L'istituto dell'accademia viene tradizionalmente fatto risalire all'Accademia platonica, una vera e propria scuola di studi avanzati che faceva capo al filosofo Platone. Questa nobile istituzione venne, ovviamente, esportata in tutte le zone di influenza dell'Antica Grecia, inclusa la Magna Grecia. E non è un caso, allora, che la Scuola Medica Salernitana, fondata nel IX secolo, è considerata la prima università medico-scientifica.
Più "universale" era, invece, la storica Università di Bologna: istituita come luogo di formazione e di ricerca nel 1158 con una legge promulgata da Federico Barbarossa, l'Università di Bologna è in realtà ben più vecchia. La sua fonazione, infatti, è probabilmente antecedente anche al 1088, data scelta come convenzione in mancanza di documenti ufficiali o ufficiosi che ne sanciscano l'inizio delle attività.
Viste queste prestigiose origini italiane dell'università, non dovrebbe stupire se le prime donne a riuscire ad ottenere dei titoli accademici sono state proprio delle italiane. Ufficialmente la prima donna ad ottenere un titolo universitario fu la veneziana Elena Cornaro Piscopia nel 1678 presso l'Università di Padova con il prestigioso titolo di Dottore in Filosofia. Esistono però alcune fonti che suggeriscono che anche altre donne erano riuscite a ottenere in precedenza titoli di prestigio: Bettisia Gozzadini aveva ottenuto il titolo di dottore in diritto canonico nel 1236 proprio a Bologna; Costanza Calenda era diventata dottore in medicina presso l'Università di Napoli nel 1422; Juliana Morell, anch'essa dottore in diritto canonico, ad Avignone intorno al 1608.
Una cinquantina di anni più tardi dopo la Cornaro Piscopia, proprio a Bologna, ottiene nel 1732 il titolo di Dottore in Filosofia anche Laura Maria Caterina Bassi alla giovane età di 20 anni. Il 29 ottobre di quello stesso anno, all'incirca intorno al suo compleanno, l'Università di Bologna le conferisce una cattedra in filosofia: inizia, così la sua carriera accademica.
Stomachion
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giovedì 31 ottobre 2019
domenica 1 ottobre 2017
Fare ricerca in Italia

Normale. Vorrei un lavoro normale. Spegnere il cervello otto ore al giorno. Niente resbonsabilità, niente carriera... Niente.Rocco, protagonista del volume, è un alter ego non solo dell'autore, Vito Antonio Baldassarro, in arte Duckbill, ma praticamente di qualunque ricercatore precario in Italia.
Fare ricerca nel nostro paese è difficile, non tanto per le difficoltà intrinseche dell'attività, quanto per le difficoltà, in varia importanza, nel reperire fondi, nell'interfacciarsi con i propri capi e con le istituzioni (in quest'ultimo caso scontrandosi spesso con la burocrazia), nel riuscire a ottenere quel minimo di autonomia che non spenga la passione non tanto verso la scienza (nello specifico di Duckbill) quanto verso il proprio lavoro.
In effetti, detta così, la vita del ricercatore precario, pagato quando va bene, sembra una bolgia infernale, e tale diventa il viaggio di Rocco a partire dal capitolo 3: un viaggio mistico in una sorta di inferno dantesco guidato da Calusia che porterà il lettore a conoscere, in maniera sempre e comunque ironica, alcuni dei punti dolenti dell'università italiana.
Emblematica sia della struttura della nostra università sia dell'atmosfera del volume è la scala sociale universitaria (a pagina 77).
Altrettanto forte è l'immagine che rappresenta l'università come una città costruita su una roccia sostenuta da una colonna sottilissima di precari: è questo che rappresenta in maniera esplicita e drammatica il senso della nostra accademia e della condizione di moltissimi ricercatori (che però non hanno legalmente questo status). I precari si rendono perfettamente conto che venendo meno il loro impegno l'intera struttura crollerebbe in pochissimo tempo, ma vi posso assicurare è molto difficile spostarsi, mancando spesso lo spirito, il coraggio e le possibilità di sopravvivere in maniera differente.
Dottor assegnista ricercatore precario. All'occorrenza autista per convegni, segretario, portaborse, tuttofare
Duckbill
144 pagine, bianco e nero, brossurato
Beccogiallo, 2015
venerdì 10 aprile 2015
Burocrazia e ricerca in Italia


E ti cadono semplicemente le braccia...
mercoledì 1 aprile 2015
Sportello di consulenza sindacale per i precari dell'università
Ricevo comunicazione via e-mail e pubblico volentieri, visto il parziale interesse sulla faccenda:
La Federazione Lavoratori della Conoscenza di Milano attiva quattro sportelli di consulenza sindacale rivolti a tutto il personale con contratti di lavoro precario: dottorandi, borsisti, docenti a contratto, assegnisti, cultori della materia, ricercatori a tempo determinato, tecnici-amministrativi e collaboratori con contratto di lavoro parasubordinato o partite iva.
