Spero non vi offenderete per l'accostamento nel finale della recensione, ma sento che è importante e va considerato d'ispirazione, soprattutto in un momento particolare come questo!
Il 1987 fu uno degli anni più importanti per il fumetto, con l'uscita di molte opere di un certo spessore. Cito le stesse tre presenti nell'introduzione di Paul Gravett(2): Maus di Spiegelman, lungo romanzo a fumetti sulla seconda guerra mondiale; Dark Knight di Frank Miller, uno degli autori di maggior successo del periodo grazie alle sue interpretazioni di Devil sulla sua serie regolare e di Batman su Year One; Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.
In particolare Moore, tra gli sceneggiatori, era in quel momento il principale punto di riferimento, grazie a opere come la serie Swamp Thing, ereditata da Len Wein, creatore del personaggio, o alle incredibili storie di Capitan Bretagna, ma soprattutto grazie a V for Vendetta con Sam Lloyd, una critica politica al governo della Tatcher nascosta in un fumetto popolare di intrattenimento di genere distopico. Moore, oggi, scrive poco, ha in un certo senso lasciato spazio ai giovani, a coloro che hanno cercato di prenderne l'eredità, scrittori come Grant Morrison, Mark Millar, Brian Michael Bendis. A questa categoria, però, appartiene anche Neil Gaiman, che nel 1987 era un giovane giornalista che cercava di raccontare quei fumetti di cui sopra (e molti altri) al grande pubblico, e che cercava anche di scriverlo, un fumetto.
E fu fortunato, perché incontrò Dave McKean e il già citato Gravett, che accettò l'idea che i due autori alle prime armi (o quasi: mentre Gaiman si era fatto le ossa come giornalista, McKean aveva già proposto nel giro dell'autoproduzione un po' di suoi lavori) gli stavano proponendo: un fumetto di 4-5 pagine che alla fine divenne Casi violenti, il fumetto d'esordio di Gaiman, la sua prima collaborazione con McKean, uscito proprio in quel fortunato anno, il 1987.
Forse Casi violenti non è un'opera epocale, una di quelle pietre miliari che hanno cambiato il mondo del fumetto, come Maus o Dark Knight o Watchmen, ma è un ottimo fumetto, uno di quelli che sembra fatto apposta per sintetizzare una atmosfera, uno stile di racconto che ha radici ben precise e identificabili come il noir ma che nelle mani dei due esordienti è al tempo stesso nuovo.
Stomachion
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sabato 22 settembre 2012
domenica 16 settembre 2012
Lindbergh: ho visto un drago volare
Uno dei miei cartoni animati preferiti degli ultimi anni, I cacciatori di draghi, di produzione francese, è ambientato in un mondo fantastico dove gli uomini vivono su isole volanti così in alto nel cielo che non si sa cosa c'è nel vuoto sotto di loro. Per spostarsi da un'isola all'altra quindi si utilizzano ponti, come per le isole più vicine, draghi ammaestrati (almeno quelle razze ammaestrabili) e macchine volanti. Immaginiamo, ora, di essere in un posto del genere: una grande quantità di terreno molto grande, con i confini a strapiombo e immersa nella nebbia, in modo tale che gli abitanti non possono sapere di vivere su un'isola volante. Ovviamente, come in tutte le società ristrette e chiuse, c'è un re che impone la sua legge: tasse, tributi e poi una particolare legge:
Nessun essere vivente ha il permesso di volare.
Chi è scoperto costruire delle macchine volanti viene arrestato e severamente punito, a meno che non provi la macchina oltre i confini, con probabilmente scarsi successi, come è accaduto a Merius, guardiano dei confini, scomparso oltre questi nel tenativo di volare via dal regno di Eldora. Il figlio di Merius, Knit, ha invece nel suo cuore il sogno di volare e andare via da Eldora per vedere il mondo. Questo sogno, però, sembrava inesorabilmente irrealizzabile fino a che non piomba all'improvviso dal cielo un mostro volante cavalcato da un demonio!
Il mostro volante si rivelerà, invece, un lindbergh, una sorta di drago senza ali in grado, però, di cavalcare le correnti con le possenti zampe posteriori e di volare grazie all'ausilio di ali artificiali. Il demone che lo cavalca, invece, è semplicemente un uomo, Shark, un pirata del cielo che riuscirà a fuggire via insieme con Knit sfruttando Plamo, un cucciolo di Lindbergh.
Il fatto che Shark fosse, come scoprì dopo la fuga, un pirata, distrusse la fiducia di Knit nel suo nuovo amico, ma solo il nobile gesto di liberare un gruppo di schiavi da una nave governativa permise al ragazzino di guardare il suo benefattore con un rispetto forse maggiore di quello che l'entusiasmo inziale dell'incontro su Eldora avevano suscitato in lui.
Mentre i nostri eroi si preparano per una gara di volo, i misteri su Eldora e sul piccolo Plamo restano ancora da scoprire, lasciati in sospeso da Ahndongshik per privilegiare l'avventura e la scoperta delle caratteristiche e delle abilità dei lindbergh. Il manga è fin qui interessante e appassionante, disegnato con uno stile che ricorda Yoshikazu Yasuhiko, ma leggermente più caricaturato, ed è un esplicito omaggio al sogno del volo e al grande aviatore di cui prende il nome: Charles Lindbergh!
Nessun essere vivente ha il permesso di volare.
Chi è scoperto costruire delle macchine volanti viene arrestato e severamente punito, a meno che non provi la macchina oltre i confini, con probabilmente scarsi successi, come è accaduto a Merius, guardiano dei confini, scomparso oltre questi nel tenativo di volare via dal regno di Eldora. Il figlio di Merius, Knit, ha invece nel suo cuore il sogno di volare e andare via da Eldora per vedere il mondo. Questo sogno, però, sembrava inesorabilmente irrealizzabile fino a che non piomba all'improvviso dal cielo un mostro volante cavalcato da un demonio!
Il mostro volante si rivelerà, invece, un lindbergh, una sorta di drago senza ali in grado, però, di cavalcare le correnti con le possenti zampe posteriori e di volare grazie all'ausilio di ali artificiali. Il demone che lo cavalca, invece, è semplicemente un uomo, Shark, un pirata del cielo che riuscirà a fuggire via insieme con Knit sfruttando Plamo, un cucciolo di Lindbergh.
Il fatto che Shark fosse, come scoprì dopo la fuga, un pirata, distrusse la fiducia di Knit nel suo nuovo amico, ma solo il nobile gesto di liberare un gruppo di schiavi da una nave governativa permise al ragazzino di guardare il suo benefattore con un rispetto forse maggiore di quello che l'entusiasmo inziale dell'incontro su Eldora avevano suscitato in lui.
Mentre i nostri eroi si preparano per una gara di volo, i misteri su Eldora e sul piccolo Plamo restano ancora da scoprire, lasciati in sospeso da Ahndongshik per privilegiare l'avventura e la scoperta delle caratteristiche e delle abilità dei lindbergh. Il manga è fin qui interessante e appassionante, disegnato con uno stile che ricorda Yoshikazu Yasuhiko, ma leggermente più caricaturato, ed è un esplicito omaggio al sogno del volo e al grande aviatore di cui prende il nome: Charles Lindbergh!
sabato 15 settembre 2012
Law #3: Sotto silenzio
Caci e Salati, nell'introduzione al terzo numero, avvisano i lettori: con Sotto silenzio finisce la presentazione dei personaggi. Questo vuol dire che tutto quello che c'era da sapere su ciascuno dei personaggi è già stato detto. In effetti gli unici personaggi che forse potrebbero ancora dire qualcosa nei tre numeri successivi sono Gwen Brandise, la capa, Donald Martini, l'ex-FBI, e Rachel Roth, la novellina. Questi sembrano essere in effetti i personaggi più sfaccettati nello studio, quelli il cui approfondimento non può essere fatto con un paio di numeri. Nel numero precedente, infatti, Fidarsi è male, è stato semplice capire qualcosa di più di Nat Naik, il nerd (in effetti in questa terza uscita si nota una maggiore familiarità degli autori con il personaggio) e dell'avvocato di grido dello studio, Chris Sanders. Se proprio vogliamo all'appello manca Michelle Miller (la profiler delle giurie, se proprio vogliamo essere un po' tecnici: magari, entro la fine della serie, farà anche il lavoro di profiler vero e proprio!), ma al momento non sembra un difetto della serie, visto anche il ritmo incalzante delle tre storie fin qui uscite e della funzione che la dottoressa sembra ricoprire nella serie: quella di osservatrice.
Ad aiutare l'approfondimento dei personaggi ci pensa, poi, la scheda pubblicata dietro il frontespizio, che per questo Sotto silenzio è stato affidato al grandissimo (e disneyano di formazione)Fabio Celoni Paolo Mottura (il frontespizio, non la scheda!).
Ad aiutare l'approfondimento dei personaggi ci pensa, poi, la scheda pubblicata dietro il frontespizio, che per questo Sotto silenzio è stato affidato al grandissimo (e disneyano di formazione)
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domenica 9 settembre 2012
Valerian e Laureline: in un tempo lontano lontano!
