Stomachion

giovedì 27 agosto 2026

Rompicapi di Alice: Il cambio di giorno

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Come avevo anticipato nella soluzione del terzo rompicapo contenuto nel nodo 10 di A tangled tale di Lewis Carroll, il rompicapo centrale di quel decimo nodo sarebbe stato l'ultimo di questa lunga serie. La soluzione di questo rompicapo, però, ve la fornirò (o proverò a fornirvela) direttamente in questo post. Per definire il problema, però, andiamo a leggere il dialogo tra Balbus, Lambert e Hugh che avviene all'incirca a metà del racconto:
«Bene, ora, supponiamo che qui a Chelsea sia mezzanotte. Allora è mercoledì a ovest di Chelsea (diciamo in Irlanda o in America), dove la mezzanotte non è ancora arrivata; ed è giovedì a est di Chelsea (diciamo in Germania o in Russia), dove la mezzanotte è appena passata?»
«Certamente», ripeté Balbus. Persino Lambert annuì questa volta.
«Ma non è mezzanotte da nessun'altra parte; quindi non può esserci un cambio di giorno da un'altra parte. Eppure, se in Irlanda, in America e così via lo chiamano mercoledì, e in Germania, in Russia e così via lo chiamano giovedì, ci deve essere un posto – non Chelsea – dove i giorni sono diversi ai due lati. E il peggio è che le persone lì hanno i giorni nell'ordine sbagliato: hanno mercoledì a est e giovedì a ovest, proprio come se il loro giorno fosse cambiato da giovedì a mercoledì!»
«Ho già sentito questo enigma!» esclamò Lambert. «E vi spiego. Quando una nave fa il giro del mondo da est a ovest, sappiamo che perde un giorno nel suo conteggio: così, quando torna a casa e chiama quel giorno mercoledì, qui la gente lo chiama giovedì, perché abbiamo avuto una mezzanotte in più rispetto alla nave. E quando si fa il giro inverso si guadagna un giorno.»
«Lo so già», disse Hugh, in risposta a questa spiegazione non proprio chiara: «ma non mi è di aiuto, perché la nave non ha giorni veri e propri. In un senso si hanno più di ventiquattro ore al giorno, nell'altro meno: quindi ovviamente i nomi si sbagliano: ma le persone che vivono in un posto hanno sempre ventiquattro ore al giorno.»
«Suppongo che un posto del genere esista», disse Balbus pensieroso, «anche se non ne ho mai sentito parlare. E la gente deve trovare molto strano, come dice Hugh, avere il vecchio giorno a est e il nuovo a ovest: perché, quando arriva la mezzanotte, con il nuovo giorno davanti e quello vecchio alle spalle, non si vede esattamente cosa succede. Devo rifletterci su.»

Tutta mia la città: Il sole dopo le nuvole

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Mia sorella, all'inizio di questa settimana, è rientrata dalle sue ferie. Una parte di me si aspettava che al contempo le persone in giro per la città sarebbero aumentate considerevolmente, e invece, nonostante un aumento dei lavoratori in giro per le strade e sui mezzi, la città resta ancora sostanzialmente vuota.
Forse è un effetto degli orari che sto facendo in questo periodo, che mi portano a vivere Brera mentre ancora è un po' sonnacchiosa, con i locali che stanno iniziando le attività, magari in attesa dei fornitori (che se arrivi all'orario "giusto" ti rompono le scatole pur essendo un pedone...).
Nel frattempo, negli ultimi giorni, venerdì scorso in particolare, ha piovuto, l'aria si è rinfrescata e mi sono reso conto quanto mi pesava andare in ufficio ogni giorno. Effetto, peraltro, enfatizzato dal lungo periodo in cui, tornando a casa, constatavo di averla tutta per me (cosa che alla distanza non è esattamente piacevole).
E così sono qui, che scrivo queste considerazioni, pensando alla foto che ho scattato proprio venerdì, dopo la giornata di pioggia, mentre andavo in via Paolo Sarpi per svagare il cervello, che mostra il Sole che spunta tra le nuvole.
Tra l'altro questa via, che insieme con via Canonica presenta la più alta concentrazione milanese della comunità cinese cittadina, non è apparsa minimamente colpita dal calo agostano di persone in giro. E a parte per qualche locale chiuso per ferie (o per le temperature: per esposizione è una delle steade più calde di Milano), non sembrava per nulla di essere in agosto a Milano!
Attraversarla, dunque, è stato un modo per "prendere aria", ma anche per vedere un po' più di persone in giro.
E in ogni caso qualunque accostamento tra ciò con cui ho iniziato questo post e la sua foto d'apertura non è per nulla casuale!

mercoledì 26 agosto 2026

I'm going home

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Cause I've seen blue skies, through the tears
In my eyes
And I realise.. I'm going home.