Gli sportelli offrono consulenza su:
Tutti gli aggiornamenti sulla nostra pagina facebook: RicercaPrecari.Milano [vedi questo post al proposito]
Apertura di quattro sportelli di consulenza sindacale rivolti a lavoratori e lavoratrici precari/e delle università milanesi

Gli sportelli offrono consulenza su:
- Questioni riguardanti tutele e garanzie nel rapporto di lavoro (maternità, disoccupazione, malattia, infortuni, diritti sindacali, ecc.);
- Problemi e dubbi riguardanti aspetti contrattuali e del rapporto di lavoro;
- Regimi di compatibilità/incompatibilità con altre attività lavorative
- Università degli Studi di Milano – Città Studi, via Balzaretti, 13, Aula sindacale: primo lunedì del mese
- Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono 7, Aula sindacale: secondo martedì del mese
- Politecnico di Milano, Piazza Leonardo da Vinci 32, Aula Sindacale: terzo mercoledì del mese
- Università degli Studi di Milano-Bicocca, viale dell’Innovazione, edificio U9, Aula Sindacale: ultimo giovedì del mese
- Università degli Studi di Milano – Città Studi: lunedì 4 maggio
- Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono: martedì 14 aprile; martedì 12 maggio
- Politecnico: mercoledì 22 aprile; mercoledì 20 maggio
- Università degli Studi di Milano-Bicocca: giovedì 30 aprile; giovedì 28 maggio

venerdì 13 febbraio 2015
(non capisco)
Nonostante la mia contrarietà al carnevale della fisica e a come esso viene gestito, al fatto che ci siano i premi e che spesso i contributi presenti provengono soprattutto da istituti e riviste, nella mia timeline su twitter arrivano ogni tanto gli aggiornamenti sul Carnevale, e questo perché, alla fin fine, non ho deciso di abbandonare gli account che in un qualche modo al carnevale sono legati. Questo giusto per farvi capire come l'immagine qui sotto sia finita alla mia attenzione:
Succedono sempre tante cose durante la giornata. Durante ogni giornata. Ci si prova, più o meno periodicamente, a proporre idee, e puntualmente ci si scontra (spesso in maniera indiretta) contro burocrazia e mancanza di fondi. E' essenzialmente per questo che non capisco il premio qui sopra, e non solo perché non capisco il senso di premiare dei contributi a un carnevale scientifico, ma soprattutto perché la maggior parte degli istituti di ricerca mal sopportano (e a volte mal supportano, con richieste di finanziamento scritte non molto bene) i gruppi di outreach, o perché c'è spesso gente che sopravvive, in questi gruppi, con contratti a spezzoni o con la speranza (come il sottoscritto) che arrivino fondi per poter, finalmente, sviluppare fino al massimo delle potenzialità il proprio progetto.
Per voi potrà sembrare qualcosa di banale, ma questo premio l'ho preso non come una possibilità di speranza, ma per il suo esatto opposto...

Per voi potrà sembrare qualcosa di banale, ma questo premio l'ho preso non come una possibilità di speranza, ma per il suo esatto opposto...
martedì 3 febbraio 2015
Unplugged math

Cari amici e colleghi di PDE's,Sono cose che se entri nelle scuole italiane (non tutte, a dire il vero) succedono ancora. Bisogna entrarci però.
volete fare un tuffo nel passato e gustarvi una serie di conferenze fatte alla lavagna da eminenti artisti del settore?
Volete frequentare un ambiente selezionato privo di squilli di cellulari e di dita picchiate su tastiere?
Allora non potete perdervi il convegno "Unplugged in PDE's"

venerdì 5 dicembre 2014
Precari
Lavori "precari", strutture "precarie", situazioni "precarie", sono tutte cose che danno un po' di angoscia a causa della loro provvisorietà, del loro futuro incerto.
Poiché "precario" deriva da "prece", cioè "preghiera", ci sarebbe da chiedersi perché qualcuno preghi per ritrovarsi in una situazione angosciosa... effettivamente ciò che si ottiene grazie a una preghiera è essenzialmente un favore, non un diritto, e pertanto ci può essere tolto esattamente come ci è stato concesso, quasi per caso, e la coscienza di questo fatto ci fa sentire particolarmente "precari".
Testo tratto da Almanacco Topolino n.309. Segnalo, a tal proposito, un comunicato dei precari dell'Università di Firenze e una petizione per bloccare l'approvazione di un particolare comma all'interno della legge di stabilità che non costringerebbe più le università all'obbligo di assunzione dei precari, come spiega molto bene Sandro.
Poiché "precario" deriva da "prece", cioè "preghiera", ci sarebbe da chiedersi perché qualcuno preghi per ritrovarsi in una situazione angosciosa... effettivamente ciò che si ottiene grazie a una preghiera è essenzialmente un favore, non un diritto, e pertanto ci può essere tolto esattamente come ci è stato concesso, quasi per caso, e la coscienza di questo fatto ci fa sentire particolarmente "precari".
Testo tratto da Almanacco Topolino n.309. Segnalo, a tal proposito, un comunicato dei precari dell'Università di Firenze e una petizione per bloccare l'approvazione di un particolare comma all'interno della legge di stabilità che non costringerebbe più le università all'obbligo di assunzione dei precari, come spiega molto bene Sandro.
giovedì 9 ottobre 2014
Aggiornamento precario
Aggiornamento da INPS, precari e coccodé:
Lorella, precaria dell'Università della Calabria, ha anche partecipato ad Agorà su Rai Tre. Potete rivederla andando avanti fino a un'ora e 45 minuti circa (qualche secondo prima, in effetti).