Neri spazi infiniti dell'universo, soli incandescenti che illuminano terre sconosciute... Quanti miliardi di civiltà, quanti miliardi di miliardi di esseri viventi ricevono la vostra luce?...E' così che inizia L'impero dei mille pianeti, terza storia del ciclo di Valerian e Laureline: agenti spaziotemporali, che prosegue nella pagina successiva con
In una galassia lontana (...)Già. Avete capito bene. La mitica saga di Guerre Stellari ha proprio questo inizio, ma non condivide solo questo con le avventure realizzate da Pierre Christin e Jean-Claude Mézières. Molte suggestioni visive, le atmosfere al limite del fantasy, anche alcune scene chiave sono identiche quasi fino al plagio, alle soluzioni proposte all'interno della saga dai due cartoonist francesi, tanto che alla fine dell'anteprima di Guerre Stellari durante una convention fantascientifica in quel di Metz, Mexieres disse:
Sembra quasi la trasposizione cinematografica di Valerian.Quella di Valerian e Laureline, però, non era iniziata come una saga stellare: Valerian, infatti, è un agente della polizia temporale di Galaxity, la capitale della Terra di un lontano futuro, e deve tornare indietro nel tempo, all'XI secolo per la precisione, per evitare che un fuggiasco della sua epoca cambi il normale corso degli avvenimenti. Questa in sintesi la prima avventura della serie, Brutti sogni, dove Valerian incontra Laureline, una popolana dell'XI secolo, e saranno destinati a non separarsi più.
Più o meno lo stesso schema, una avventura nel passato della Terra, avviene ne La città delle acque mobili. In questo caso ci troviamo in una New York di fine XX secolo, colpita da un terribile disastro, inondata d'acqua e decisamente spopolata, e già qui i due autori iniziano a variare sin da subito rispetto a quella che probabilmente è una delle fonti ispiratrici, la serie di racconti Time patrol di Poul Anderson, dove gli agenti temporali affrontano sempre delle missioni nel lontano passato su avvenimenti storici ben noti (o loro variazioni plausibili). La città delle acque mobili, originariamente pubblicata in due parti, è invece una storia sul futuro prossimo (rispetto agli autori) con protagonista un uomo del futuro remoto, un modo semplice per vedere con occhio distaccato una delle possibili conseguenze delle azioni irresponsabili dell'uomo sul pianeta.
Il secondo volume dell'integrale che la 001 edizioni dedica a questa pietra miliare della fantascienza prosegue con storie spaziali tendenti al fantasy, ovvero quelle storie che maggiormente hanno influenzato il team di George Lucas: Il mondo senza stelle, Benvenuti su Aflolol e Gli uccelli del padrone. In particolare Il mondo senza stelle potrebbe aver dato lo spunto, con le opportune variazioni, per Miliardi di tappeti di capelli di Andreas Eschbach, un libro che oscilla tra il favolistico e la space opera classica e che per certi versi richiama proprio alla saga di Valerian e Laureline.
Ad ogni modo con le storie di questo secondo volume, Meziers e Christin iniziano a utilizzare in maniera sempre più evidente le loro storie per lanciare spunti politici ai lettori: d'altra parte Christin è laureato in scienze politiche!
Grazie alle saghe spaziali che stanno realizzando, i due autori, infatti, non solo riescono a inventare mondi fantastici, ma soprattutto a raccontare le varie strutture sociali, con tutti i loro difetti e differenze. Il mondo senza stelle racconta di un mondo in guerra continua, diviso tra due città, una di soli maschi e una di sole femmine, diventando così una metafora della dialettica, a volte violenta, tra uomini e donne; Gli uccelli del padrone è una storia di ispirazione quasi kirbyana dove i nostri due agenti spaziotemporali devono affrontare un essere dal grande potere psicologico che controlla mentalmente un intero pianeta, diventando così una sorta di metafora per le monarchie totalitarie. Il mondo di Aflolol, infine, la storia centrale del volume, è dal punto di vista politico l'avventura più interessante. Il popolo di Aflolol, degli instancabili viaggiatori del cosmo, vengono descritti come una sorta di sempliciotti che riescono solo a combinare pasticci, almeno confrontandosi con i terrestri. In effetti la storia, peraltro divertente, dove gli aflololiani sembrano una versione extraterrestre dei galli di Goscinny e Uderzo, sembra mettere a confronto la società terrestre, sostanzialmente immutata rispetto a quella del XX secolo, con una società più semplice e libera come quella di un gruppo di cacciatori-raccoglitori. Mezieres e Christin sembrano quindi mostrare una sorta di simpatia verso questo genere di società, delle proto società libertarie, come sembra confermare anche l'ultima storia del terzo volume, Gli eroi dell'equinozio.
martedì 4 settembre 2012
Libri sull'orlo dell'infinito
Con il ritratto dedicato a Georg Cantor ho cercato di raccontare un po' della storia che sta dietro la ricerca sull'infinito in matematica. Alla base di quella biografia ci sono due dei tre libri che oggi vorrei mettere a confronto, Tutto, e di più, di David Foster Wallace, nell'edizione di Codice abbinata con Le Scienze, e Il mistero dell'alef di Amir D. Aczel. A questi due testi va aggiunto Verso l'infinito ma con calma del nostro Roberto Zanasi.
Dei tre testi quello più emozionante e appassionante è sicuramente il primo: DFW riesce ad essere estremamente rigoroso, tanto che Tutto, e di più potrebbe tranquillamente essere adottato come libro di testo anche all'università. Lo stile è certamente piuttosto discorsivo per un libro di questo genere, ma la profondità dei concetti raccontati e il modo in cui DFW ha scelto di trattarli lo rende una lettura decisamente avanzata. Il criterio che ha poi seguito per raccontare la storia sulla matematica dell'infinito non è tanto quello cronologico (motivo per cui le informazioni biografiche sono ridotte all'osso), quanto un tentativo logico di avvicinarsi per gradi al cuore dell'infinito. I concetti matematici, infatti, sono raccontati per gradi in modo che il lettore possa avvicinarsi al concetto successivo forte della conoscenza precedente: è sostanzialmente per questo che il libro di DFW potrebbe tranquillamente essere adottato come libro di testo, visto che l'impostazione di base lo ricorda molto.
Questo non vuol certo dire che un lettore qualsiasi non possa provare a leggerlo, ma come si suol dire: lettore avvisato, mezzo salvato!
Il mistero dell'alef potrebbe, invece, far parte, di quel gruppo di testi che lo stesso DFW definisce pop, ma non in senso buono, tra tutti i testi dedicati a Cantor e alla sua vita. In effetti Aczel, soprattutto nella prima parte, non disdegna l'uso di aneddoti anche non verificati o un certo ammiccamento verso il misticismo. C'è addirittura un intero capitolo dedicato alla cabala: niente di eccezionalmente mistico, in fondo si sta parlando di un libro di matematica, e poi l'intento dell'autore è quello di mostrare come si possa trovare la matematica, in particolare quella dell'infinito, un po' dappertutto, e come anche i gruppi di filosofi apparentemente più impensati si siano avvicinati al concetto stesso.
Ad ogni modo il capitolo è attraversato, se così si può dire, dal concetto di En Sof, ovvero Infinito. Questo concetto veniva utilizzato dai cabalisti per descrivere Dio, altrimenti indescrivibile e incomprensibile, se non attraverso la limitata visione delle dieci sefiroth, che sono gli unici aspetti comprensibili del divino oltre ad essere i nodi dell'albero della vita, su cui ad esempio si basa uno dei più bei romanzi italiani di tutti i tempi, Il pendolo di Foucault. In un certo senso tutta questa storia si En Sof e sefiroth sembra un modo diverso per esprimere un concetto matematico come questo: la somma delle parti di cui il tutto è costituito è inferiore rispetto al tutto. Non solo: quando poi i cabalisti si occupano di geometria (rette, punti, rette che viaggiano verso l'infinito) sembra proprio che nelle loro elucubrazioni mistiche si siano avvicinati al concetto di infinito così come è oggi concepito.
Interessante, poi, osservare come nel suo excursus storico Aczel citi due matematici e religiosi minori, Thomas Bradwardine e Nicola Cusano. Il primo fece alcune osservazioni interessanti sulle grandezze continue:
Dei tre testi quello più emozionante e appassionante è sicuramente il primo: DFW riesce ad essere estremamente rigoroso, tanto che Tutto, e di più potrebbe tranquillamente essere adottato come libro di testo anche all'università. Lo stile è certamente piuttosto discorsivo per un libro di questo genere, ma la profondità dei concetti raccontati e il modo in cui DFW ha scelto di trattarli lo rende una lettura decisamente avanzata. Il criterio che ha poi seguito per raccontare la storia sulla matematica dell'infinito non è tanto quello cronologico (motivo per cui le informazioni biografiche sono ridotte all'osso), quanto un tentativo logico di avvicinarsi per gradi al cuore dell'infinito. I concetti matematici, infatti, sono raccontati per gradi in modo che il lettore possa avvicinarsi al concetto successivo forte della conoscenza precedente: è sostanzialmente per questo che il libro di DFW potrebbe tranquillamente essere adottato come libro di testo, visto che l'impostazione di base lo ricorda molto.