Salviamo Rai Scuola dalla chiusura

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Rai Scuola rischia la chiusura: firma la petizione per provare a salvarla.
Tra il 1960 e il 1968 la Rai mandò in onda un programma televisivo ancora oggi spesso citat: Non è mai troppo tardi. Condotto da Alberto Manzi e realizzato in collaborazione con il Ministero dell'istruzione, aveva un sottotitolo che ben ne identificava gli obiettivi: Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta.
Manzi, che curò anche i contenuti del programma insieme con Oreste Gasperini e Carlo Piantoni, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale aveva intrapreso la carriera di insegnante, peraltro in un contesto ancora oggi ritenuti difficile: un carcere. In particolare in un'intervista del 1997 rilasciata a Roberto Farné disse:
Soprattutto dopo l'esperienza della guerra, l'idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi, (...) rinnovare un po' la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano.
Il programma ebbe un impatto non trascurabile, anche se sembra non quantificato, sull'alfabetizzazione in Italia. Consideriamo che in molti paesi sperduti dell'Italia dell'epoca, nonostante le difficoltà, il televisore era entrato nelle case delle famiglie italiane, mentre gli istituti scolastici non avevano una presenza altrettanto capillare. Senza contare il fattore psicologico, legato al dover in qualche modo ritornare sui banchi di scuola insieme ai propri figli.
Questa prima esperienza di fatto diede il via a quella che è oggi nota come Rai Cultura, struttura della Rai che si occupa delle attività culturali ed educative sin dal 1975, quando venne istituito per legge come Dipartimento Scuola Educazione.
Nel 1997 il Dipartimento vara il canale satellitare RaiSat 3 - Enciclopedia, successivamente rinominato (o sostituito da) Rai Educational Sat, al quale, nel 2000, venne affiancato Rai Lab, dedicato a corsi di formazione a distanza (ricordo che, per curiosità, ne seguii un paio, visto che a notte fonda venivano trasmessi sui canali in chiaro). I due canali divennero poi Rai Edu 1 e Rai Edu 2 e nel 2009 vennero rinominati rispettivamente Rai Scuola e Rai Storia.
Nel corso di questi ultimi 15 anni Rai Scuola ha prodotto diversi programmi interessanti, dedicati a varie discipline, anche un po' trascurate come la filosofia o l'economia, senza dimenticare la divulgazione vera e propria. Inoltre nel periodo del covid, sempre con il supporto del Ministero dell'istruzione, è diventato, in un afascia oraria prestabilita, una sorta di aula virtuale a disposizione degli studenti costretti a casa dalle restrizioni dovute alla pandemia.
Il ruolo di Rai Scuola, dunque, è stato importante all'interno della società italiana, e questo nonostante riscontri d'ascolto decisamente di nicchia (non ha mai superato lo 0.14% di media annuale). Eppure la Rai, nonostante questa storia decennale, iniziata peraltro proprio con la tv in chiaro, ha oggi deciso di riportare in vita la linea editoriale che fu di Yes Italia, canale diretto da Osvaldo Bevilacqua tra il 2009 e il 2012, con un nuovo canale, Italiana, in onda dall'1 ottobre 2026, che però non si andrà ad aggiungere all'offerta generale, ma andrà a sostituire Rai Scuola, che dunque chiuderà la sua esperienza. Ponendo in qualche modo fine anche all'esperienza didattica della Rai (che sarebbe, per ora, tenuta in piedi solo da Rai Storia, ma vista l'aria che tira, potrebbe anch'esso fare la stessa fine: non dimentichiamo che già nel 2020 venne ventilata la sua chiusura).
Su Change.org è presente una petizione per invitare la Rai a tornare indietro sulla sua decisione. E' stato già fatto con Rai Storia: proviamo a ripetere quel successo!
La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte!

martedì 25 agosto 2026

Le streghe di Kiev

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Con la raccolta di racconti Le streghe di Kiev (titlo anche del secondo racconto della raccolta) ABEditore porta in Italia Orest Michajlovic Somov, scrittore ucraino di storie popolari dell'orrore, o gotiche per dirla in maniera più precisa.
Le storie, 10 in tutto, esplorano, con il piglio del racconto popolare, diversi miti e situazioni del genere, dalle streghe del titolo, ai fantasmi, ai licantropi e altri mostri più o meno inquietanti e letali della cultura popolare ucraina. Il tutto mescolato con un pizzico di romanticismo, una certa dose di teatralità e anche (in un paio di racconti) un po' di ironia, che non guasta.
Un ottimo modo per scoprire (o riscoprire) una tradizione letteraria un po' trascurata.