Nel 2014 numerosi ex co.co.co., attualmente precari e/o disoccupati, si sono visti recapitare a casa una lettera dell’Inps con la quale si chiedeva la restituzione delle indennità di disoccupazione "una tantum" per collaboratori "erroneamente" erogate in precedenza (mediamente circa 4.000 euro). L'una tantum infatti esclude inspiegabilmente i collaboratori del pubblico impiego, ma a causa di una norma confusa e di dubbia interpretazione alcune sedi Inps negli anni passati hanno erogato il beneficio anche a tali lavoratori.(da #nonscherziamo con l'una tantum ai precari)
Il lavoro è uguale per tutti, ripete Anna Fedeli, e gli ammortizzatori sociali dovrebbero essere estesi a tutti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale. Conclude così Fedeli: certe tipologie contrattuali iperprecarie, a dispetto dell’opinione comune, sono molto diffuse nel pubblico impiego, a partire dalla scuola, università, accademie e nei conservatori e noi ne chiediamo l’abolizione.(da #nonscherziamo: la conferenza stampa)
Queste esigenze emergono ancora di più nel corso della conferenza stampa dalle due lavoratrici precarie intervenute per raccontare la loro storia: c'è Lorella Gabriele, assegnista precaria che, vedendosi rifiutato il diritto ad accedere all'una tantum, ha fatto ricorso e dopo anni si è vista recapitata una lettera in cui le veniva chiesto di restituirli tutti, e senza sconti, quei soldi. C'è Francesca Marsico, che a nome di tutti i suoi colleghi pugliesi, racconta la stessa identica storia di lavoratori che sono rimasti all'improvviso senza lavoro e senza indennità. All'arrivo delle famose lettere entrambe hanno detto no a quest'assurdità e si sono rivolte ai sindacati: solo la CGIL ha risposto. E solo la FLC CGIL adesso, insieme a NIdiL ha vinto una battaglia: quella di vedere sospese dall'Inps le richieste di rimborsi.

sabato 4 ottobre 2014
INPS, precari e coccodé
La vicenda ha un che di assurdo, ma, come scrive Valentina Santarpia sul Corriere, ha scoperchiato un vaso di Pandora.
Contesto: in questi decenni sia l'università sia la scuola si sono avvalsi e continuano ad avvalersi di una folta schiera di precari. Alcuni sono più o meno regolamentati, soprattutto nella scuola, con le fasce di docenza, di cui quella trattata peggio è la terza fascia (mia madre, commerciante, si è lamentata quest'estate che pago quasi più tasse di lei...), altri invece vengono assunti con contratti co.co.co., sicuramente più diffusi nel mondo accademico, ma che non mancano nemmeno nel mondo della scuola, anche nel corpo docente (nella mia prima supplenza in terra lombarda, uno dei docenti della scuola dove ho prestato servizio era assunto con tale contratto). Ovviamente tutte queste categorie hanno richiesto l'indennità di disoccupazione per coprire il periodo di inattività lavorativa tra il licenziamento e l'assunzione successiva.
La vicenda: nei giorni scorsi, però, l'INPS ha inviato, in particolare ai co.co.co. (non so per quelli di terza fascia, visto che non mi sono mai avvalso di questo diritto alla disoccupazione, per molti motivi che non mi va di approfondire), una richiesta di restituzione dei soldi erogati negli ultimi 5 anni, a quanto scritto per un errore.
La CGIL ha allora diramato un comunicato stampa sulla questione:
P.S.: non sono improvvisamente diventato un sindacalista, ma credo che sottolineare certe storture del sistema sia in ogni caso importante. Che poi personalmente ritenga che queste storture siano ineliminabili in un qualunque sistema burocratico è una considerazione che, a mio giudizio, non cambia di una virgola né quanto ho scritto, né la condivisione delle richieste di una categoria abbastanza vasta di persone, come quella dei lavoratori di scuola e università.
P.P.S.: se non fosse chiaro, il coccodé del titolo si riferisce al fatto che i precari spesso vengono trattati (non solo dalle istituzioni politiche) come galline, ovvero messi un po' lì a razzolare, nella speranza che se ne stiano buoni e zitti...
Contesto: in questi decenni sia l'università sia la scuola si sono avvalsi e continuano ad avvalersi di una folta schiera di precari. Alcuni sono più o meno regolamentati, soprattutto nella scuola, con le fasce di docenza, di cui quella trattata peggio è la terza fascia (mia madre, commerciante, si è lamentata quest'estate che pago quasi più tasse di lei...), altri invece vengono assunti con contratti co.co.co., sicuramente più diffusi nel mondo accademico, ma che non mancano nemmeno nel mondo della scuola, anche nel corpo docente (nella mia prima supplenza in terra lombarda, uno dei docenti della scuola dove ho prestato servizio era assunto con tale contratto). Ovviamente tutte queste categorie hanno richiesto l'indennità di disoccupazione per coprire il periodo di inattività lavorativa tra il licenziamento e l'assunzione successiva.
La vicenda: nei giorni scorsi, però, l'INPS ha inviato, in particolare ai co.co.co. (non so per quelli di terza fascia, visto che non mi sono mai avvalso di questo diritto alla disoccupazione, per molti motivi che non mi va di approfondire), una richiesta di restituzione dei soldi erogati negli ultimi 5 anni, a quanto scritto per un errore.
La CGIL ha allora diramato un comunicato stampa sulla questione:

Roma, 3 ott. '14 - Indennità di disoccupazione erogate ai lavoratori precari e chieste indietro dall'Inps cinque anni più tardi. È questa la situazione ai confini della realtà che stanno vivendo in queste settimane centinaia di co.co.co. della scuola, assegnisti di ricerca e dottorandi, che a partire dal 2009 avevano fatto richiesta dell’indennità una tantum per il sostegno al reddito.Il comunicato ha avuto, però, un effetto quasi immediato: l'INPS ha infatti sospeso la procedura di restituzione dei soldi, grazie all'azione immediata del nuovo commissario Treu. La palla ora passa al governo: mentre la conferenza stampa è stata confermata, l'idea del sindacato è quella di chiedere alle istituzioni l'abolizione di questa distinzione di fatto tra precari (almeno relativamente agli ammortizzatori sociali). La conferenza stampa sarà, inoltre, preceduta da un flash mob all'esterno di Montecitorio intorno alle 12:30.