Questo non vuol certo dire che un lettore qualsiasi non possa provare a leggerlo, ma come si suol dire: lettore avvisato, mezzo salvato!
Il mistero dell'alef potrebbe, invece, far parte, di quel gruppo di testi che lo stesso DFW definisce pop, ma non in senso buono, tra tutti i testi dedicati a Cantor e alla sua vita. In effetti Aczel, soprattutto nella prima parte, non disdegna l'uso di aneddoti anche non verificati o un certo ammiccamento verso il misticismo. C'è addirittura un intero capitolo dedicato alla cabala: niente di eccezionalmente mistico, in fondo si sta parlando di un libro di matematica, e poi l'intento dell'autore è quello di mostrare come si possa trovare la matematica, in particolare quella dell'infinito, un po' dappertutto, e come anche i gruppi di filosofi apparentemente più impensati si siano avvicinati al concetto stesso.
Ad ogni modo il capitolo è attraversato, se così si può dire, dal concetto di En Sof, ovvero Infinito. Questo concetto veniva utilizzato dai cabalisti per descrivere Dio, altrimenti indescrivibile e incomprensibile, se non attraverso la limitata visione delle dieci sefiroth, che sono gli unici aspetti comprensibili del divino oltre ad essere i nodi dell'albero della vita, su cui ad esempio si basa uno dei più bei romanzi italiani di tutti i tempi, Il pendolo di Foucault. In un certo senso tutta questa storia si En Sof e sefiroth sembra un modo diverso per esprimere un concetto matematico come questo: la somma delle parti di cui il tutto è costituito è inferiore rispetto al tutto. Non solo: quando poi i cabalisti si occupano di geometria (rette, punti, rette che viaggiano verso l'infinito) sembra proprio che nelle loro elucubrazioni mistiche si siano avvicinati al concetto di infinito così come è oggi concepito.
Interessante, poi, osservare come nel suo excursus storico Aczel citi due matematici e religiosi minori, Thomas Bradwardine e Nicola Cusano. Il primo fece alcune osservazioni interessanti sulle grandezze continue:
sono composte da un numero infinito di continui dello stesso tipo.Il secondo, partendo da queste osservazioni, arrivò a concludere che, seppur per motivazioni teologiche, i lati di un poligono inscritto in una circonferenza, tenda all'infinito all'aumentare degli stessi. Nonostante ciò, però, un poligono non potrà mai coincidere con un cerchio, per quanto siano numerosi i suoi lati.
sabato 1 settembre 2012
Agenzia investigativa
Le investigazioni scientifiche come oggi le conosciamo hanno mosso i primi passi nel XIX secolo. In quel periodo l'Italia era decisamente all'avanguardia, non tanto per gli studi di Cesare Lombroso, quanto per la creazione di una delle prime divisioni investigative al mondo preparate per utilizzare le conoscenze messe a disposizione dalla scienza nelle investigazioni. La Black Diamond è una agenzia investigativa privata di questo genere e lo si capisce sin dalla prima volta in cui entra in campo, subito dopo l'esplosione del treno alla stazione di Lebanon. L'agenzia si trova, così, per le mani un caso complicato: da una parte un sospetto fuggito appena possibile dal luogo della strage, dall'altro un rapporto con i servizi segreti che più che collaborare sembrano mettere i bastoni tra le ruote.
The Black Diamond. Agenzia investigativa è un romanzo per immagini che Eddie Campbell realizza a partire dalla sceneggiatura cinematografica scritta da C. Gaby Mitchell e mescola elementi del noir con l'hard boiled e infine con le suggestioni del wetsern. La trama ricorda in parte quella de Il fuggitivo, con un uomo, forse innocente, in fuga per trovare le prove che possano scagionarlo. A differenza, però, del film con Harrison Ford, che interpreta un tranquillo accademico, John Hardin, che conosciamo come un tranquillo agricoltore, si scoprirà essere qualcosa di molto più pericoloso e preparato rispetto a un uomo catapultato all'improvviso in una storia irreale.
La trama imbastita da Mitchell è poi un alternarsi di azione, mistero e investigazione classica, senza un attimo di respiro, con Campbell molto bravo a mantenere il ritmo cinematografico: si legge, dunque, più che un romanzo a fumetti, un vero e proprio film a fumetti, che può essere visto come una sorta di passaggio dall'epopea classica del western, caratterizzata dai grandi spazi, dai cavalli e dal pensiero semplice dei pionieri che abitano queste immense praterie, a un modo completamente diverso, caratterizzato da segreti, intrighi e tradimenti.
The Black Diamond. Agenzia investigativa è un romanzo per immagini che Eddie Campbell realizza a partire dalla sceneggiatura cinematografica scritta da C. Gaby Mitchell e mescola elementi del noir con l'hard boiled e infine con le suggestioni del wetsern. La trama ricorda in parte quella de Il fuggitivo, con un uomo, forse innocente, in fuga per trovare le prove che possano scagionarlo. A differenza, però, del film con Harrison Ford, che interpreta un tranquillo accademico, John Hardin, che conosciamo come un tranquillo agricoltore, si scoprirà essere qualcosa di molto più pericoloso e preparato rispetto a un uomo catapultato all'improvviso in una storia irreale.
La trama imbastita da Mitchell è poi un alternarsi di azione, mistero e investigazione classica, senza un attimo di respiro, con Campbell molto bravo a mantenere il ritmo cinematografico: si legge, dunque, più che un romanzo a fumetti, un vero e proprio film a fumetti, che può essere visto come una sorta di passaggio dall'epopea classica del western, caratterizzata dai grandi spazi, dai cavalli e dal pensiero semplice dei pionieri che abitano queste immense praterie, a un modo completamente diverso, caratterizzato da segreti, intrighi e tradimenti.
venerdì 31 agosto 2012
I giocatori di Titano
Quello della vita intelligente nell'universo sembra essere uno temi temi cari della letteratura di Philip K. Dick. Ancora più importante, per Dick, è anche capire quale possa essere l'eventuale rapporto tra gli esseri umani e questi alieni, ma non tanto per pura accademia, quanto soprattutto perché dal confronto con una civiltà differente lo scrittore statunitense è in grado di esplorare la stessa società umana, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Un'altra tematica tipica dickiana è anche il rapporto con la religione, che a volte è esplicito, come ad esempio in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? o ancor meglio ne Il mondo che Jones creò, e altre è decisamente più nascosto, come ad esempio ne I giocatori di Titano. In questa occasione i punti più evidenti del romanzo sono la passione per il gioco e il rapporto con una civiltà aliena, quella dei titaniani, gli abitanti di una delle lune di Saturno, giunti apparentemente con intenti pacififi, ma ritenuti invasori praticamente da tutti i terrestri.
L'idea portante del romanzo è il Bluff, una sorta di monopoli che le caste più alte della popolazione giocano tra loro, riuniti in gruppi. Durante le partite ciascun giocatore può vincere o perdere non tanto dei possedimenti fittizi, come nel vero monopoli, ma delle vere e proprie città, oltre a vincere o perdere il proprio coniuge. L'idea di un cambiamento più o meno continuo del coniuge è un tentativo della razza umana di ritrovare la fertilità e ricominciare a crescere in termini di numero di abitanti sul pianeta (la razza umana, infatti, ha subito una sorta di epidemia a causa della non meglio specificata Radiazione Hinkel, che ne ha invertito il tasso di crescita, anche se ha portato allo sviluppo di medicine e tecniche mediche per consentire non solo l'allungamento della vita, ma anche della giovinezza).
In questa struttura abbastanza rigida si inseriscono i titaniani, una sorta di esseri gelatinosi senza una forma ben definita, che ricordano da vicino alcuni dei mostri partoriti dalla mente di Howard Philips Lovecraft nel suo ciclo dei Miti di Cthulu. Inoltre la partita a Bluff che la squadra di Peter Garden si troverà ad affrontare contro la squadra di Titano ricorda molto da vicino i racconti onirici di Lovecraft, dove i sognatori venivano trasportati istantaneamente su pianeti alieni dalle geometrie inusiali e incomprensibili per la mente umana.
Un altro aspetto interessante del romanzo è poi la struttura sociale che viene descritta: ogni città appartiene a un Vincolato, ovvero un appartenente alla casta dei giocatori, che può scegliere dove risiedere, se ha più di un possedimento, e che viene per certi versi visto un po' come una sorta di divinità dalla popolazione, essendo la sua posizione piena di privilegi. In questa situazione, quindi, i Vincolati si sfidano tra loro per il possesso delle città e per guadagnare il diritto più che di riprodursi di avere un coniuge con cui provare. In questa situazione si inserisce Jerome Luckman, il Vincolato con i maggiori possedimenti sulla costa est e l'unico Vincolato che abbia mai permesso ai non-V di partecipare al gioco, ottenendo come risultato non indifferente una sorta di inversione nel tasso di decrescita della popolazione.
E' per questo motivo che la prima parte del romanzo ruota inevitabilmente intorno a Luckman, dalla cui morte gli eventi inizieranno a precipitare con la scoperta di complotti, controcomplotti, complotti all'interno dei controcomplotti e con un finale al tempo stesso aperto e inquietante, come nella migliore tradizione lovecraftiana.
