lunedì 27 giugno 2011

Astaroth

Come ricorderete, una settimana fa sono stato impegnato nel saggio di fine corso teatrale. E' dunque venuto il momento di raccontare più in dettaglio sullo spettacolo e soprattutto sulla parte che mi sono scelto. Partiamo,però, dall'inizio, anzi dalla sigla(1)!
Mia sorella si era iscritta a una associazione, l'Umanitaria (presente anche a Roma e Napoli) che organizza corsi diurni e serali per adulti, detti corsi del tempo libero. Si può scegliere tra molte discipline, o corsi, alcuni magari un po' strani come una qualche cucina etnica, o su cosmesi e quant'altro, ma in ogni caso in grado di coprire un po' tutti gli interessi possibili e immaginabili. Fattomi trascinare dall'entusiasmo di mia sorella, per questo anno scolastico appena concluso mi sono inscritto anche io, seguendo tra gli altri un corso di meditazione e soprattutto un corso di teatro.
Lo scorso anno il corso era costituito dalla scrittura e poi dalla messa in opera di una sceneggiatura teatrale. Quest'anno, invece, gli stessi insegnanti hanno deciso di andare su qualcosa di differente: far recitare a ciascun corsista un monologo tratto da un'opera teatrale. La difficoltà nel saggio finale, dunque, sarebbe stata rendere gradevole uno spettacolo che di fatto sarebbe stato un miscuglio di estratti senza alcun vero filo logico. La difficoltà nel corso, invece, è stata quella di apprendere quel minimo di basi che ci avrebbe resi credibili sul palco, che poi alla fine sono delle basi che potrebbero tornare utili anche nella vita quotidiana, anche solo per apprezzare in maniera differente i gesti semplici come camminare, mangiare, interagire con gli altri provando ad ascoltarli. Che tutto questo, alla fine, lo abbiamo compreso o meno, non saprei dirlo: mi piace pensarlo. In fondo non abbiamo fatto una cattiva figura sul palco e abbiamo anche preso gli applausi (facile, però, visto che in sala c'erano nostri invitati: non saprei, però, darvi un'ordine di grandezza né assoluto né percentuale), senza contare i complimenti degli insegnanti a fine spettacolo.
Vito Frino
E parliamo della fusione dei monologhi: erano stati avanzati due contesti, uno infernale, in cui alla fine mi sarebbero cadute sulle spalle un po' di responsabilità (che però, alla fine, mi sono preso comunque), e uno ospedaliero, da ospedale psichiatrico. Alla fine ha vinto quest'ultimo è l'idea dunque doveva essere quella di mettere in scena una serie di pazzi che si alternano e raccontano la loro storia. Alla fine, però, il contesto non credo si sia compreso molto. Personalmente ho avuto la sensazione che alla fine abbiamo fatto una sorta di ibrido, vista la presenza del fantasma di Canterville, di uno che si uccide nelle quinte e delle mie tre apparizioni sul palco da una parte e della presenza di una pazza e di una assassina dall'altra. In un certo senso, se proprio vogliamo trovare una chiave di lettura allo spettacolo, semplicemente ha raccontato le sfumature, o almeno alcune sfumature dell'animo umano, con le paure, le preoccupazioni, le follie e i divertimenti che lo compongono. E in fondo anche il corso stesso ha cercato di insegnarci a riconoscere e vivere al meglio queste sfumature, possibilmente senza inibirle per pura convenzione. In fondo è una lezione importante che viene forse dal mondo che, fino a che non si attraversa la linea del palco, si intende come il regno della finzione. Un po' lo è, certo. Però è anche una scuola per essere in fondo un po' più sinceri e onesti soprattutto con se stessi.
Gianluigi Filippelli
Bando, però, alle filosofie, vediamo un po' se mi riesce ora, in questa seconda parte, di raccontare la mia parte. Ho scelto, alla fine, di prendere alcuni estratti da Astaroth di Stefano Benni, opera che non è mai stata rappresentata e che non lo può essere considerata nemmeno in questo caso, visto che non l'abbiamo fatta tutta. Nella storia del demone, questi si trova come uno dei tanti gradini che bisogna percorrere per passare tra laldiqua e laldilà. E' in particolare colui che assegna la destinazione delle anime morte. La sua storia inizia con questo primo spezzone:
Un altro giorno senza sole e senza luna, senza il colore di una stagione, senza neve e senza grilli, solo fumo e cenere, e una strada di pietra di cui io sono uno scalino. Sotto, laggiù, un ingorgo di anime affaticate e stanche, e poi una stretta porta, e dietro questa un nuovo ingorgo di pietra che li attende. E io, Astaroth, da mille anni sto qua e giudico. E sono stanco di questo.