Dall'inizio del 2014 infatti numerosi ex co.co.co., attualmente precari e/o disoccupati, si sono visti recapitare a casa una lettera dell'Inps con la quale si chiede la restituzione della somma erogata "erroneamente" in precedenza (mediamente 4000 euro). L'una tantum infatti esclude inspiegabilmente i collaboratori del pubblico impiego, ma a causa di una norma confusa e di dubbia interpretazione, molte sedi INPS negli anni passati hanno erogato il beneficio anche a tali lavoratori.
FLC CGIL e NIdiL CGIL ritengono assurdo che a distanza di numerosi anni l'Inps pretenda dai lavoratori precari la restituzione di un'indennità di disoccupazione, che è già del tutto inadeguata ed escludente. Cogliamo l'occasione per chiedere a gran voce che questa assurda distinzione fra lavoratori precari sia abolita quanto prima, e che gli ammortizzatori sociali siano garantiti a tutti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale.
Il sindacato illustrerà la questione in una conferenza stampa in programma martedì 7 ottobre alle ore 13:00 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (via della Missione, 4), alla quale parteciperanno alcune lavoratrici alle quali è stata già recapitata la lettera dell'Inps, l'on. Marco Miccoli (membro della Commissione Lavoro, PD), la segretaria confederale della CGIL Serena Sorrentino, Anna Fedeli (segretaria nazionale FLC CGIL) e Sabina Di Marco (segretaria nazionale NIdiL CGIL).
P.S.: non sono improvvisamente diventato un sindacalista, ma credo che sottolineare certe storture del sistema sia in ogni caso importante. Che poi personalmente ritenga che queste storture siano ineliminabili in un qualunque sistema burocratico è una considerazione che, a mio giudizio, non cambia di una virgola né quanto ho scritto, né la condivisione delle richieste di una categoria abbastanza vasta di persone, come quella dei lavoratori di scuola e università.
P.P.S.: se non fosse chiaro, il coccodé del titolo si riferisce al fatto che i precari spesso vengono trattati (non solo dalle istituzioni politiche) come galline, ovvero messi un po' lì a razzolare, nella speranza che se ne stiano buoni e zitti...
martedì 6 maggio 2014
La matematica a Milano per Unipertutti

- 15.30 - Luigi Fontana. Ricerca: perché sono soldi ben spesi
- 16.00 - Francesca Dalla Volta. Numeri e Crittografia: problemi classici e applicazioni
- 16.30 - Pablo Spiga. Codici correttori di errori: come smascherare un bugiardo
- 17.00 - Franco Magri. Geometria enumerativa e Fisica
Ma, dice l'uomo della strada, perché sprecare soldi nella ricerca? Non è più furbo aspettare che qualcun altro brevetti un'idea, per poi comprarne i diritti? Anche qui: sembra furbo nei primi istanti, ma diventa piuttosto sciocco nel medio periodo. Perché, insegna la teoria dei giochi, i nostri competitori non sono rimbambiti: giocano per vincere e sanno come farsi valere. Se ho avuto una brillante idea, magari te la vendo, ma te la vendo al prezzo che vale, e comunque tu resti sempre lì a dipendere dalla mia idea.A me personalmente piacerebbe poter contribuire non solo condividendo l'iniziativa con questo post sul programma matematico, ma anche raccontando dal vivo quel che ho fatto per le Olimpiadi dell'Astronomia (c'è anche una presentazione su LinkedIn), cosa un po' difficile non avendo un ruolo ufficiale (situazione momentanea?) all'interno del gruppo.
martedì 11 marzo 2014
Prendi i soldi dell'Europa (e fuggi?)
Il ministro Stefania Giannini si confronta per la prima volta con il mondo accademico nell'Aula Magna dell'Università di Padova (resoconto su UNINEWS24). Il testo integrale dell'intervento è comunque disponibile on-line (pdf), però girano anche commenti di persone che hanno assistito dal vivo e che rappresentano delle semplificazioni e delle aggiunte a un discorso comunque abbastanza chiaro (e non molto confortante). Riassumo i punti qui sotto:
- In Italia non ci sono atenei pubblici e privati ma statali e non-statali (in risposta alle molteplici stoccate nell'intervento della rappresentante degli studenti).
- E' inaccettabile la situazione del diritto allo studio.
- Pur consapevole del sottofinanziamento e sottodimensionamento del sistema universitario italiano, non è in grado di garantire un aumento del FFO in futuro.
- Le risorse bisogna cercarle in Europa, o più esplicitamente, prendiamo i soldi europei, soprattutto quelli finalizzati a progetti per fare avvicinare i giovani alle imprese (corollario del job act).
- L'abilitazione scientifica nazionale ha molti problemi, grazie anche all'operato delle commissioni. Prevede di modificarla (anche se non ha ancora tutte le idee chiare sul come) in qualcosa di più semplice e rapido.
- La gestione del reclutamento attraverso i punti organico non risponde alle esigenze del sistema.
- Prestiti d'onore: non ci saranno per pagare le tasse, ma serviranno solo se gli studenti vogliono iscriversi agli atenei di eccellenza, come quello di Padova.
