Il termine
climate fiction è stato coniato per la prima volta dal giornalista e attivista ambientalista
Dan Bloom tra il 2007 e il 2008. A partire da quel punto, molti romanzi sono stati classificati come
cli-fi in maniera retroattiva, includendo anche romanzi di un autore classico come
Jules Verne. Tra gli autori del XX secolo uno degli esempi più fulgidi di
climate fiction quando ancora di
climate fiction non si parlava c'è sicuramente
James Graham Ballard. Un romanzo come
Il mondo sommerso (o, in parte, anche
Foresta di cristallo) anticipa il tema dei cambiamenti climatici: il romanzo, infatti, è datato 1962, quando in effetti l'idea che il clima della Terra avrebbe avuto un aumento di temperature era ancora in discussione solo in ristretti ambienti di ricerca.
Ballard, in altri romanzi, si occupò anche di altri cambiamenti climatici sulla Terra, ma sostanzialmente queste modifiche al clima sono spiegabili senza l'intervento umano, come appunto ne
Il mondo sommerso dove è un'imprevisto aumento dell'attività solare a tropicalizzare gradualmente tutta la superficie del pianeta. Invece in
Terra bruciata il cambiamento climatico è dovuto proprio alle attività umane. In particolare Ballard immagina che la plastica che abbiamo gettato nei mari e negli oceani ha avuto una reazione imprevista generando una sottilissima micro-pellicola che ne impedisce l'evaporazione. E non c'è alcun intervento umano che riesca a impedire a questa pellicola di riformarsi quando viene rotta.