critici, per quel che riguarda il sistema italiano in generale. Da una parte il clientelismo italiano presente anche nel mondo accademico:
All'inizio volevo fuggire dal sistema italiano per motivi di incompatibilità caratteriale, nel senso che non mi è mai piaciuto fare il lacchè di nessuno, anche se professore ordinario.
(Marco Atzori)
un mondo accademico che in alcuni casi si dimostra anche statico e arretrato:
I primi [ostacoli] a impedire la realizzazione del progetto [scientifico] sono i limiti finanziari, ma non bisogna sottovalutare le possibili ostruzioni causate dalla corrente autocrazia scientifico-intellettuale che continua a proporre filoni di ricerca ottusi e poco creativi e che quindi tende a rallentare la creatività scientifica.
(Paola Leone)
e dall'altra l'eccessiva burocratizzazione, che rende molte procedure più lente rispetto all'estero, partendo dalle forniture più semplici
E c'è troppa burocrazia: è triste sentire che i miei colleghi italiani devono giustificare perfino l'acquisto di una penna.
(Stefano Deledda)
Ci sono poi altre questioni interessanti che sono state sollevate, un po' tutte su argomenti abbastanza noti, come ad esempio quello delle così dette ricerche inutili:
L'Italia quindi dovrebbe essere il paradiso dei geologi. Eppure, per qualche ragione che non so spiegarmi, la geologia è considerata una "semiscienza", una specie di archeologia che studia i sassi ed è poco utile alla comunità.
(Angela Morando)
Si puntano, poi, le responsabilità sulla politica (il discorso è rivolto in particolare alla politica regionale sarda, ma è molto semplicemente estendibile a quella nazionale):
Il problema principale è la mancanza di volontà di generare persone intraprendenti e indipendenti intellettualmente e scientificamente. Sulla carta nessuno lo ammetterebbe mai, ma in pratica, quando si tratta di fornire le condizioni necessarie affinché ciò accada, il sistema - e con questo termine intendo leggi, regolamenti e soprattutto l'attitudine di chi gestisce le cose - non è in grado, o non intende, fornire le condizioni adeguate.
(Marco Atzori)
Oggi nel nostro Paese manca il coraggio delle idee e la volontà politica per sostenerle. Nessuno si prende la responsabilità di investire consistenti somme nella ricerca. E mi riferisco anche a settori che non richiedono grandissimi investimenti come la matematica: penso a quello che fece la Germania nel diciannovesimo secolo con la matematica pura, o Napoleone con la matematica applicata che venne incentivata in Francia per sostenere le attività militari e civili.
(Andrea Cortis)
La nostra isola sta ancora pagando i danni di una politica scellerata di sussidi comunitari che hanno spinto gli agricoltori sardi prima a tenere incolti i terreni, poi a estirpare frutteti e vigneti e infine ad arare persino le montagne pur di ricevere i sussidi per il grano (facendo scomparire per sempre alcune specie autoctone). (...) Da anni combatto per far capire all'imprenditoria e alla politica sarda che l'unico modo per evitare di andare dall'altra parte del mondo a comprare a caro prezzo queste sementi è produrle in casa nostra.
(Angelo Loi)
Di sicuro non vorrei perdere gli strumenti e soprattutto la completa indipendenza che ho avuto in Olanda. Sicuramente la mancanza cronica di risorse rende tutto più difficile. Ciò non da molta fiducia alle giovani generazioni, che da anni sono rassegnate e vivono aspettando che i vecchi lascino cadere qualcosa. Una visione più meritocratica del mondo (non solo di quello della ricerca) senz'altro aiuterebbe a smuovere le cose: dimostrare che se lavori e ti impegni puoi progredire mi sembra la giusta ricetta per sconfiggere il fatalismo e la disperazione che affliggono la nostra Regione.
(Maria Antonietta Loi)
Riguardo poi il confronto tra ricerca italiana ed estera, che poi è indicativo proprio di quell'attrazione scientifica di un paese, ecco un altra significativa citazione:
All'estero ho capito che molti aspetti che incarnavano l'idea di ricercatore, che in Italia non vengono contemplati, si possono realizzare senza tanti drammi, nella normalità; qui [in Giappone] posso essere una persona sempre in crescita intellettuale, in continuo aggiornamento, in continuo sviluppo della propria inventiva, in continuo confronto con gli altri, e non una specie di automa che esegue della routine.
(Rosaria Piga)
Per chi, poi, ha famiglia stare all'estero, il non rientrare diventa una questione di occasioni per se e i propri figli:
Mi mancano molto i miei parenti e i pochi amici rimasti, ma ho lavorato troppo per arrivare dove sono per rinunciare a tutto e tornare. Il bel tempo e le spiagge le posso trovare ovunque nel mondo quando vado in vacanza. Quello che mi interessa del posto in cui vivo è che mi dia opportunità e che le dia ai miei figli. In Sardegna non c'è scelta: non voglio che le uniche scelte per mio figlio siano legate al turismo. Non è abbastanza.
(Carlo Boldetti)
(...) la motivazione più forte che ci ha spinto a restare [in Australia] è stata la possibilità di garantire un futuro migliore ai nostri figli.
(Angelo Loi)
E' brutto dirlo ma è la realtà, e viene drammaticamente rappresentata dai numeri dei Nobel italiani e dalle citazioni che ho usato qui. Ed è la realtà che sperimento anche io ogni giorno, fatta di molti giorni a pensare cosa sarà il domani e qualche volta a provare a prendere per mano la propria vita o il gruppo di persone del gruppo cui fai riferimento, per portare avanti un progetto (nel mio caso didattico) e qualche volta qualcosa di collaterale, per il solo piacere personale, che poi all'estero è uno degli aspetti che i gruppi di ricerca provano a coltivare.

2 commenti:

  1. E' proprio il caso di dire che l'Italia brilla per la sua assenza

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  2. Quanto mi ci ritrovo in questi commenti.... :(

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