Un'altra tematica tipica dickiana è anche il rapporto con la religione, che a volte è esplicito, come ad esempio in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? o ancor meglio ne Il mondo che Jones creò, e altre è decisamente più nascosto, come ad esempio ne I giocatori di Titano. In questa occasione i punti più evidenti del romanzo sono la passione per il gioco e il rapporto con una civiltà aliena, quella dei titaniani, gli abitanti di una delle lune di Saturno, giunti apparentemente con intenti pacififi, ma ritenuti invasori praticamente da tutti i terrestri.
L'idea portante del romanzo è il Bluff, una sorta di monopoli che le caste più alte della popolazione giocano tra loro, riuniti in gruppi. Durante le partite ciascun giocatore può vincere o perdere non tanto dei possedimenti fittizi, come nel vero monopoli, ma delle vere e proprie città, oltre a vincere o perdere il proprio coniuge. L'idea di un cambiamento più o meno continuo del coniuge è un tentativo della razza umana di ritrovare la fertilità e ricominciare a crescere in termini di numero di abitanti sul pianeta (la razza umana, infatti, ha subito una sorta di epidemia a causa della non meglio specificata Radiazione Hinkel, che ne ha invertito il tasso di crescita, anche se ha portato allo sviluppo di medicine e tecniche mediche per consentire non solo l'allungamento della vita, ma anche della giovinezza).

Un altro aspetto interessante del romanzo è poi la struttura sociale che viene descritta: ogni città appartiene a un Vincolato, ovvero un appartenente alla casta dei giocatori, che può scegliere dove risiedere, se ha più di un possedimento, e che viene per certi versi visto un po' come una sorta di divinità dalla popolazione, essendo la sua posizione piena di privilegi. In questa situazione, quindi, i Vincolati si sfidano tra loro per il possesso delle città e per guadagnare il diritto più che di riprodursi di avere un coniuge con cui provare. In questa situazione si inserisce Jerome Luckman, il Vincolato con i maggiori possedimenti sulla costa est e l'unico Vincolato che abbia mai permesso ai non-V di partecipare al gioco, ottenendo come risultato non indifferente una sorta di inversione nel tasso di decrescita della popolazione.
E' per questo motivo che la prima parte del romanzo ruota inevitabilmente intorno a Luckman, dalla cui morte gli eventi inizieranno a precipitare con la scoperta di complotti, controcomplotti, complotti all'interno dei controcomplotti e con un finale al tempo stesso aperto e inquietante, come nella migliore tradizione lovecraftiana.
domenica 26 agosto 2012
I pinguini del deserto

La protagonista è Luna Longue, una postina galattica, che deve recapitare un pacco ai Pinguini del deserto, un gruppo di predoni che, si scoprirà poi, sono tutti un po' particolari. In generale un po' tutti i personaggi sembrano usciti dal manga di ..., inclusa la stessa Luna, che d'altra parte, riprendendo i dialoghi di Pinky di Mario Mattioli con la Luna (e gli astri in generale), esordisce proprio con una pagina nella quale parla con il nostro satellite!
Con questo inizio le cose non possono che proseguire trai binari dell'assurdo, tra gag, inseguimenti, battutine sagaci e personaggi megalomani, come il capo dei Pinguini del deserto, Zopa il grande, che pensa di essere stato prescelto per guidare un gruppo di eroi (che poi si comportano da predoni, ma in fondo questo è un dettaglio).
Una storia carina e divertente, una buona opera prima ben scritta e, nonostante alcune incertezze, gradevole anche per gli occhi, con un tratto che si trova a metà strada tra il manga e la linea chiara tipica della bande-desinee.
sabato 25 agosto 2012
Joe il barbaro
Succede a volte quando, leggendo per caso una recensione su web di un tizio mai letto prima (non riesco a ritrovare il link... scusatemi e quindi vi segnalo la recensione su Lo Spazio Bianco!), che questo tizio è così bravo e preciso da metterti curiosità in quello che ha recensito. Se poi ci aggiungiamo che metà degli autori dell'opera è lo sceneggiatore di fumetti Grant Morrison, allora la curiosità di leggere quella stessa opera recensita aumenta a dismisura.
Mi riferisco a Joe the barbarian, un racconto che vuole essere al tempo stesso un omaggio al Conan di Howard e all'heroic fantasy, ma anche a un'opera complessa e intrigante come La storia infinita di Ende. Il protagonista del romanzo a fumetti, disegnato da Sean Murphy, autore che si ispira in maniera abbastanza evidente al bravissimo (e lentissimo) Travis Charest, è infatti il giovane Joe, un ragazzino affetto dal diabete di tipo I, che come il Sebastian de La storia infinita, si trova immerso in un mondo fantastico. Mentre, però, il giovane protagonista del romanzo di Ende si ritrova a Fantasia all'improvviso a metà lettura del romanzo, Joe viene catapultato in un mondo fantastico quasi sin dall'inizio della storia: a fine del primo capitolo (corrispondente, ovviamente, al primo albo della miniserie originale, uscita per la Vertigo) infatti il ragazzo ha un attacco ipoglicemico e iniziano quelle che egli crede delle visioni e che forse sono un vero e proprio mondo alternativo, sovrapposto al nostro.
Una delle migliori trovate di Morrison sta nel parallellismo tra il mondo reale e quello fantastico: per ogni posizione nel mondo corrisponde una posizione e una struttura geografica nel mondo parallelo, e per ogni evento nel mondo parallelo ecco il corrispondente evento nel mondo reale. La spiegazione di questo parallellismo è anche fornita da un gruppo di strani personaggi che si oppongono al classico tiranno che si oppone alla regina di questo mondo, dalla fisionomia identica alla madre di Joe (richiamando quindi il nome che Sebastian assegna alla regina di Fantasia prima di vivere le sue avventure in quel mondo, invece di leggerle sul libro). La loro introduzione, però, sembra un omaggio al Pinocchio di Collodi: Joe si sveglia, dopo essere svenuto, circondato da quattro strani personaggi con in testa dei teschi di rettile che stanno parlando di come lo hanno salvato, richiamando la scena che, all'opposto, vedeva un gruppo di dottori riuniti al capezzale del burattino. Uno di questi personaggi, Zodra, il supremo assente, spiega l'arcano parallellismo:
(1) Traduzione di Michele Foschini
Mi riferisco a Joe the barbarian, un racconto che vuole essere al tempo stesso un omaggio al Conan di Howard e all'heroic fantasy, ma anche a un'opera complessa e intrigante come La storia infinita di Ende. Il protagonista del romanzo a fumetti, disegnato da Sean Murphy, autore che si ispira in maniera abbastanza evidente al bravissimo (e lentissimo) Travis Charest, è infatti il giovane Joe, un ragazzino affetto dal diabete di tipo I, che come il Sebastian de La storia infinita, si trova immerso in un mondo fantastico. Mentre, però, il giovane protagonista del romanzo di Ende si ritrova a Fantasia all'improvviso a metà lettura del romanzo, Joe viene catapultato in un mondo fantastico quasi sin dall'inizio della storia: a fine del primo capitolo (corrispondente, ovviamente, al primo albo della miniserie originale, uscita per la Vertigo) infatti il ragazzo ha un attacco ipoglicemico e iniziano quelle che egli crede delle visioni e che forse sono un vero e proprio mondo alternativo, sovrapposto al nostro.
Una delle migliori trovate di Morrison sta nel parallellismo tra il mondo reale e quello fantastico: per ogni posizione nel mondo corrisponde una posizione e una struttura geografica nel mondo parallelo, e per ogni evento nel mondo parallelo ecco il corrispondente evento nel mondo reale. La spiegazione di questo parallellismo è anche fornita da un gruppo di strani personaggi che si oppongono al classico tiranno che si oppone alla regina di questo mondo, dalla fisionomia identica alla madre di Joe (richiamando quindi il nome che Sebastian assegna alla regina di Fantasia prima di vivere le sue avventure in quel mondo, invece di leggerle sul libro). La loro introduzione, però, sembra un omaggio al Pinocchio di Collodi: Joe si sveglia, dopo essere svenuto, circondato da quattro strani personaggi con in testa dei teschi di rettile che stanno parlando di come lo hanno salvato, richiamando la scena che, all'opposto, vedeva un gruppo di dottori riuniti al capezzale del burattino. Uno di questi personaggi, Zodra, il supremo assente, spiega l'arcano parallellismo:
La radice quadrata dell'occhio dinewt, su funzione del coseno dove eee equivale a magia fissa la velocità di tutte leprobabilità al quadrato.Un bellissimo fumetto sull'amicizia, l'amore, il rapporto con un padre morto e con una madre preoccupata per la situazione economica non proprio tranquilla, che si conclude con una delle scene migliori mai scritte da Morrison per uno dei migliori fumetti mai scritti dallo sceneggiatore scozzese, subito dopo Gli Invisibili.
Mi seguite?
Come risultato abbiamo due stati d'essereisomorficamente collegati che sono rappresentati da queste ellisse, mentre questa circonferenza qui rappresenta la somma del totale nel suo complesso.