Considerate che questo primo spezzone viene dopo un passo di Novecento, con il quale abbiamo iniziato, quello quando Novecento spiega cosa ha visto fuori affacciandosi dalla scaletta della nave e perché non può scendere da questa (in un certo senso un monologo che cerca di definire i limiti umani, quegli stessi limiti che come personaggio/diavolo e come scienziato cerco sempre più che di superare quanto meno di portare un po' più in là), spezzato in due parti in mezzo alle quali sta la bella innamorata di uno più giovane di lei, e poi preceduto, io Astaroth, anche dall'ubriaca che gioca, anche lei, con un ragazzino venuto a prendere la rata del Globe, il giornale (solo che il fattorino non c'era nello spettacolo e si è inventato il gioco iniziale di una sbornia da cui uscire, per poi passare a una blanda interazione con gli altri presenti sul palco).
Detto questo, immagino siano evidenti i riferimenti alla famosa scala verso il paradiso, cantata anche in un ancora più famoso pezzo dei Led Zeppelin:
Ci sono poi i primi riferimenti al tempo, un tema che ricorrerà per tutta l'opera, un tempo che finisce forse troppo tardi forse troppo tempo per degli umani che rimpiangono sempre l'eternità. Un'eternità che pesa sulle spalle di Astaroth, come si intuisce dalla battuta conclusiva della mia prima parte, forse più che per l'eternità in se che non per la ripetitività del suo giudicare le anime.
E poi c'è una gabbia dentro cui tutti, dai mortali agli immortali, sembrano rinchiusi, la gabbia dei ruoli:
Ma giudicare e dare premi e salvazioni e condanne e roghi sembra essere il motivo perché tutto questo è stato fatto, cieli incolpevoli e puri lassùe palude dannata quaggiù, e il gran formicaio sulla terra che pensa a noi confuso, sento i loro pensieri riempire l'aria e raggiungerci: "ci sarà qualcosa lassù?", "sarà simile a noi?", "sarà meglio di noi?", "e cosa ci sarà dopo?" ... Quanto dolore ha causato inventare questo sguardo che vi sovrasta. Quanto "domani" ha ucciso quel "dopo". Quanta noia e inutilità e delitti e rinunce prima, aspettando un "dopo" che metta tutto in fila, che dia a tutti un senso, alunni di una scuola miserabile che la maestra libera di colpo in una strada oscura dopo averli non confortati ma spaventati e torturati.
E qui esco ridendo e ripetendo almeno un'altra volta, se non ricordo male, la parola torturati.
D'altra parte nello spezzone c'è molto di più del tentativo di rompere con i ruoli, con i cliché (scritto bene?), e anche tra la mia prima parte e questa seconda c'è altro, come la vedova che si scaglia contro il suo amante, reo di averla fatta allontanare dal marito nel frattempo morto; o come l'assassina di cui sopra chiusa in prigione in un eterno aggirarsi tra tanti piccoli compiti, che però l'hanno allontanata da ciò cui il mondo esterno la costringeva, dandole veramente la sensazione di essere libera; o poi ecco la signorina che leggera come una farfallina saltella di fiore (maschio) in fiore (maschio) raccontando le gioie del rapporto intimo con i fiori profumati, sempre i maschi delle parentesi, che poi ce n'erano soltanto due in scena, perché il terzo si è ritirato all'ultimo e il quarto sarebbe entrato in scena urlando, arma in pugno, pronto a cercare tale Brett per ucciderlo non prima di aver recitato un sermone; il nostro, però, uscirà verso le quinte disperato uccidendosi con un colpo di pistola per poi essere sostituito dal fantasma di Canterville, che però a un certo punto mi farà pensare più a Peter Pan verso la fine dell'interpretazione.
