venerdì 8 maggio 2026

Stato di agitazione

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Dopo l'iniziativa di metà mese della Rete Stabilizzandi INAF, abbiamo ricevuto una maggiore attenzione sugli organi di stampa. L'1 maggio, giorno della festa del lavoro, il Fatto quotidiano ha pubblicato un articolo con tanto di video servizio d'apertura sulla faccenda. All'inizio del video, tra l'altro, interviene Federica Duras, che mi affianca sempre più spesso su EduINAF (che peraltro compare anche nel video!). Con Federica, oltre a EduINAF, condividiamo anche questa lunga e, come raccontato, mancata attesa delle stabilizzazioni, con i fondi che erano stati trovati, peraltro proprio dalla Rete, che poi hanno cambiato destinazione d'uso.
Questa iniziativa aveva, ovviamente, l'obiettivo di spingere l'ente a intraprendere azioni per avviare le procedure di stabilizzazione, sono andate avanti una serie di discussioni tra le parti, che a quanto pare non hanno portato a nulla, tanto che un paio di giorni fa è arrivata una e-mail con cui USB ha proclamato lo stato di agitazione tutto il personale INAF.
Come ricordato e ribadito anche da successivi chiarimenti non è necessario essere iscritti a USB e ha lo scopo di proteggere qualsiasi forma di protesta legata a questo tema che chiunque in INAF, singolarmente o in gruppo, porterà avanti nei prossimi mesi:
E' uno strumento concreto che ogni persona che lavora in INAF può utilizzare per protestare come ritiene opportuno rivendicando i propri diritti.
La realtà dei numeri
L'attacco del comunicato USB è piuttosto chiaro e senza equivoci:
In INAF operano 710 precarə: 401 a tempo determinato e 310 tra Assegnisti di Ricerca (AdR) e borsisti. A fronte di 1.195 dipendenti a tempo indeterminato, il dato è allarmante: il 37,5% del personale è precario. Più di una persona su tre in INAF non ha certezze sul proprio futuro. Secondo le ultime ricognizioni, il personale avente titolo alla stabilizzazione tramite Legge Madia è di 310 unità (200 Comma 1 e 110 Comma 2).
La verità è amara: anche l'applicazione integrale della Madia non basterebbe a risolvere il problema. Il precariato in INAF è strutturale. Senza un piano assunzionale serio che vada oltre l'emergenza, l'Ente continuerà a reggersi sullo sfruttamento di colleghe e colleghi a cui viene sistematicamente negata una prospettiva.
Oltre alle giuste osservazioni scritte qui sopra, vorrei anche sottolineare come anche i borsisti, cosa rara, sono inseriti nel computo dei precari. Se mi venissero contati anche quegli anni, avrei un'anzianità nell'ente che sfiora i dieci anni.
Il piano INAF
Essendo in qualche modo il cuore da cui è partita la proclamazione dello stato di agitazione, vi riporto tutta la parte dell'e-mail legata al piano di assunzione INAF, intervallata da un paio di miei commenti:
Mentre si attendeva l'emendamento (già bocciato una volta perché il MUR stava privilegiando le richieste di INFN e CNR sui PNRR), la Dirigenza INAF predisponeva un piano assunzionale offensivo.
Secondo il PIAO triennale 2025-2027, il CdA, compreso il Presidente, approvava solo 28 posizioni per Ricercatore e Tecnologo di III livello a tempo indeterminato (una per ciascuna delle 16 sedi e 12 per i "grandi progetti"), per una spesa di appena 1,6 milioni di euro. L'amministrazione giustifica l'impossibilità di assumere di più con la "mancanza di fondi", sostenendo di essere vicina al tetto della dotazione organica (1.214 posti). Sottolineiamo che la capacità assunzionale di un ente non si misura in dotazione organica ma in dotazione di spesa di cui INAF è ampiamente fornito (tabelle n.22-23 a pag. 122-123 del PTA 2025-2027)
Visti i numeri della sezione precedente, capite che non è nemmeno una pacca sulla spalla per togliere un granello di polvere; ma proseguiamo:
Questa narrazione è falsa. Dal bilancio di previsione 2024 e 2025 è evidente che la capacità assunzionale è molto alta. Poiché per legge l'Ente può spendere fino all'80% delle entrate correnti mediante negli ultimi 3 anni (art. 9 dlsg 218/2016). Dal Bilancio e dal PTA 2025-2026 è chiaro che questo rapporto è pari al 50%, esiste quindi un margine di manovra che ha come limite inferiore circa 19 milioni di euro. L'Ente ha i fondi consolidati e i margini normativi per stabilizzare gran parte del personale, ma sceglie deliberatamente di destinare tali risorse a quote di "sicurezza" o ad altri capitoli di spesa, mantenendo il numero di assunti di ruolo pressoché stabile nonostante l'esplosione dei precari. Un esempio? I 4,8 milioni di fondi premiali e i 55 milioni post-PNRR che verranno ancora una volta polverizzati in progetti a termine.
L'amministrazione potrà anche continuare a sbandierare la carenza di fondi, ma la verità è che l'INAF sceglie di alimentare il precariato con ogni sua mossa gestionale. Come ha detto recentemente la Presidenza dell'INAF in occasione della giornata della ricerca italiana nel mondo, sono i "bandi [PRIN] recentemente rafforzati dal MUR [che] confermano l'importanza di sostenere in modo continuativo la ricerca di base e la multidisciplinarietà".
La conclusione dell'USB è abbastanza in linea con l'esperienza che ogni precario INAF ha avuto nell'ente (e più in generale in qualsiasi ente di ricerca in Italia):
È evidente che secondo questa Direzione, sono i progetti che portano avanti la ricerca dell'Ente. Non le persone che ci lavorano.
Dietro questa scelta probabilmente c'è l'idea che anche se si perdessero quei quasi 40% di lavoratori, con i fondi per i progetti si recluterebbero facilmente nuovi precari pronti a portare avanti i progetti stessi, in una catena di successione che, però, si interrompe lì, lasciando la gente in uno stato di incertezza perenne.
Se il mondo della ricerca in Italia fosse realmente dinamico e non statico nella parte di assunzioni, e se esistesse un qualche principio di responsabilità all'interno di queste catene decisionali, alla fine da questa scelta l'INAF ci perderebbe molto di più, ma l'idea che noi precari difficilmente andremmo a finire in altri enti, proprio per le carenze strutturali del sistema (che comunque ci sono, non dobbiamo dimenticarlo), creando una vera forte concorrenza all'INAF stesso è anch'essa, secondo me, alla base di questo atteggiamento.
Di fatto se l'ente proponesse nuovi bandi precari, saremmo sempre noi a parteciparvi, e potremmo farlo grazie alle sponde nella politica (che sono sempre arrivate, come ci insegna la citata legge Madia) pronta a creare eccezioni per il mondo della ricerca per consentire di risolvere i problemi sui limiti temporali e di rinnovo.
Ci tengo, comunque, a sottolineare che il problema, in unltima analisi, non sono nemmeno i colleghi stabilizzati con cui lavoriamo ogni giorno, visto che quasi tutti hanno firmato una lettera di solidarietà alla Rete stabilizzandi INAF.
Concludendo
Non proseguo oltre con gli estratti, sarebbe troppo lungo. Vorrei solo concludere che in questi quasi dieci anni, dopo le ultime stabilizzazioni, è maturata in me la sensazione che in parte questa situazione si sia generata, per quanto in misura minore rispetto alle politiche nazionali e di ente, anche da una scarsa attenzione (o da un rilassamento, fate voi) da parte dei sindacati stessi: nell'ultima riunione sindacale cui ho partecipato hanno, infatti, sottolineato il successo dei soldi ottenuti per gli scatti di carriera avvenuti in questo stesso periodo e sono sembrati molto, a ben vedere anche troppo tranquilli sulla possibilità di arrivare alle stabilizzazioni dei precari in tempi relativamente brevi.
Date queste mie ultime considerazioni, non posso che essere lieto di questa sveglia, per quanto tardiva, arrivata almeno da USB. D'altra parte, per molti di noi, la sistuazione sta diventando un po' esasperante e questa azione è sicuramente ben accolta.

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