Ora, tutto questo era semplice teoria, finché non sei apparso tu.
Sei nato per esistere in due mondi simultaneamente.
Per unire assieme ciò che, nel bene e nel male, era separato.
Questo collegamento senza precedenti ha causato un catastrofico collasso nell'ordine naturale delle cose.
La luce del giorno sta svanendo e le ombre si stanno levando da Hypogea.
E' stata aperta una porta sull'oscurità remota.(1)
(1) Traduzione di Michele Foschini
giovedì 14 giugno 2012
Godot
Questa sera avremmo dovuto recitare, io e un gruppo di attori amatoriali cimentatisi, come lo scorso anno, in un corso di teatro. C'era gente dello scorso anno e c'era gente nuova. E avremmo dovuto recitare, dopo opportuni tagli e ricomposizioni, un pezzo di teatro abbastanza importante:
Succede, però, nella vita che gli imprevisti impediscano di portare a buon termine i compiti, e così quest'anno il corso finisce (circa) un mese prima della sua naturale conclusione e il saggio di fine anno salta. Però non salta la mia intenzione di scrivere un paio di cose sul testo di Beckett.
Abbiamo passato molto tempo, e non solo all'inizio del corso, per cercare di capire cosa raccontasse il copione. Le ipotesi sono state molte, ma alla fin fine l'interpretazione preferita è quella legata a un doppio filo abbastanza evidente, ovvero che sul palco abbiamo da un lato una rappresentazione teatrale nel vero senso della parola (ognuno dei protagonisti si comporta e si muove come se stesse recitando, e alcuni lo fanno in maniera esplicita, come ad esempio Pozzo e Lucky, quando è chiamato ad essere protagonista), dall'altro è anche una rappresentazione della vita, perché i personaggi stanno anche vivendo, una vicenda assurda (è il modo più semplice per classificare la storia scritta da Beckett), ma comunque una vicenda assolutamente plausibile, ovvero due persone, Vladimiro ed Estragone nel dettaglio, stanno aspettando un tale, Godot, per concludere un non meglio specificato affare (sembrerebbe un lavoro che quest'ultimo deve affidare ai due).
In effetti a un esame successivo si notano per quasi tutto il testo delle interazioni sostanzialmente di coppia: sul palco, infatti, salgono le due coppie Vladimiro-Estragone e Pozzo-Lucky, che poi interagiscono tra loro quando sono tutti e quattro sulla scena. Da questa semplice osservazione si comprende come la probabile enfasi l'autore voleva portarla proprio sulle interazioni tra gli individui, in particolare tra due individui, e su come queste interazioni sono (o dovrebbero essere) fondate su rapporti di rispetto, amicizia, affetto, altrimenti, ad esempio, non si spiega perché Pozzo non riesce a liberarsi di Lucky. C'è poi la coppia sottintesa, per certi versi, che è quella del ragazzo, messaggero di Godot, che per interagire con Vladimiro ed Estragone deve allontanarsi dal fratello. Le dinamiche di quest'ultima coppia, però, sono intuibili dalle domande che Vladimiro rivolge al ragazzo.
In Aspettando Godot, però, ci sono anche altri spunti interessanti e soprattutto alcune parti che reputo di rara bellezza. La prima in particolare che vorrei sottoporvi è una sorta di monologo che a un certo punto Pozzo, da primo attore navigato quale è, recita catalizzando su di sé l'attenzione (come se non lo facesse mai!):

In effetti a un esame successivo si notano per quasi tutto il testo delle interazioni sostanzialmente di coppia: sul palco, infatti, salgono le due coppie Vladimiro-Estragone e Pozzo-Lucky, che poi interagiscono tra loro quando sono tutti e quattro sulla scena. Da questa semplice osservazione si comprende come la probabile enfasi l'autore voleva portarla proprio sulle interazioni tra gli individui, in particolare tra due individui, e su come queste interazioni sono (o dovrebbero essere) fondate su rapporti di rispetto, amicizia, affetto, altrimenti, ad esempio, non si spiega perché Pozzo non riesce a liberarsi di Lucky. C'è poi la coppia sottintesa, per certi versi, che è quella del ragazzo, messaggero di Godot, che per interagire con Vladimiro ed Estragone deve allontanarsi dal fratello. Le dinamiche di quest'ultima coppia, però, sono intuibili dalle domande che Vladimiro rivolge al ragazzo.
In Aspettando Godot, però, ci sono anche altri spunti interessanti e soprattutto alcune parti che reputo di rara bellezza. La prima in particolare che vorrei sottoporvi è una sorta di monologo che a un certo punto Pozzo, da primo attore navigato quale è, recita catalizzando su di sé l'attenzione (come se non lo facesse mai!):
Abbiate pazienza. Non tarderà. Ma capisco benissimo, voi non siete di qui, non sapete ancora che cos'è il crepuscolo da noi. Volete che ve lo dica io?Non so quanto consapevolmente da parte dell'autore, ma questo monologo getta un ponte tra il cielo, quello astronomico che possiamo vedere a occhio nudo (in fondo Pozzo sta proprio facendo una tipica osservazione del cielo al tramonto a occhio nudo), e la Terra, il nostro pianeta. E' un modo come un altro per dire che, in fondo, i cieli non sono così tranquilli, come non è tranquillo nemmeno il nostro pianeta, del resto.
Sarò lieto di accontentarvi!
Un po' di attenzione, prego...
...
Cos'è più che dicevo?
Ah, sì, la notte!
Ma insomma, cercate di stare un po' più attenti, altrimenti non combineremo mai niente.
Guardate: che cos'ha di tanto straordinario? Come cielo, voglio dire?
E' pallido e luminoso come qualsiasi altro cielo a quest'ora del giorno.
A queste latitudini.
Quando fa bello.
Un'ora fa, circa, dopo averci inondato fin dalle... diciamo... dalle dieci del mattino, senza requie, di torrenti di luce rossa e bianca, ha cominciato a perdere il suo splendore, a impallidire, a impallidire pian piano, adagio adagio, fintantoché... Bum! Finito! Non si muove più!
Ma... ma dietro quel velo di dolcezza e di calma la notte galoppa e si getterà su di noi... pfttt! Così! Proprio nel momento in cui meno ce lo aspettiamo.
Ecco come vanno le cose su questa porca Terra!
sabato 21 aprile 2012
Fuori tempo

In particolare i due spazi redazionali richiamano a due altri ottimi prodotti attualmente presenti nelle edicole italiane: il finto articolo di giornale richiama Kepher, serie cyberpunk sempre edita dalla Star introdotta proprio da finti articoli giornalistici di questo lontano futuro (o presente alternativo), mentre l'approfondimento finale in terza di copertina richiama ai primissimi numeri di Dampyr dove veniva serializzato un lungo e interessante saggio sul vampirismo.
Veniamo, ora, al fumetto in sé, introdotto e chiuso da una canzone, un po' come nelle tipiche serie statunitensi dove per ogni puntata vengono proposte all'ascoltatore un paio di canzoni ispirative (sono quelle stesse che ho incorporato nel post). Nel complesso siamo di fronte a un fumetto ben fatto, che scorre veloce e lascia il lettore incollato fino all'ultima pagina, proprio come un buon romanzo da cui non si riesce a staccarsi o la puntata di una di quelle serie televisive, legal e meno, che ti catturano così, all'improvviso, senza nemmeno rendertene conto.
sabato 7 aprile 2012
Palazzo Yacoubian
La storia si svolge all'interno e intorno al Palazzo Yacoubian del titolo: i protagonisti sono un vecchio gigolò, legato all'Egitto pre-rivoluzione (quella che portò la democrazia in Egitto), Zaki bey al-Dusuqi, e rimasto col cuore a Parigi, dove ha soggiornato in gioventù per diversi anni; Taha, un giovane idealista che vuole entrare nella polizia egiziana, e la sua fidanzata, Buthayna, anch'essa altrettanto idealista fino a che non deve fare i conti con la morte del padre e la necessità di portare denaro in casa; Hatim Rashid, giornalista omosessuale che era riuscito a raggiungere un ottimo successo nonostante non nascondesse le sue inclinazioni sessuali soprattutto perché aveva deciso di distinguere tra il privato e il lavoro; Mohammad 'Azzam, un imprenditore padrone di molte delle attività presenti in via Suleyman, la via su cui si affaccia il palazzo, che un giorno si sveglia, egli sessantenne, con le voglie di un trentenne e con l'idea, in testa, di entrare in politica.