- Le Università devono poter competere con gli altri atenei del mondo reclutando subito e con stipendi adeguati i giovani ricercatori che hanno vinto progetti europei. Quindi al momento sembra al momento l'unico criterio per reclutare.
venerdì 7 dicembre 2012
Futuri insegnanti: studenti di serie B
Si sa che da quest'anno è stato introdotto il TFA, un corso che serve per formare i nuovi insegnanti che entreranno, si spera, nelle scuole. Ancora siamo in una fase sperimentale, perché come sempre per tenere buoni i precari storici, tra TFA e concorso c'era la sensazione che i molti paletti posti servissero per garantire in qualche modo proprio loro. Di tutte quelle polemiche, del fatto che tutte queste malignità abbiano un reale fondamento o meno non mi interesso quest'oggi, ma di un particolare che comunque qualcuno non ha considerato per nulla insignificante: qualora si passasse la selezione, il TFA andrebbe pagato dal futuro insegnante, in questo caso studente ovviamente, come un qualsiasi master.
Si può discutere all'infinito di questa soluzione ideata dal Ministero per finanziare i corsi, ma considerando che da un po' stanno circolando Master in cui sono gli studenti ad essere pagati direi che ha anche un certo cattivo gusto. Uno degli ultimi, segnalatomi da Lucia e il cui bando è da poco scaduto (cui non ho inviato la domanda per molti motivi, gli stessi per cui non l'ho divulgato in giro) è il master SPRINT dell'Università della Calabria.
Il master specifico dura due anni accademici e propone 3000 ore tra corsi (400 ore), esercitazioni da fare in laboratorio o in aula (400), stage (500 ore), realizzazione di un project work (300 ore), preparazione agli esami (200 ore), studio individuale (1200 ore). Gli studenti selezionati 24, e tutti verranno dotati di una borsa di studio di almeno 19.000 euro per tutta la durata del master. Non tantissimo, questo è vero, però gli aspiranti insegnanti il TFA se lo devono pagare da soli, come se questi ultimi fossero studenti o figure professionali di serie B.
Si può discutere all'infinito di questa soluzione ideata dal Ministero per finanziare i corsi, ma considerando che da un po' stanno circolando Master in cui sono gli studenti ad essere pagati direi che ha anche un certo cattivo gusto. Uno degli ultimi, segnalatomi da Lucia e il cui bando è da poco scaduto (cui non ho inviato la domanda per molti motivi, gli stessi per cui non l'ho divulgato in giro) è il master SPRINT dell'Università della Calabria.
Il master specifico dura due anni accademici e propone 3000 ore tra corsi (400 ore), esercitazioni da fare in laboratorio o in aula (400), stage (500 ore), realizzazione di un project work (300 ore), preparazione agli esami (200 ore), studio individuale (1200 ore). Gli studenti selezionati 24, e tutti verranno dotati di una borsa di studio di almeno 19.000 euro per tutta la durata del master. Non tantissimo, questo è vero, però gli aspiranti insegnanti il TFA se lo devono pagare da soli, come se questi ultimi fossero studenti o figure professionali di serie B.
giovedì 20 settembre 2012
Il verde, il blu e la libertà di scelta
Nel 2010 il Consorzio Enfapi, ditta specializzata nella formazione professionale, ha diffuso per le strade di Treviglio questo manifesto:
Come spesso succede ho scovato il manifesto grazie a tumblr, che mi ha permesso di scoprire come sia tornato quest'anno a fare il giro dei blog, probabilmente grazie al perdurare dello stato di crisi. E' finito infatti nelle pagine estive di ROARS e PrecariaMente e su quelle settembrine di Book and Negative e di strategie evolutive, dove c'è un'accorata difesa dei laureati che mi sento di condividere in toto. Eppure:
Per cui se c'è qualcuno che impedisce alle scuole prima e alle università poi di farsi carico della formazione di gente che non ha voglia di studiare o non ne ha la testa, ne trarremo tutti un gran vantaggio e la libertà di scelta individuale non farebbe altro che aumentare.
D'altra parte la formazione professionale non universitaria (scusate se aggiungo questa precisazione solo ora, ma d'altra parte anche la formazione universitaria è professionale!) rischia di essere solo un rimandare il problema, visto che difficilmente un ragazzo preparato ad affrontare un lavoro manuale potrà essere pagato quanto un extracomunitario in nero...

Sono laureato (con lode), faccio il professionista e non guadagno male, tuttavia sono il primo a dire che la pubblicità di enfapi dipinge la realtà, oltre ad essere azzeccata. L'italia ha bisogno di ottimi laureati, in discipline scientifiche, non ti eserciti di modesti laureati in scienze dell'educazione, psicologia, giurisprudenza, lettere, economia (a treviglio), etc. Ha quindi molto più senso invitare, chi è portato, verso i lavori manuali, che sono notoriamente molto ben pagati.Credo che il punto stia tutto qui: l'Italia ha prodotto una quantità immane di laureati inutili e generalmente poco preparati, rendendo la vita difficile a quei pochi realmente qualificati e preparati che negli stessi anni venivano formati. E l'esistenza dei primi ha generato un circolo vizioso per cui a subire l'astio e l'incomprensione della gente sono soprattutto i secondi, ovvero matematici, chimici, fisici e via discorrendo.
Per cui se c'è qualcuno che impedisce alle scuole prima e alle università poi di farsi carico della formazione di gente che non ha voglia di studiare o non ne ha la testa, ne trarremo tutti un gran vantaggio e la libertà di scelta individuale non farebbe altro che aumentare.
