Gli esseri umani si sono da sempre interrogati sul soprannaturale, su trascendente, sul divino. E in un certo senso
American Gods di
Neil Gaiman è qualcosa del genere: un viaggio nel mondo delle divinità. Lo scrittore britannico, noto soprattutto come sceneggiatore di quel capolavoro che è il
Sandman degli anni Novanta del XX secolo, ha, per il suo viaggio, una premessa di fondo importante: le sue divinità sono entità ideate dal cuore degli uomini e che dalla loro fede traggono il potere. Questa premessa, importante, aiuta però a intendere una delle chiavi di lettura del romanzo (che avrà poi un seguito ne
I ragazzi di Anansi): gli esseri umani, nel mondo moderno, quello del XXI secolo (il romanzo, infatti, è uscito nel 2001, il primo anno di questo secolo attuale), sembra che hanno massimamente smesso di credere negli dei, o almeno in quelli vecchi, rivolgendo l'attenzione verso altri simboli, che hanno ricevuto così tanta forza da diventare delle vere e proprie divinità, come personaggi televisivi, o come la tecnologia.
Così la guerra, che si prepara come una tempesta, tra dei antichi e moderni diventa una sorta di metafora sul passaggio tra le vecchie tradizioni e le nuove ossessioni, mentre il protagonista della storia,
Shadow, ex-ergastolano che, uscito dopo aver scontato la sua pena si ritrova senza moglie e senza lavoro (la moglie è morta nella stessa macchina del suo amico e futuro datore di lavoro, travolti da un insolito destino mentre si stavano intimamente salutando per l'ultima volta prima del ritorno di Shadow), si trasmorma da burattino a risolutore, colui che raccoglierà, senza saperlo, nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti, tutte le informazioni necessarie per far cessare la guerra prima ancora che inizi.
In effetti
American Gods è una sorta di
On the road divino: Shadow e
Wednsday, la versione americana di
Odino, andranno in giro per gli Stati Uniti a reclutare le altre divinità importate dagli immigrati nei secoli per la guerra che il
Signore delle forche sta preparando contro gli dei moderni. E così, con la scusa di raccontare una guerra, Gaiman ci porta a spasso per i grandi spazi statunitensi, lasciandoci immagini e sprazzi del viaggio che, invece, ha realmente fatto in quel grande paese, un viaggio che porta i protagonisti e il lettore dalla vita nella grande città, fatta di palazzoni e condomini, a quella nella periferia, fatta di villette mono- e bi-familiari, quella grande provincia americana che, anche quando è tranquilla e serena, nasconde segreti incoffessabili. E poi il viaggio, da fare necessariamente in aereo e/o in auto, e i grandi spazi. E non mancano le critiche agli immigrati europei, che hanno sottratto la terra alle tribù indigene:
Hanno vinto quasi sempre i bianchi. E quando perdevano firmavano un trattato. Poi lo rompevano. Così vincevano di nuovo.(1)
Sono le amare parole di
Whiskey Jack, che più avanti ci ricorda anche come
Paul Bunyan sia
(...) saltato fuori da un'agenzia di pubblicità di New York nel 1910 e ha riempito la mitica pancia della nazione di calorie inutili.(1)
Paul Bunyan, anche se viene semplicemente citato di passaggio, è l'emblema di una
terra che non è fatta per gli dei, come viene spesso ripetuto nel corso del romanzo: è uno di quei miti giovani di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per crearsi una mitologia comune, qualcosa che li unisca. E' in un certo senso l'emblema delle nuove
divinità statunitensi e moderne: create dai pubblicitari, da un ufficio
marketing, da un impresario, da un agente di un artista sconosciuto, da un dirigente di una qualsiasi casa discografica, editoriale o che altro ancora.