Ognuno dei protagonisti (anche quelli non citati) vedrà, per molti motivi, la sua vita rivoluzionata, e si influenzeranno a vicenda in modi a volte leggeri e impercettibili, in altre più evidenti, in un microcosmo in cui alla fine si potrà dire che ognuno ha ottenuto ciò che cercava. D'altra parte ognuno dei protagonisti, nelle mani di al-Aswani, rappresenta non solo un personaggio, ma anche un modo per raccontare l'Egitto, la diffidenza rispetto ai costumi occidentali, nonostante le aperture, o ancora meglio la chiusura intorno alle proprie tradizioni (vedi la storia di Zaki nel suo complesso e in parte anche quella di Rashid); per raccontare la corruzione, che certo è tipica delle democrazie, ma che in Egitto stava raggiungendo livelli incredibili (criminali, in un certo senso: vedi in questo caso come Azzam è riuscito a farsi eleggere); per raccontare delle prevaricazioni dell'uomo sulla donna, di come quest'ultima è regina fino a che fa comodo, fino a che segue le indicazioni dell'uomo (vedi in questo caso il trattamento che Azzam ha riservato alla sua seconda moglie, trattata tra l'altro come un'amante, nonostante sia stata regolarmente sposata); per raccontare dei compromessi che le donne stesse devono fare per poter sopravvivere, siano esse esplicitamente filo-occidentali o meno (e questo lo si capisce dal dialogo che ad un certo punto Buthayna ha con la madre, con la figlia vestita all'Occidentale); per raccontare del percorso che può portare un ragazzo idealista come Taha, che voleva entrare nella polizia, corrotta abbastanza da tenerlo fuori perché figlio di un portiere, a diventare un terrorista, a pensare che questo fosse l'unico modo per cambiare un Egitto corrotto.
In un certo senso ognuno dei protagonisti del romanzo lancia una sfida all'Egitto, e ognuno di loro esce in parte sconfitto, se vogliamo. C'è chi paga con la vita, chi con delle semplici botte, ma la conclusione, con quel matrimonio apparentemente strano tra Zaki, un uomo che in fondo ama profondamente le donne e per questo fuori posto in un Egitto tradizionalista, e Buthayna, sembra un sogno di speranza, un modo per indicare la via al giovane Egitto, guidato da tutto ciò che di buono ha imparato il vecchio Egitto.
E' un bel romanzo, raccontato con bravura, la storia di un palazzo e delle persone che lo vivono ogni giorno, una storia raccontata con la stessa sensibilità de Il palazzo di Eisner. Un romanzo che consiglio caldamente di leggere.
venerdì 6 aprile 2012
La guerra delle scimmie
Probabilmente è uno dei fumetti più sorprendenti che abbia letto nel 2011. Daisuke Igarashi, inserendosi nella tradizione della grande avventura, costruisce una storia complessa e al tempo stesso appassionante partendo dalla seguente previsione di Nostradamus:
Il gruppo dei quattro viaggia in giro per il mondo alla ricerca delle radici per capire cosa sta accadendo e soprattutto come affrontare la terribile catastrofe che si sta abbatendo sul pianeta, Saru.
Saru è uno degli aspetti nei quali si è diviso, molti eoni fa, una entità chiamata scimmia e presente in varie tradizioni popolari. Egli rappresenta l'aspetto fisico, mentre quello psicologico, quello che in un certo senso rappresenta l'anima del pianeta se così vigliamo dire, è Sun Wukong, che si è diviso a sua volta in parti più piccole incarnandosi in alcune linee genetiche particolari, una delle quali è quella della piccola Irène, che Sun ha deciso di possedere in maniera evidente proprio per guidare meglio la resistenza contro il risveglio di Saru, che viene aiutato proprio dal resuscitato Pizarro.
Sun Wukong è il re delle scimmie nella tradizione cinese, che compare nei Quattro grandi romanzi fantastici cinesi (Il romanzo dei tre regni, I briganti, Il viaggio in occidente, La prugna nel vaso d'oro che poi venne sostituito da Il sogno della camera rossa), nato da una pietra, noto sotto vari appellativi (il suo preferito è quello autoassegnatosi, Qitian Dasheng, creatura sacra con un potere pari a quello del cielo), ma Igarashi è bravissimo a collegarlo con Ermes Trismegistos, prima attraverso un labile collegamento linguistico (trismegistos, ovvero tre volte grandissimo, come una sorta di traduzione concisa del nome di Sun Wukong), poi attraverso un riferimento a Ficino, che scrive di Trismegistos:
L'anno millenovecentonovantanove e sette mesi, dal cielo un gran Re del terrore verrà: resusciterà il gran Re d'Angolmois, prima e dopo Marte regnerà per buon'ora.Il gran Re del terrore annunciato da Nostradamus e mai arrivato è, nel manga di Igarashi, uno degli esseri più antichi della Terra. Per costruire questo potere in un certo senso lovecraftiano, il mangaka riesce a unire le tradizioni mistiche di varie culture, alcuni eventi leggendari del passato (ad esempio il disastro di Tunguska) e un condottiero spagnolo, Francisco Pizarro, resuscitato proprio per rompere l'equilibrio sul nostro pianeta. Il gruppo che invece cercherà di salvare il mondo è internazionale: l'esorcista cattolico Candido Amantini, una ragazzina francese scampata a un disastro e posseduta da uno dei potenti della Terra Irène Bèart, il monaco del Bhutan senza alcuna memoria sul suo passato Nawan Namgyar, la studentessa giapponese Nana Henmi. Oltre a Pizarro è della partita anche un altro resuscitato, Francisco Javier, il missionario che diffuse il cristianesimo in Giappone.
Il gruppo dei quattro viaggia in giro per il mondo alla ricerca delle radici per capire cosa sta accadendo e soprattutto come affrontare la terribile catastrofe che si sta abbatendo sul pianeta, Saru.
Saru è uno degli aspetti nei quali si è diviso, molti eoni fa, una entità chiamata scimmia e presente in varie tradizioni popolari. Egli rappresenta l'aspetto fisico, mentre quello psicologico, quello che in un certo senso rappresenta l'anima del pianeta se così vigliamo dire, è Sun Wukong, che si è diviso a sua volta in parti più piccole incarnandosi in alcune linee genetiche particolari, una delle quali è quella della piccola Irène, che Sun ha deciso di possedere in maniera evidente proprio per guidare meglio la resistenza contro il risveglio di Saru, che viene aiutato proprio dal resuscitato Pizarro.
Sun Wukong è il re delle scimmie nella tradizione cinese, che compare nei Quattro grandi romanzi fantastici cinesi (Il romanzo dei tre regni, I briganti, Il viaggio in occidente, La prugna nel vaso d'oro che poi venne sostituito da Il sogno della camera rossa), nato da una pietra, noto sotto vari appellativi (il suo preferito è quello autoassegnatosi, Qitian Dasheng, creatura sacra con un potere pari a quello del cielo), ma Igarashi è bravissimo a collegarlo con Ermes Trismegistos, prima attraverso un labile collegamento linguistico (trismegistos, ovvero tre volte grandissimo, come una sorta di traduzione concisa del nome di Sun Wukong), poi attraverso un riferimento a Ficino, che scrive di Trismegistos:
In realtà di Ermes ce n'erano cinque e solo il quinto era colui che dagli egizi era chiamato Toth e dai greci Trismegistos
giovedì 5 aprile 2012
Mercenary Pierre
Questa era sostanzialmente la situazione nel 1429, l'anno di inizio delle avventure di Pierre, l'anno in cui la Francia, grazie a Giovanna d'Arco, si solleva contro l'Inghilterra ribaltando le sorti di una guerra che sembrava destinata finire in favore di quest'ultima. E dunque Pierre il mercenario è un romanzo sulla Francia, sui mercenari e sull'eroina Giovanna d'Arco, mal sopportata dai capi dell'esercito, amata dai soldati, regolari e mercenari, e dalla popolazione. Fu grazie a lei che un esecito apparentemente così male assortito riuscì a restare unito, trovando la forza e le motivazioni per ottenere delle importanti vittorie, come quella che permise alla Francia di riconquistare Orleans. E nel romanzo di Sato Pierre e la Pulzella incrociano le loro strade quasi dall'inizio, quando Pierre prova a stuprare la giovane eroina francese, senza ancora conoscerla, ma qualcosa, una visione mistica, lo fa recedere dal suo intento. Qui inizia un rapporto di amicizia (forse amore?) che verrà approfondito dall'autore nel corso del romanzo.
Però qui stiamo parlando di un romanzo in giapponese, e questo genere di romanzi difficilmente arrivano in Italia, a meno che non abbiano così successo in patria da diventare un manga di altrettanto successo, così da varcare in questo modo i confini nipponici.
E' il destino di Pierre il mercenario, e di altri manga pubblicati in Italia, che arriva nel nostro paese, pubblicato dalla J-Pop, con il titolo di Mercenary Pierre. Pubblicato in 4 volumi (o tankobon), il manga è realizzato da Takashi Noguchi con un tratto pulito ma comunque dettagliato, che ricorda il Yoshikazu Yasuhiko di Alessandro Magno, realizzando alla fine un seinen bello, appassionante e dove i personaggi non sono solo delle rappresentazioni storiche di alcune tipologie particolari, ma ognuno di loro, incominciando dalla stessa Giovanna d'Arco, esprimono una grandissima umanità e una profondità tipiche dei migliori autori nipponici. Forse solo la conclusione lascia perplessi, un po' con l'amaro in bocca per certi versi, sospesi trale lacrime di Jean, da sempre il secondo di Pierre, e il sorriso di un ormai adulto de la Flute illegittimo.
mercoledì 4 aprile 2012
L'isola prigione
Il tema dell'isola nella fantascienza è certamente uno dei più utilizzati nei romanzi di genere. Si parte dall'Isola del dottor Moureau, dove il misterioso dottore del titolo conduce i suoi esperimenti genetici (esperimenti che sono sempre stati visti con un pizzico di paura, basti pensare al dottor Strange originale e non allo psicologo da strapazzo introdotto sul finire degli anni 90 del XX secolo), senza dimenticare Il signore delle mosche o il recente Battle Royale, entrambi incentrati sulle interazioni tra un gruppo di giovani. In entrambi i casi i risultati finali delle opere sono pessimistici e devastanti, con i protagonisti che vengono portati alle punte più estreme della violenza umana. Battle Royale, poi, unisce questa battaglia per la vita, questo autoeliminarsi a vicenda, a una velata critica alle politiche del controllo, critica abbastanza fondata per un autore giapponese, considerando che l'isola nipponica viene da una storia recente, quella della Seconda Guerra Mondiale, di destra, interventista e probabilmente invasiva delle libertà individuali.