D'altra parte la formazione professionale non universitaria (scusate se aggiungo questa precisazione solo ora, ma d'altra parte anche la formazione universitaria è professionale!) rischia di essere solo un rimandare il problema, visto che difficilmente un ragazzo preparato ad affrontare un lavoro manuale potrà essere pagato quanto un extracomunitario in nero...
martedì 10 aprile 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Sparse le parole morbide
Dopo la lettura, ho fatto un po' di ricerche e ho deciso di scrivere questo post con alcune citazioni sparse. Buon disgusto a tutti:
Non credo che Peppe si riferisse alla persona collegata con queste citazioni, però in fondo il capo è sempre un buon rappresentante...
Nel 2005 il rettore era candidato alle elezioni regionali nel listino bloccato in appoggio all’ex governatore di centrosinistra Agazio Loiero, ma non venne eletto. Latorre era stato già rieletto Rettore dell’Unical nel 2003, ma dopo la mancata elezione in Consiglio Regionale nel 2006, sentì che c’era «bisogno di un’approfondita rivisitazione dello statuto dell’Università», come registrava la Gazzetta del Sud a marzo di quell’anno. A suo dire «l’università si era ingrandita e, per restare al passo dei grandi atenei in espansione e continuare a restare nella serie A degli atenei italiani», si doveva «garantire la continuità rimuovendo l’ostacolo della rieleggibilità del Rettore per la terza volta». Con queste parole, nel 2006 Latorre chiese e ottenne la modifica dello Statuto dell’Università della Calabria. La norma transitoria venne approvata in Senato accademico con 19 voti a favore su 26 (quorum a 17), anche con il voto di persone (Rettore in primis e alcuni Presidi) che direttamente ne avrebbero potuto beneficiare.(linkiesta)
Pensavamo che l'impatto sulla società fosse più rapido. Certo la società calabrese è cambiata, e anche molto, dai tempi della fondazione dell'università, però mentre l'ateneo si è sviluppato secondo piani innovativi, non c'è stata la stessa crescita nella società.(Libero che ripropone una agenzia Adnkronos)
Dipende dalle altre istituzioni, dall'economia e dalla politica. Il nostro compito è la ricerca, la formazione, la conoscenza. E lo facciamo bene se oggi non esportiamo più braccia ma cervelli. Da un lato è un bene perché si risolve il problema occupazionale dei nostri giovani. Però devono andare fuori regione. La prossima sfida è lo sviluppo, non solo per l'università ma per tutte le istituzioni.
Non credo che Peppe si riferisse alla persona collegata con queste citazioni, però in fondo il capo è sempre un buon rappresentante...
martedì 22 novembre 2011
Disperati
Non ci si rende conto di quanto si è realmente disperati fino a che non ci si trova di fronte a una scelta ben determinata, che fai più per costrizione che per altro. Ad esempio quando tra accettare una supplenza annuale ma di 6 ore perché c'è il classico detto dell'uovo e della gallina, certo che ti mangerai le mani quando ti capiterà una supplenza a 18 ore di un mese che non potrai accettare, avendo già una supplenza annuale per le mani. Che ovviamente hai accettato perché in qualche modo l'affitto va pagato e almeno così quello lo paghi fino a giugno.
Ovviamente sto parlando del sottoscritto, ma succede, capita di dover fare dei compromessi. Qualcuno dice: Hai due lavori, così. E in questo momento e fino a fine anno è giusto. Ma a Gennaio? Cosa avrò per le mani? Spero di riuscire ad avere la pazienza e la forza di trasformare questa supplenza da 1/3 del lavoro (e quindi anche 1/3 dello stipendio) come opportunità per cercare con maggiore serenità un lavoro decoroso o comunque una occasione per non dover più nell'ordine accettare le supplenze in generale e accettare queste in particolare. Senza pensare al fatto che avrò poco più dell'affitto in tasca.
Comunque vorrei chiudere questo piccolo sfogo con una immagine incredibile tratta da un bando che mi è capitato di leggere:
Ovviamente sto parlando del sottoscritto, ma succede, capita di dover fare dei compromessi. Qualcuno dice: Hai due lavori, così. E in questo momento e fino a fine anno è giusto. Ma a Gennaio? Cosa avrò per le mani? Spero di riuscire ad avere la pazienza e la forza di trasformare questa supplenza da 1/3 del lavoro (e quindi anche 1/3 dello stipendio) come opportunità per cercare con maggiore serenità un lavoro decoroso o comunque una occasione per non dover più nell'ordine accettare le supplenze in generale e accettare queste in particolare. Senza pensare al fatto che avrò poco più dell'affitto in tasca.
Comunque vorrei chiudere questo piccolo sfogo con una immagine incredibile tratta da un bando che mi è capitato di leggere:

martedì 11 ottobre 2011
I premi Nobel italiani come misura del sistema universitario italiano
Jon Bruner ha realizzato, ieri, una infografica sui Premi Nobel per paese (via Flowing Data).
Il criterio adottato da Bruner è semplice: ha assegnato il Nobel non al paese di origine ma a quello cui il ricercatore era affiliato in quel momento. Salta subito all'occhio l'assenza dell'Italia, mentre la Cina è presente con tre Nobel non scientifici, perché quelli scientifici erano tutti associati per altri paesi. Ho controllato.