Alessandra Izzo
E in fondo tutti questi spezzoni, come un po' tutti gli altri, rappresentano dei ruoli, delle scatole, delle vie che ci creiamo forse per sopravvivere al grande formicaio (una rappresentazione molto kingiana mi verrebbe da dire). E così, dopo il secondo Astaroth che urla e strepita rabbioso, abbiamo una nuova rappresentazione di ruoli prefissati, chiusi nelle loro manie e insicurezze, in un certo senso, come la ragazza laureata e intelligente che si prepara per l'appuntamento con il suo bello alternando stati di insicurezza a momenti da femme fatale (ho scritto giusto anche questo?) a momenti di puro isterismo; e poi la pazza, impazzita per la morte del marito, impazzita per la ribellione al cliché, al ruolo precostituito cui il suo uomo non è riuscito a piegarsi, l'unica esplicitamente pazza, impazzita forse perché non è stato solo il ruolo a finire spezzato, ma anche la sua anima, quella che si nutriva della speranza. E senza speranza, in un certo senso, è anche la signora vicario, penultima anima a calcare la scena, che racconta le peripezie di una vita passata accanto a uomini che fanno del cliché, dell'apparenza e della rispettabilità una cornice alla quale bisogna inevitabilmente aderire per sperare di sopravvivere, anche a costo di rovinarsi la vita. Anche la signora vicario è in un certo senso spezzata, tra la vita che vorrebbe, quella che fa e quella che il marito crede che faccia. E vedere lo spettacolo come una ribellione ai ruoli, un tentativo di cercare quello che di più intimo e nascosto c'è in noi, è in un certo senso la chiave che ho usato per scardinare il personaggio, e andare contro una lezione che aleggiava per tutto il corso:
E' più facile togliere che non aggiungere
Ho cercato di fare il contrario (e forse ci sono anche riuscito, chissà), avendo bene in mente, nelle ultime settimane, il personaggio di Jack Skeleton:
Mi era stato consigliato Belfagor e simili per trovare un aiuto per Astaroth, ma alla fine Jack, uno dei personaggi a me più cari per uno dei miei film in assoluto preferiti, è forse stato il faro vero e proprio che mia anche dato la forza di chiudere lo spettacolo. Perché in realtà lo spettacolo avrebbe dovuto chiuderlo un altro, con il pezzo finale di Novecento, ma poi il carattere ha vinto, la paura del palco e della folla, quella che invece ho cercato di affrontare, di prendere di petto con il rimontaggio della parte conclusiva di Astaroth:
Il patto è rotto. Ho parlato. Ho disobbedito ancora. Che io creda o non creda, che sia creatura vera o immaginaria, tra Dio e gli uomini sceglierò sempre gli uomini, come già ho fatto una volta. Non sono io ad aver diviso e spezzato. Io ho visto l'unione tra cielo e terra, io ho visto l'infinita varietà meravigliosa, per questo sono stato cacciato la prima volta, per questo soffro e sono dannato ma non voglio più giudicare. Giudicate voi, dal più alto degli scranni celesti. (...) Giudicate e continuate a uccidere e potrete giudicare ancora.
Da una parte spezzare con il ruolo. Dall'altra cercare l'unità. E in fondo il ruolo spezza e separa noi da noi stessi e dal mondo. E ci impedisce di vedere l'infinita varietà meravigliosa, quella che si può vedere solo sedendosi sul seggiolino di Dio, in una chiusura ideale del cerchio tra il primo monologo e quest'ultimo spezzone. E mentre recitavo questo pezzo, avevo in mente WMAP e Planck con le loro immagini sui primissimi istanti dell'universo, dove sono fotografate quelle piccolissime non-uniformità che probabilmente sono alla base della formazione delle galassie. In un certo senso è proprio la conoscenza di noi stessi e del mondo la chiave per rompere sui ruoli, per smettere di giudicare.
Dopo tutto questo filosofeggiare, però, ecco il teatro fatto sul palco, con il video di quest'ultima interpretazione. Potrete così vedermi per poco all'opera, potrete confrontare le variazioni sul testo che ho apportato, potrete... giudicare!
(1) In fondo Psycho Circus, tratto dall'omonimo, stupendo album dei Kiss, è perfetta per introdurre il post dedicato al saggio teatrale!

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