Torniamo, però, all'inizio, all'isola nel mare, dove magari, come recente rispolverato in 52 della DC Comics, si vanno a rifugiare un gruppo di scienziati, preferibilmente pazzi, ma comunque tutti nemici della società. Questa interpretazione dell'isola, unita con il tema de Il signore delle mosche, unito a sua volta con le sempre immancabili critiche politiche e sociali, confluiscono ne L'isola prigione di Yusuke Ochiai, un manga che inevitabilmente, proprio per questa varietà di spunti, può essere apprezzato pienamente solo alla conclusione dei tre volumi nei quali la Magic Press lo ha raccolto.
Torniamo, però, all'inizio, all'isola nel mare, dove magari, come recente rispolverato in 52 della DC Comics, si vanno a rifugiare un gruppo di scienziati, preferibilmente pazzi, ma comunque tutti nemici della società. Questa interpretazione dell'isola, unita con il tema de Il signore delle mosche, unito a sua volta con le sempre immancabili critiche politiche e sociali, confluiscono ne L'isola prigione di Yusuke Ochiai, un manga che inevitabilmente, proprio per questa varietà di spunti, può essere apprezzato pienamente solo alla conclusione dei tre volumi nei quali la Magic Press lo ha raccolto.
venerdì 27 gennaio 2012
Il complotto
La giornata di oggi mi è sembrata perfetta per recuperare dal limbo la recensione dell'ultima grande opera realizzata dal maestro Will Eisner.
E' il primo graphic reportage realizzato da Will Eisner. Il creatore di Spirit, impegnato nelle sue opere successive a Contratto con Dio, a ritrarre la realtà statunitense e soprattutto a dare una nuova visione della comunità ebraica, in questo caso si occupa dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion.
Questo letale documento presenta un dettagliato piano in cui un gruppo di rappresentanti delle comunità ebraiche mondiali confessano il piano e il proposito di controllare e conquistare il mondo. Al di là dell'assurdità dell'esistenza di un documento simile, sono molti quelli che nel corso di poco più di un secolo di vita sono caduti e continuano a cadere in quella che può essere definita come la più grande bufala della storia.
La bufala nasce dall'esigenza dei ministri della Russia zarista di fine XIX secolo di convincere Nicola II a resistere alle spinte modernizzatrici per mantenere lo status quo e soprattutto i privilegi di casta. La prima scelta è quella di indicare un nemico che appoggi la modernità, screditando così le forze riformatrici a tutto vantaggio di quelle conservatrici. Il nemico viene presto trovato, e sono gli ebrei, un gruppo di persone discriminate sostanzialmente per la religione, e anche per questo da sempre attaccate e diffamate.
Per portare a compimento l'opera è però necessario realizzare un documento credibile in cui gli ebrei si propongano esplicitamente di conquistare l'economia mondiale: non ha importanza se il documento sia assurdo o meno, incredibile o meno, l'importante è che sia in grado di risvegliare le paure insite nello zar e nel popolo russo.
La scelta del testo di base, o comunque del più importante(1) è Dialogo all'inferno tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly. Il dialogo, nato per attaccare politicamente la figura di Napoleone III, non ha certo portato fortuna al suo autore e in parte anche al libro stesso che, di mano in mano, finisce in possesso di Mathieu Golovinskij, esperto nella costruzione di prove false, e che rielabora su ordine dei suoi superiori il libro sul finire del XIX secolo in modo tale da poter essere utilizzato contro il riformismo russo.
Dopo l'uso, nei primi anni del XX secolo, dei Protocolli come bibliografia delle opere antisemite di Sergius Nilus, l'esplosione editoriale dell'opera fittizia è incredibile, e la sua diffusione inarrestabile. E' su di essa che si alimentano, in parte, le follie razziste e antisemite, è su di essa che si alimenta la bufala del complotto mondiale sionista. Nel corso del suo secolo e più di vita, il libello è stato più volte, da quasi tutte le corti più importanti del mondo, inequivocabilmente identificato come un falso, ma nonostante questo non solo molta gente ha continuato a crederci, ma lo ha utilizzato per giustificare razzismo, violenza, intolleranza. E in ogni caso l'attegiamento della gente verso l'ipotesi che sia un falso non è quello che ci si potrebbe ottimisticamente aspettare: forse è un falso, si dice, ma certo rappresenta gli ebrei molto bene, quindi bisogna credere in quello che dice!
Con l'ottimismo che lo contraddistingue, Eisner ha deciso di affrontare la ricerca storica sui Protocolli per divulgare ancora una volta una verità troppo spesso calpestata, per togliere alle persone una giustificazione e lasciarle nude con il loro razzismo in bella mostra, e per fornire a chi, ingenuamente, ha aderito alla follia, di avere uno strumento per ritornare sui propri passi. Peccato che da solo, un uomo e la sua opera, possono fare ben poco, e allora è compito nostro come lettori di suggerire la lettura a tutti, in modo che ci sia sempre maggiore diffusione di questi strumenti, necessari per respingere il prossimo attacco dei Protocolli.
(1) Come si legge nell'introduzione di Umberto Eco ci sono altri testi che hanno prestato parti alla stesura dei Protocolli dei Savi di Sion.
Questo letale documento presenta un dettagliato piano in cui un gruppo di rappresentanti delle comunità ebraiche mondiali confessano il piano e il proposito di controllare e conquistare il mondo. Al di là dell'assurdità dell'esistenza di un documento simile, sono molti quelli che nel corso di poco più di un secolo di vita sono caduti e continuano a cadere in quella che può essere definita come la più grande bufala della storia.
La bufala nasce dall'esigenza dei ministri della Russia zarista di fine XIX secolo di convincere Nicola II a resistere alle spinte modernizzatrici per mantenere lo status quo e soprattutto i privilegi di casta. La prima scelta è quella di indicare un nemico che appoggi la modernità, screditando così le forze riformatrici a tutto vantaggio di quelle conservatrici. Il nemico viene presto trovato, e sono gli ebrei, un gruppo di persone discriminate sostanzialmente per la religione, e anche per questo da sempre attaccate e diffamate.
Per portare a compimento l'opera è però necessario realizzare un documento credibile in cui gli ebrei si propongano esplicitamente di conquistare l'economia mondiale: non ha importanza se il documento sia assurdo o meno, incredibile o meno, l'importante è che sia in grado di risvegliare le paure insite nello zar e nel popolo russo.
La scelta del testo di base, o comunque del più importante(1) è Dialogo all'inferno tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly. Il dialogo, nato per attaccare politicamente la figura di Napoleone III, non ha certo portato fortuna al suo autore e in parte anche al libro stesso che, di mano in mano, finisce in possesso di Mathieu Golovinskij, esperto nella costruzione di prove false, e che rielabora su ordine dei suoi superiori il libro sul finire del XIX secolo in modo tale da poter essere utilizzato contro il riformismo russo.
Dopo l'uso, nei primi anni del XX secolo, dei Protocolli come bibliografia delle opere antisemite di Sergius Nilus, l'esplosione editoriale dell'opera fittizia è incredibile, e la sua diffusione inarrestabile. E' su di essa che si alimentano, in parte, le follie razziste e antisemite, è su di essa che si alimenta la bufala del complotto mondiale sionista. Nel corso del suo secolo e più di vita, il libello è stato più volte, da quasi tutte le corti più importanti del mondo, inequivocabilmente identificato come un falso, ma nonostante questo non solo molta gente ha continuato a crederci, ma lo ha utilizzato per giustificare razzismo, violenza, intolleranza. E in ogni caso l'attegiamento della gente verso l'ipotesi che sia un falso non è quello che ci si potrebbe ottimisticamente aspettare: forse è un falso, si dice, ma certo rappresenta gli ebrei molto bene, quindi bisogna credere in quello che dice!
Con l'ottimismo che lo contraddistingue, Eisner ha deciso di affrontare la ricerca storica sui Protocolli per divulgare ancora una volta una verità troppo spesso calpestata, per togliere alle persone una giustificazione e lasciarle nude con il loro razzismo in bella mostra, e per fornire a chi, ingenuamente, ha aderito alla follia, di avere uno strumento per ritornare sui propri passi. Peccato che da solo, un uomo e la sua opera, possono fare ben poco, e allora è compito nostro come lettori di suggerire la lettura a tutti, in modo che ci sia sempre maggiore diffusione di questi strumenti, necessari per respingere il prossimo attacco dei Protocolli.
