domenica 26 maggio 2019

Topolino #3313: La scelta migliore è scomparire

Forse per via dell'attesa Topolino #3313 è risultato una parziale delusione un po' in tutte le storie del sommario. Questa settimana, non solo per festeggiare il towel day ma anche a causa degli impegni alla Altec, le consuete recensioni qui su DropSea e sul Cappellaio Matto vengono entrambe pubblicate di domenica. Per cui restate sintonizzati per la recensione del terzo episodio de Il grande gioco geniale. Nell'attesa leggete l'esame, forse puntiglioso, della storia, in due parti, che a quanto pare pone fine alla serie Sezione scomparsi.
Tutta questione di dettagli
L'ultima avventura della serie ideata da Giorgio Salati, pur restando fedele alle atmosfere da serial televisivo poliziesco impostate dallo sceneggiatore, risulta deludente e lascia la sensazione di essere stata scritta piuttosto male. Le perplessità iniziano sin da subito quando il commissario Basettoni avvisa la moglie Petulia che farà tardi, ma non attraverso una semplice telefonata, ma con una videochiamata sul portatile della moglie. Premettendo che tale mezzo di chiamata mi sembra comunque poco usato anche dai ragazzini, risulta abbastanza poco credibile immaginare Petulia una nerd così sfegatata da portarsi il portatile in cucina mentre spadella tra i fornelli, inoltre la brava moglie viene forzatamente utilizzata per introdurre delle gag che, al massimo, lasciano la sensazione di essere di fronte all'ennesimo personaggio femminile idiota e superficiale. Il principale interesse di Petulia, moglie di un poliziotto, è quello di portare la zuppa di cipolle o il piatto di spaghetti al marito, senza preoccuparsi della sua scomparsa né quando questi torna a casa, né quando il rapimento di Basettoni diventa di dominio pubblico grazie alla televisione: Petulia si rivela, così, molto superficiale e sarebbe stato molto più interessante provare a metterla nel panico o a mostrare i motivi per mantenersi calma e tranquilla.
Altro dettaglio che nel complesso risulta fuori posto è la trasformazione di termini come internet e bluetooth in toponet e bluefoot di fronte ad altri che mantengono le loro espressioni usuali, come smartphone e gps. Il senso umoristico delle prime trasformazioni viene così perso dall'affiancamento dei termini usuali: né internetbluetooth hanno una qualche valenza commerciale e sono termini entrati nell'uso comune e dunque, se uno sceneggiatore vuole storpiare le denominazioni in questo caso tecnologiche, sarebbe più efficace farlo con tutte anziché lasciarne alcune intatte.
Se quella di prima è una considerazione abbastanza generica, quella che segue è più dettagliata, anche se sempre di ordine tecnologico. Nel corso della storia, infatti, scopriamo che Rock Sassi non sa cosa sia una sim. E qui la storia si fa interessante: se non sa cosa sia tale oggetto, come faceva a utilizzare anche solo il cellulare in precedenza? Il fatto grave della faccenda è che proprio su questo punto si pone buona parte della risoluzione positiva del rapimento di Basettoni. La scoperta del luogo del rapimento è sicuramente casuale, come spesso avviene nella realtà, ma sembra anche che manchi un passaggio, visto che non sembra logicamente legata alla scena che la precede. Inoltre risulta abbastanza incredibile come nel finale il rapitore, per quanto armato, riesca ad avere ragione di ben tre poliziotti più o meno della sua stessa stazza, in particolare Rock Sassi.
Ciliegina sulla torta (anche in negativo) sono i disegni di Francesco D'Ippolito. Precisi, dettagliati e con il giusto tratto noir, aumentano nel complesso la sensazione di essere di fronte a una storia non ben congegnata, e non solo per il lettore esperto di genere (a metà della prima parte il finale mi era già abbastanza chiaro, a grandi linee almeno). Intanto la rappresentazione classica di Petulia stride con i suoi attributi nerd all'inizio ed enfatizza l'idiozia e la superficialità del personaggio nelle sue poche apparizioni successive. Inoltre la rappresentazione dettagliata in particolare di Sara rende disturbante la presenza del nasino canino. Anche le sue posizioni sulla sedia hanno qualcosa di innaturale, mentre l'espressione nella seconda vignetta della quarta pagina esprime un sentimento esattamente opposto a quanto mostrato nell'onomatopea che le viene messa in bocca. Il cappellino, infine, non sembra avere requie, ora apparentemente ben calato sulla testa, ora prossimo a cadere a terra, ora eccessivamente piccolo posato, peraltro, su una testa per lo più sproporzionata rispetto al resto del corpo snello e scattante.
Dietro la maschera non è tutta da buttare e di elementi interessanti sia sul lato scrittura sia su quello disegno ce ne sono, ma per quel che mi riguarda scompaiono di fronte a quanto scritto qui sopra, visto che hanno contribuito a rendermi difficoltosa e poco piacevole la lettura della storia.
Storie di Paperone
Di diverso tenore sono, invece, i piccoli difetti ne Il ramo petrolifero scritta dal decano Bruno Sarda per i disegni di Andrea Lucci. La storia ha un impianto reso classico da Don Rosa e prima ancora da Guido Martina: Paperone racconta ai nipotini un episodio del suo passato. In questo caso si mette alla ricerca di un rametto da rabdomante che la leggenda narra essere in grado di trovare il petrolio.
La storia procede, così, in maniera abbastanza classica come la tipica ricerca di un tesoro perduto seguendo delle labili tracce con tanto di morale finale. Tutto sommato gradevole, anche se un po' deludente per via dell'efficacia del rampetto da rabdomante (speravo non funzionasse!), trova le uniche perplessità proprio nei disegni. Non tanto per qualche errore particolare o per uno stile non piacevole, ma per due dettagli. Innanzitutto l'aspetto del Paperone del passato, che non è molto diverso da quello del presente a parte per il colbacco in testa in pieno deserto: non sembra un pioniere ma un finanziere finito per caso nel vecchio west! Inoltre, durante le sue peregrinazioni nel deserto, Paperone si imbatte in un distributore automatico di bibite (un miraggio). In questo non ci sarebbe nulla di male, visto che il distrubitore automatico venne inventato nel 1883 da Percival Everitt, ma presenta un design molto moderno che non sembra fosse già diffuso all'epoca presumibile della vicenda.
Contro i fanatici seriali
Per strano che possa sembrare, la seconda storia migliore dell'albo alla fine risulta L'invasione degli orsi alieni mutanti, avventura di media lunghezza di Valentina Camerini e Alberto Lavoradori. La combinazione del soggetto della Camerini, sviluppato in maniera dinamica e senza respiro, con i disegni "squadrati" di Lavoradori risulta alla fine vincente, riuscendo in maniera efficace a fornire una satira divertente dell'eccessivo interesse nei confronti di serial televisivi lunghi come le classiche telenovela e dei loro fan, per lo più fissati sullo spoiler più che sulla qualità generale della serie, dimenticandosi il classico detto che più della meta è importante il viaggio.

1 commento:

  1. Letta la tua recensione. Bella e accolgo le critiche che a tratti condivido rivedendo anche io la storia ad un paio d'anni di distanza dalla consegna.
    Grazie per l'attenta analisi.
    Francesco

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