
Il mondo del futuro fin troppo prossimo immaginato da Arpaia, infatti, vede il cambiamento climatico che ha travolto senza possibilità di scampo il genere umano. L'aumento delle temperature medie sulla superficie del pianeta ha reso difficile la sopravvivenza di un po' tutti, a parte quei pochi privilegiati che vivono o sono riusciti a spostarsi per tempo nelle zone più prossime ai poli terrestri.
La scarsità sempre maggiore delle risorse e il razionamento dell'acqua, infatti, ha esacerbato le poltiche di ogni stato-nazione della Terra, che si è spostato inesorabilmente sempre più a "destra". Scontri di religione, politiche contro gli immigrati e i non-nativi, istituzioni che, impotenti, semplicemente si ritirano rinunciando a esercitare persino quel controllo che era il pane su cui alimentavano il loro stesso potere.
In questo mondo in cui la società umana si è avvicinata di un altro passo verso la sua fine, Arpaia descrive il "viaggio della speranza" di un gruppo di disperati che come gli immigrati dei nostri tempi paga una società privata per essere scortati tra i pericoli degli "sciacalli" che incontrano lungo la strada fino in Scandinavia, dove le temperature sono molto più miti, come il Mediterraneo di qualche tempo prima.
E' inevitabile il confronto con Il mondo sommerso di J.G. Ballard. A fronte delle differenze (una carovana di civili per Arpaia contro una spedizione scientifica/militare per Ballard; un racconto plausibilmente realistico per Arpaia contro una storia intimista ed estremamente psicologica per Ballard), i due romanzi hanno in comune il tema del clima e dell'aumento delle temperature, sebbene per Ballard la catastrofe delle temperature è avvenuta per via di un'alterazione del campo magnetico terrestre dovuto a cause solari.
D'altra parte in molte scene Livio ricorda e non poco il protagonista di Barbagrigia di Brian Aldiss. E anche la regressione della società umana ricorda molto di più il mondo apocalittico di Aldiss, o anche quello di Morte dell'erba di John Christopher, rispetto a quello di Ballard.
Per me, poi, è stato anche abbastanza automatico confrontare Qualcosa, là fuori con Caravan, maxiserie a fumetti della Bonelli scritta da Michele Medda pubblicata in 12 numeri a partire dal giugno 2009 e successivamente ristampata nel 2016 in due corposi omnibus. In questo caso il confronto è più stilistico che contenutistico, visto che l'opera scritta da Medda ha ben poco a che fare con la climate fiction. E qui forse emerge l'elemento più debole del romanzo di Arpaia: la narrazione di Medda, infatti, pur avendo un paio di protagonisti ben presenti, è corale, mentre Arpaia, pur presentando diversi personaggi, alla fine è concentrato intorno a Livio, al suo presente e al suo passato.
Ovviamente è un po' come cercare il pelo nell'uovo, quel punto debole in un romanzo che comunque funziona ed è ben congegnato. Arpaia, infatti, riesce a mescolare all'interno del racconto romanzato anche sprazzi di divulgazione scientifica sul tema del cambiamento climatico, inserendosi così in una tradizione ben consolidata e che ha i suoi capostipiti in Edgar Allan Poe e Jules Verne.
C'è da dire, e forse questo è il difetto più "grave", che andando avanto con la lettura si resta più coinvolti con la storia del Livio del "passato" che non con quella del Livio del "presente", ma questo potrebbe anche essere un effetto voluto dallo scrittore, visto che quel "passato" risulta più vivo, per quanto disperato, dello sconfortante "presente". Un "presente" che rischia di essere un futuro fin troppo vicino a realizzarsi.
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