(1) Come si legge nell'introduzione di Umberto Eco ci sono altri testi che hanno prestato parti alla stesura dei Protocolli dei Savi di Sion.
mercoledì 7 settembre 2011
Fisica e filosofia
La decadenza della filosofia, ridottasi oramai alla ricerca soltanto di norme morali e di condotta, favorì la scienza, che infatti ebbe in questo terzo e secondo secolo la sua massima fioritura.In effetti con l'avvento della meccanica quantistica e della teoria della relatività generale, mentre gli scienziati andavano accettando e quindi usando queste due teorie, la filosofia si trovava un po' persa. Non è un caso se di filosofi della scienza se ne ricorda, e nemmeno molto bene (almeno tra i fisici che ho frequentato), uno solo nel XX secolo, quel Karl Popper che pretendeva di interpretare (o rinnovare) un metodo scientifico che, invece, nell'uso dei metodi statistici trovava il suo vero rinnovamento, in una situazione in cui le deviazioni dalla media non solo non erano considerate prove di falsificazione, ma potevano anzi essere conferme tanto quanto risultati all'interno della media.
E la filosofia, infatti, subì una netta scissione. In effetti i filosofi dell'antica grecia erano sostanzialmente dei tuttologi, che si occupavano un po' di tutto il campo del sapere, basti immaginare ad Aristotele o a Crisippo da Soli. E poi, secoli, dopo, venne Leibniz, il matematico che, non contento del calcolo infinitesimale, si occupò anche della logica, di fatto costruendo il formalismo di base utilizzato ancora oggi nella così detta logica classica. I filosofi, quindi, iniziano a diventare scienziati, ma è il XX secolo che da il colpo di grazia, a mio giudizio, grazie a Wittgenstein e Godel, due logici di così gran livello che è facile confonderli con i filosofi.
In un certo senso, dunque, la matematica ha fatto i conti con la filosofia ed è in un certo senso semplice tracciare il percorso che la lega alla logica. Altrettanto, però, si può fare per la fisica. Uno dei filosofi più noti, Democrito, infatti, fu il primo fisico atomico, in un certo senso, perché fu il primo a chiedersi se la materia fosse indefinitivamente divisibile o meno, deducendo alla fine che doveva esistere una sorta di quanto fondamentale di materia che chiamò proprio atomo. Ed è proprio dalla filosofia greca che prende le mosse il grande Werner Heisenberg per parlare del rapporto tra Fisica e filosofia.
Un altro punto fondamentale nella dissertazione di Heisenberg, a parte il capitolo dedicato alla relatività, è la difesa dell'interpretazione di Copenaghen, ovvero quella secondo cui la funzione d'onda rappresenta la densità di probabilità di trovare la particella in una data posizione.
lunedì 29 agosto 2011
La leggenda di Earthsea: I draghi di Earthsea
Avevamo lasciato Ged sulla spiaggia del mondo dei morti, da cui era tornato a costo di lasciare la sua stessa magia: il nostro, infatti, non era piùin grado di compiere alcun incantesimo. E così, uomo normale, torna alla sua isola natia, scortato da un drago, giusto alcuni giorni dopo la morte del suo maestro Ogion. Nel frattempo Tenar, la giovane liberata da Ged ne Le tombe di Atuan, nel frattempo diventata donna e vedova con i figli lontani, si prende carico di una ragazzina tremendamente ustionata, Therru, ragazzina profondamente segnata dall'esperienza, ma soprattutto molto enigmatica.
Ed è lei, in effetti, il fulcro di tutto il romanzo, una ragazzina il cui vero nome è Tehanu, titolo originale del romanzo: è intorno a lei che ruotano le vite di Tenar e di Ged, un Arcimago in cerca di uno scopo dopo la perdita della magia (e che ritroverà la magia più vecchia del mondo, l'unica che potrà mai fare, e proprio insieme con Tenar!), che ruotano i complotti del padre di Therru e dell'uomo chiamato Pioppo, un mago che vuole vendicarsi di Ged e scoprire qualcosa di più dell'inquietante ragazzina, una umana che sembra essere molto affine con i draghi.
Il motivo di questo è per via di un grande cambiamento avvenuto proprio a causa degli eventi de La spiaggia più lontana, eventi che hanno lasciato qualcosa di incompiuto, qualcosa che solo la figlia dei draghi, la piccola Tehanu, potrà risolvere, non da sola, e non senza lasciare qualcosa, come faranno tutti, prima di tornare alla semplicità di tutti i giorni:
- Raccontami... - disse Tenar - Raccontami cos'hai fatto mentre ero via.Il resto della saga:
- Ho badato alla casa.
- Hai passeggiato nella foresta?
- Non ancora - rispose il marito.
(traduzione di Pietro Anselmi)
Il mago
Le tombe di Atuan
La spiaggia più lontana
venerdì 26 agosto 2011
Omaggio a Richard Matheson (e non solo)
Uno dei più grandi successi cinematografici recenti è stato sicuramente Inception, film che ha riportato all'attenzione, se vogliamo, un tema narrativamente poco sfruttato nel mondo cinematografico, quello del sogno. E lo fa in un modo quasi originale, ovvero proponendo un gruppo di viaggiatori del sogno, degli avventurieri che si infiltrano nei sogni altrui per recuperare informazioni preziose per conto di altri. L'idea è quasi originale, però, perché è già stata utilizzata altre volte, ad esempio nel mondo dinseyano.Come molti hanno notato, ad esempio, c'è la storia Il sogno di una vita di Don Rosa nella quale i Bassotti entrano nei sogni di Paperone per recuperare la combinazione della cassaforte. In questo caso, però, c'è un limite importante: bisogna essere il più vicini possibile al soggetto che sta sognando, altrimenti si finisce oltre il confine del sogno, in una zona completamente bianca che significa, per l'intruso, svegliarsi. Ad aiutare Paperone a difendere non solo la cassaforte, ma anche i suoi sogni, che poi non sono altro che i suoi ricordi, arriva Paperino.
Prima di Don Rosa, però, a far entrare i paperi nel mondo dei sogni ci pensano Fabio Michelini e Roberto Marini nella storia Zio Paperone e il viaggio da incubo, dove è invece Paperone che, con una astronave del sogno ideata sempre da Archimede entrano nel sogno di Paperino per cercare di scoprire dove si trovano le mitiche tre porte e soprattutto quale delle tre è quella che nasconde immense ricchezze.
Un'altra possibilità è quella di far sìche il sognatore influisca sul mondo reale: questa direzione narrativa, ad esempio, si può trovare ne Il pianeta proibito, dove i protagonisti piùche sognare rendono reali le immagini contenute nel proprio subconscio, o Stanotte il cielo cadrà, dove un gruppo di esseri umani cerca di impedire al sognatore del mondo di svegliarsi e distruggere il loro universo. In questa occasione Daniel Francis Galouye introduce una piccolo, importante dettaglio: il rappresentante o tramite tra il sognatore e il mondo. In questo modo, intervenendo sul tramite, è possibile riuscire a mantenere dormiente il sognatore(1).
venerdì 19 agosto 2011
La scivolosa scarpata
Ovviamente grazie alle qualità di Klaus e Violet, i due Baudelaire maggiori riescono a salvarsi, ma certo gli sfortunati eventi del 10.mo volume non finiscono qui. In effetti mentre Klaus e Violet incontrano Carmelita Ghette (ricordate l'antipatica ragazzina de L'atroce accademia?) e riescono a occultare i loro volti grazie a delle maschere da scherma utilizzate da un gruppo di strani boy-scout che si stanno avventurando sul monte per festeggiare l'arrivo della Falsa Primavera (un periodo di un giorno di bel tempo), Sunny è costretta a cucinare, possibilmente senza fuoco, per il gruppo di Olaf.
Una piccola luce, però, nei misteri che avvolgono i Baudelaire si accende grazie all'incontro con Quigley Pantano, il trigemino creduto morto, scoprendo che nei fantomatici V.F., il cui quartier generale di Val Ventosa tutti stanno cercando (purtroppo Klaus, Violet e Quigley, esperto in cartografia, arriveranno tardi, bruciato da amici di Olaf), facevano parte anche i genitori dei tre gemelli oltre ai coniugi Baudelaire, a Esmé e Olaf e i due tizi innominati dall'aura malvagia che irrompono in questo capitolo della serie.
A quanto sembra, infatti, all'interno dei V.F. (Volontari del Fuoco?) è avvenuto uno scisma, con da una parte Olaf e simili che probabilmente vogliono utilizzare le conoscenze e le abilità dei V.F. per i loro loschi fini, e dall'altro chi interpreta in maniera altruistica l'appartenenza alla misteriosa organizzazione. A quanto sembra stanno vincendo i cattivi, cui rimane ormai solo l'ultimo rifugio da distruggere e poi tutta la vicenda resterà impressa su stampa e nota al grande pubblico solo grazie a Lemony Snicket, che a suo tempo scelse la parte buona dei V.F. scissi.
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