domenica 23 agosto 2026

Topolino #3691: La minaccia del mantello nero


Si conclude Quattronote in nero, storia inquietante di Marco Nucci e Casty che riporta sulle pagine di Topolino il loro Macchia Nera, un personaggio oscuro e inquietante potenziato, come sappiamo, diverso tempo fa da alcuni "regali" del misterioso Dottor Piuma.
La sfida, impreziosita da alcune pagine di grandissima qualità realizzate da Casty e dalla sua inchiostratrice Michela Frare, sembra concludersi conuna vittoria scontata di Topolino, ma in realtà lascia aperte alcune questioni che probabilmente verranno affrontate (se non risolte) nella prossima saga, forse la già annunciata La notte bianca dell'uomo nero. Una di queste è il paradosso temporale lasciato, per ora, irrisolto. E c'è, poi, un'altra questione che sembra emergere tra le.pieghe della storia sulla vera natura del nuovo mantello di Macchia Nera: è davvero quest'ultimo a controllarlo? O è il contrario?
Lasciando queste domande a una possibile risoluzione futura, passiamo alla storia d'apertura del numero, Mezzi pubblici emezze verità di Corrado Mastantuono. Come sempre con le.storie della serie Papersera news, al netto delle poche gag, la storia è una piccola lezione di buon giornalismo.

sabato 22 agosto 2026

Absolute Superman: L'ultima polvere di Krypton

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Dopo il primo volume dell'Absolute Universe dedicato a Batman, arriva anche quello dedicato all'Absolute Superman di Jason Aaron e Rafa Sandoval, L'ultima polvere di Krypton.
Supereroe operaio
Come avevo già sottolineato nella recensione cumulativa dei primi tre numeri 1, il Superman di Aaron è un eroe della working class, e lo è innanzitutto in virtù dei suoi natali kryptoniani.
A differenza delle origini classiche, Kal El è il figlio di due appartenenti alla classe operaia, due geniali scienziati caduti in disgrazia poiché, come nella storia originaria, il padre di Kal, Jor El, ha cercato di mettere sull'avvisto la casta scientifica dell'imminente distruzione del pianeta. Aaron, in questo caso, lascia intendere, senza mai renderlo esplicito, che tale distruzione sia causata dall'eccessivo sfruttamento del pianeta da parte dei kryptoniani. In questo l'esperto sceneggiatore crea un ancor più esplicito parallellismo con il nostro pianeta, che si completa quando si scopre come le caste al comando di Krypton hanno deciso di svolgere l'evacuazione. Non credo di dover aggiungere altro.
Superman, dunque, dotato di un costume intelligente progettato e costruito dalla madre Lara, una volta giunto sulla Terra non può fare altro che diventare il difensore delle fasce più deboli della popolazione, quelle che vengono sfruttate per un tozzo di pane, quando va bene. In questo senso è emblematica la scena di apertura del quarto capitolo quando Lois Lane pone una serie di domande ad alcuni operai sparsi in giro per il mondo e che sono stati aiutati proprio da Superman.
Le risposte di ciascuno di questi caratteristi sono emblematiche e indicano Superman come il combattente contro le elite mondiali, rappresentate in questa Terra Absolute dalla multinazionale Lazarus.

giovedì 20 agosto 2026

Tutta mia la città: Qui un tempo era tutta campagna

Proseguo la serie iniziata con "Sopra i tetti di Brera".
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La tipica frase che si dice più per la nostalgia dei tempi andati che per un vero intento letterale, in effetti è vera un po' per tutti i luoghi della Terra, se consideriamo la storia pre-umana, ma ha un particolare valore per il quartiere di Brera e soprattutto per la zona intorno al Palazzo Brera.
Il termine brera, infatti, deriva dal longobardo braida e venne utilizzato nel medioevo per indicare un "campo o un terreno in prossimità dell'abitato" o una "terra chiusa". In particolare come terreno fu acquistato nel 1198 da alcuni frati dell'ordine degli umiliati (che peraltro venne ufficialmente riconosciuto solo alcuni anni più tardi, nel 1201), per costruirvi un monastero, nonché il luogo dove gestire i loro affari (principalmente la lavorazione della lana).
Quando Pio V abolì l'ordine nel 1571, l'intera struttura venne assegnata ai gesuiti con il compito di realizzare al suo interno un'istituzione dedicata all'istruzione.
L'intero edificio venne ricostruito: i lavori iniziarono nel 1591, ma ci vollero ben più di mezzo secolo per portarli a termine. La prima istituzione scientifica a essere presente nel palazzo fu un osservatorio astronomico, attivo sin dal 1760, mentre la prima specola astronomica venne realizzata tra il 1764 e il 1765 grazie a Ruggero Boscovich, che può quindi essere considerato come il fondatore dell'Osservatorio Astronomico di Brera.