Wiki assegna all'Italia 20 Premi Nobel, compreso l'ultimo di Capecchi del 2007 in Medicina (di fatto, però, Capecchi ha studiato negli Stati Uniti). Di questi 12 sono in discipline puramente scientifiche (medicina, fisica, chimica, che l'economia ha spesso connotazioni politiche), ripartiti in 6 per la medicina, 5 per la fisica e 1 per la chimica. I fisici, al momento della vittoria, erano tutti affiliati all'estero (compresi Marconi, impegnato in Gran Bretagna, e Rubbia al CERN, con gli altri negli Stati Uniti). Di Nobel italiani nel senso di affiliati a istituzioni italiane ce ne sono 4, di cui uno svizzero in medicina. Se contiamo poi i Nobel non scientifici, che sono 7, arriviamo a una cifra totale di 11 (Modigliani, vincitore del Nobel per l'Economia nel 1985, era al MIT), ovvero lo stesso numero che Bruner assegna al Giappone.
Se da una parte colpisce l'assenza dell'Italia, che i numeri per stare lì li avrebbe (anche se bisognerebbe verificare paese per paese... magari inizio che per l'anno prossimo sono pronto), è interessante limitandosi ai Nobel scientifici proporvi un po' di numeri: solo l'8% dei Nobel italiani viene dall'estero, mentre ben il 67% lavorava fuori dell'Italia e solo il 25% erano italiani d'Italia. Se vogliamo questi numeri sono gli unici numeri che possono dare una misura quantitativa dell'appetibilità dell'Italia come paese scientificamente avanzato. A pesare sono soprattutto quell'8% che ne misura il potere di attrazione e quel 67% che misura la capacità di esportazione. E probabilmente in uno studio sistematico su tutti i ricercatori italiani nel mondo quella forbice si allargherebbe. E' questo, in estrema sintesi, il vero segnale di un mondo universitario italiano sostanzialmente malato, incapace di attrarre talenti dall'estero o di dare a quelli nostrani le condizioni per poter tornare, quella possibilità di scelta che certo non tutti prenderebbero, ma che in questo momento quasi nessuno dei ricercatori all'estero nemmeno prende in considerazione.

Wiki assegna all'Italia 20 Premi Nobel, compreso l'ultimo di Capecchi del 2007 in Medicina (di fatto, però, Capecchi ha studiato negli Stati Uniti). Di questi 12 sono in discipline puramente scientifiche (medicina, fisica, chimica, che l'economia ha spesso connotazioni politiche), ripartiti in 6 per la medicina, 5 per la fisica e 1 per la chimica. I fisici, al momento della vittoria, erano tutti affiliati all'estero (compresi Marconi, impegnato in Gran Bretagna, e Rubbia al CERN, con gli altri negli Stati Uniti). Di Nobel italiani nel senso di affiliati a istituzioni italiane ce ne sono 4, di cui uno svizzero in medicina. Se contiamo poi i Nobel non scientifici, che sono 7, arriviamo a una cifra totale di 11 (Modigliani, vincitore del Nobel per l'Economia nel 1985, era al MIT), ovvero lo stesso numero che Bruner assegna al Giappone.
Se da una parte colpisce l'assenza dell'Italia, che i numeri per stare lì li avrebbe (anche se bisognerebbe verificare paese per paese... magari inizio che per l'anno prossimo sono pronto), è interessante limitandosi ai Nobel scientifici proporvi un po' di numeri: solo l'8% dei Nobel italiani viene dall'estero, mentre ben il 67% lavorava fuori dell'Italia e solo il 25% erano italiani d'Italia. Se vogliamo questi numeri sono gli unici numeri che possono dare una misura quantitativa dell'appetibilità dell'Italia come paese scientificamente avanzato. A pesare sono soprattutto quell'8% che ne misura il potere di attrazione e quel 67% che misura la capacità di esportazione. E probabilmente in uno studio sistematico su tutti i ricercatori italiani nel mondo quella forbice si allargherebbe. E' questo, in estrema sintesi, il vero segnale di un mondo universitario italiano sostanzialmente malato, incapace di attrarre talenti dall'estero o di dare a quelli nostrani le condizioni per poter tornare, quella possibilità di scelta che certo non tutti prenderebbero, ma che in questo momento quasi nessuno dei ricercatori all'estero nemmeno prende in considerazione.
martedì 6 settembre 2011
Giusto per scrivere un po'
La risposta secondo me è un po' una sintesi di vari sfoghi che si trovano in rete, iniziando da Peppe Liberti, e passando per Amedeo Balbi e Marco Cagnotti. Cui aggiungerei il modo in cui mi sono sentito ieri vedendo l'immagine di apertura nella mia posta elettronica: possibile che un sito che dovrebbe proporti un lavoro, ti debba proporre invece un modo per laurearti? Proprio io che la laurea ce l'ho e, non contento, mi sono anche preso il dottorato?
Questo però non è veramente sufficiente per farmi scendere in piazza, e il fatto è molto semplice: ci sono stato anche troppo in piazza, senza ottenere alcun risultato. E ora ho intenzione di guardarmi intorno, cercare di vedere cosa offre l'e-learning o il mondo accademico all'estero. Certo devo risolvere il problema della gestione del tempo con il lavoro che ancora sto facendo qui, che non si sa se proseguirò e vista la recente riforma scolastica (approfondirò questo aspetto) non mi andrebbe molto di lasciare, ma si sa non ci sono soldi...
