martedì 15 gennaio 2008

Papa sì, papa no

A parte i drammi sulla spazzatura campana, questi giorni sono pieni delle contestazioni romane alla decisione del Rettore della Sapienza di invitare il papa Benedetto XVI ad aprire l'anno accademico. La contestazione parte da una lettera del professor Cini (il link al testo più sotto), inviata pubblicamente al Rettore.
Innanzitutto, dal mio personale punto di vista, contesto il mancato invio privato della lettera stessa al Rettore (e per conoscenza ai presidi di facoltà e dipartimento), quindi mi sembra più che altro una lettera di contestazione politica, perché nonostante si possa essere d'accordo con il Cini stesso che un invito di tal genere ha senso in un'università in cui lo studio della teologia ha ancora un senso, senza dimenticare che la contestazione è preventiva e indipendente dai contenuti che papa Benedetto XVI avrebbe portato e fondati su interventi simili precedenti. Cini, poi, sembra dimenticare l'insegnamento tollerante di Voltaire secondo cui è giusto lottare affinché anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimere le proprie idee. Solo dopo si può iniziare la discussione su tesi differenti che non ci vedono d'accordo. Questa contestazione ha tanto il sapore di una guerra preventiva, un po' come quella di Bush in Iraq, fatta per evitare i danni che ci sarebbero potuti essere, e soprattutto dimenticandosi che la maggior parte dei politici italiani è cattolica, e quindi schierata (come si potrà vedere in queste ore) contro i contestatori.
Ripeto, prima di lasciarvi alle fonti, che è sempre meglio ascoltare e poi discutere le tesi di un intervento, piuttosto che impedire l'intervento stesso: mi sembra che le contestazioni di questi giorni debbano essere messe quasi sullo stesso piano del processo dell'Inquisizione ai danni di Galileo.
Passiamo agli atti ufficiali:

Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza. Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano.
In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato.

(dal sito di Repubblica)

A quel punto un po' di ricerche per la rete e trovo il testo dell'intervento di Parma di Ratzinger, o almeno la parte relativa al processo di Galileo:

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La crisi della fede nella scienza

tratto da Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, Paoline, Roma 1992, p. 76-79.

"Nell'ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall'uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile.

Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo.

Questo fatto, ancora poco considerato nel XVII secolo, venne -già nel secolo successivo- elevato a mito dell'illuminismo. Galileo appare come vittima di quell'oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. Bene e male sono separati con un taglio netto. Da una parte troviamo l'Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l'avversario della libertà e della conoscenza. Dall'altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo; ecco la forza del progresso e della liberazione dell'uomo dalle catene dell'ignoranza che lo mantengono impotente di fronte alla natura. La stella della Modernità brilla nella notte buia dell'oscuro Medioevo (1).

Secondo Bloch, il sistema eliocentrico -così come quello geocentrico- si fonda su presupposti indimostrabili. Tra questi, rivestirebbe un ruolo di primo piano l'affermazione dell'esistenza di uno spazio assoluto; opzione che tuttavia è stata poi cancellata dalla teoria della relatività. Egli scrive testualmente: «Dal momento che, con l'abolizione del presupposto di uno spazio vuoto e immobile, non si produce più alcun movimento verso di esso, ma soltanto un movimento relativo dei corpi tra loro, e poiché la misurazione di tale moto dipende dalla scelta del corpo assunto come punto di riferimento, così ?qualora la complessità dei calcoli risultanti non rendesse impraticabile l'ipotesi? adesso come allora si potrebbe supporre la terra fissa e il sole mobile» (2).

Curiosamente fu proprio Ernst Bloch, con il suo marxismo romantico, uno dei primi ad opporsi apertamente a tale mito, offrendo una nuova interpretazione dell'accaduto.
Il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo. Fin qui, Bloch espone solo una concezione moderna della scienza naturale. Sorprendente è invece la valutazione che egli ne trae:
«Una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica; tuttavia, esso ha il diritto di restar fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo» (3).

Se qui entrambe le sfere di conoscenza vengono ancora chiaramente differenziate fra loro sotto il profilo metodologico, riconoscendone sia i limiti che i rispettivi diritti, molto più drastico appare invece un giudizio sintetico del filosofo agnostico-scettico P. Feyerabend. Egli scrive:

«La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (4).

Dal punto di vista delle conseguenze concrete della svolta galileiana, infine, C. F. Von Weizsacker fa ancora un passo avanti, quando vede una «via direttissima» che conduce da Galileo alla bomba atomica.
Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?».

Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...]

Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica".

(1) Cfr. W. Brandmüller, Galilei und die Kirche oder das Recht auf Irrtum, Regensburg 1982.
(2) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920; Cfr F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 110.
(3) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920s.; F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 111.
(4) P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, FrankfurtM/Main 1976, 1983, p. 206.

© Copyright 1990-2008 - Libreria Editrice Vaticana

(dal Papa Ratzinger blog)
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1 commento:

  1. Gianluigi caro! Devi sapere che il caro Pastore Tedesco è pù prepotente e permaloso di un bambino dell' asilo.
    Vorrei proporti una questione....
    Se i cattolici credono nel libero arbitrio e quindi nella facoltà intellittiva personale di decidere et giudicare et criticare atque agire, perchè questo pallone gonfiato scrive encicliche "per orientare il pensiero dei fedeli in un' epoca di confusione mentale e spirituale"?
    Si crede un eccelso critico? ma se non è capace neanche di accettare e scusarsi per tutti i crimini ideologici compiuti dalla chiesa....
    Illuminami.

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