E in effetti, alla fin fine, non posso non dare ragione a Giuseppe, anche se la passività che lamenta è frutto di un periodo di proteste a vuoto, di richieste per lo più disattese. Cosa ci si deve aspettare? Che alla fine vinca il partito di quelli che si accontentano di
pane e cipolleE' la filosofia di uno dei clienti del bar dei miei genitori, giù a Cosenza. Una filosofia che ho paura possa contagiarmi, prima o poi...
P.S.: nel fine settimana, spero, scriverò un paio di righe sulla mosca TzeTze.
venerdì 6 maggio 2011
Enti di ricerca a confronto
Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, autori del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, sul loro blog omonimo propongono la seguente pagina riassuntiva, uscita su Il Sole 14 Ore, dove vengono messi a confronto innanzitutto vari paesi, con l'Italia che si trova nella top ten per quattro discipline, e soprattutto vengono confrontati 5 istituti di ricerca italiani: INFN, INAF, CNR, INGV, IIT (è l'istituto fortemente voluto da Tremonti, se non ricordo male).
Come vedete il confronto è fatto attraverso tre parametri: fondi, personale e pubblicazioni, tutto riferito al 2009.
Proviamo a fare un po' di conti e vediamo, ad esempio, il rapporto tra fondi spesi e personale. Si scopre, e in un certo senso è scontato visto l'impegno in collaborazioni internazionali di grande peso come l'LHC, che è l'INFN che ha il rapporto maggiore tra questi due parametri, seguito da IIT. Ultima l'INAF.
L'INFN mantiene la sua posizione di vantaggio se si calcola il rapporto tra pubblicazioni e personale, seguita subito dopo proprio dall'INAF. In questo caso a chiudere è l'IIT con poco meno di 1/4 di pubblicazioni rispetto all'INFN.
Il vero punto che, però, dovrebbe spingerci a fare domande serie al Ministero è il rapporto tra fondi e pubblicazioni. In questo caso scopriamo che le pubblicazioni che sono costate di più sono quelle dell'IIT, più di 3 volte quelle dell'INFN. In mezzo ai due enti c'è l'INGV, con una spesa di poco superiore a quella delle pubblicazioni INFN. Staccatissimi sono il CNR e l'INAF, gli enti che, in termini scientifici, costano meno di tutti. Questo rende, ad esempio, incredibili le voci uscite mesi fa sulla cancellazione dell'INAF (ente a quel tempo considerato inutile, nonostante la sua produzione scientifica sia tra le più alte quantitativamente e tra le meno costose) o rende comprensibile la situazione estremamente precaria dei lavoratori del CNR nonostante questo sia, in termini assoluti, l'ente più finanziato.
Ho poi provato a giocare ulteriormente con i numeri, scoprendo che senza l'ITT e smistando su CNR e INAF i fondi previsti per l'ente tremontiano, la situazione si equilibrerebbe (a fronte della perdita dei lavoratori e delle pubblicazioni). Un'ulteriore equilibratura si otterrebbe smistando personale e quindi anche pubblicazioni tra i vari enti.
Un'organizzazione più logica degli enti di ricerca, dunque, è possibile, a patto che si sappia dove mettere le mani, ma soprattutto sarebbe stata possibile senza necessariamente dover licenziare personale.
P.S.: aggiungiamo un ulteriore spunto di riflessione con la seguente pagina tratta da Repubblica e pubblicata sempre sul blog di Labini e Zapperi (l'immagine è cliccabile):
Proviamo a fare un po' di conti e vediamo, ad esempio, il rapporto tra fondi spesi e personale. Si scopre, e in un certo senso è scontato visto l'impegno in collaborazioni internazionali di grande peso come l'LHC, che è l'INFN che ha il rapporto maggiore tra questi due parametri, seguito da IIT. Ultima l'INAF.
L'INFN mantiene la sua posizione di vantaggio se si calcola il rapporto tra pubblicazioni e personale, seguita subito dopo proprio dall'INAF. In questo caso a chiudere è l'IIT con poco meno di 1/4 di pubblicazioni rispetto all'INFN.
Il vero punto che, però, dovrebbe spingerci a fare domande serie al Ministero è il rapporto tra fondi e pubblicazioni. In questo caso scopriamo che le pubblicazioni che sono costate di più sono quelle dell'IIT, più di 3 volte quelle dell'INFN. In mezzo ai due enti c'è l'INGV, con una spesa di poco superiore a quella delle pubblicazioni INFN. Staccatissimi sono il CNR e l'INAF, gli enti che, in termini scientifici, costano meno di tutti. Questo rende, ad esempio, incredibili le voci uscite mesi fa sulla cancellazione dell'INAF (ente a quel tempo considerato inutile, nonostante la sua produzione scientifica sia tra le più alte quantitativamente e tra le meno costose) o rende comprensibile la situazione estremamente precaria dei lavoratori del CNR nonostante questo sia, in termini assoluti, l'ente più finanziato.
Ho poi provato a giocare ulteriormente con i numeri, scoprendo che senza l'ITT e smistando su CNR e INAF i fondi previsti per l'ente tremontiano, la situazione si equilibrerebbe (a fronte della perdita dei lavoratori e delle pubblicazioni). Un'ulteriore equilibratura si otterrebbe smistando personale e quindi anche pubblicazioni tra i vari enti.
Un'organizzazione più logica degli enti di ricerca, dunque, è possibile, a patto che si sappia dove mettere le mani, ma soprattutto sarebbe stata possibile senza necessariamente dover licenziare personale.
P.S.: aggiungiamo un ulteriore spunto di riflessione con la seguente pagina tratta da Repubblica e pubblicata sempre sul blog di Labini e Zapperi (l'immagine è cliccabile):
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