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venerdì 24 ottobre 2014

L'Italia che vince!

E' un periodo che, per vari motivi, mi perdo informazioni. Per fortuna ci sono e-mail e newsletter che informano, e così accade anche per i risultati della spedizione italiana alle Olimpiadi Internazionali dell'Astronomia che dal Kirghizistan, sede della competizione, tornano con tre medaglie, un oro e due bronzi, festeggiati persino da Samantha Cristoforetti su twitter. Veniamo, però, al comunicato stampa inviatomi da Stefano Sandrelli:
Sono tre, i premi vinti quest'anno dalla squadra italiana che ha partecipato alla XIX edizione delle Olimpiadi Internazionali di Astronomia: un oro nella categoria senior per Pasquale Miglionico del Liceo Scientifico Statale "Federico II di Svevia" di Altamura (BA) e due bronzi nella categoria junior, per Mariastella Cascone del Liceo Scientifico Statale "Galileo Galilei" di Catania e per Giuseppe Gurrisi del Liceo Scientifico Statale "Elio Vittorini" di Francofonte (SR). Non era mai successo, negli oltre dieci anni di partecipazione, che il medagliere della squadra italiana fosse così ricco.
La Gara internazionale si è svolta in Kirghizistan dal 12 al 21 ottobre, in presenza di numerose autorità fra cui il Presidente del consiglio in carica che ha aperto la cerimonia di inaugurazione. Oltre che dai tre vincitori, l’Italia era rappresentata da Luca Latella del Liceo Scientifico Statale "Leonardo da Vinci" di Reggio Calabria e da Giacomo Santoni del Liceo Scientifico Statale "Galileo Galilei" di Macerata. I cinque partecipanti erano accompagnati da Giuseppe Cutispoto e da Paolo Romano, dell'INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania. La squadra tricolore si è battuta con altri 74 ragazzi provenienti da 16 nazioni per aggiudicarsi l’ottimo risultato. I partecipanti, tutti tra i 14 e i 17 anni, si sono cimentati in tre prove olimpiche (teorica, osservativa e pratica) di notevole difficoltà in cui, tra le altre cose, hanno dovuto stimare le stelle più luminose visibili nel cielo tra 13000 anni, calcolare la massa di un buco nero supermassiccio al centro di una galassia e dimostrare la propria abilità nell'uso di un telescopio.

mercoledì 22 ottobre 2014

Martin Gardner

Come ha ricordato Maurizio Codogno è stato il centenario di Martin Gardner. Recupero oggi con la traduzione di un articolo di David Singmaster uscito su "Nature" nel 2010 come ricordo per la figura di riferimento che ha rappresentato per moltissimi lettori, amanti della matematica e matematici professionisti.
Dalla metà degli anni '50 fino ai primi anni '80 del XX sexolo, probabilmente la più nota sezione di Scientific American è stata Mathematical games di Martin Gardner. Come riconoscimento del suo successo, tre eminenti matematici dedicarono il loro libro del 1982 Winning Ways for Your Mathematical Plays a Gardner, che, scrivevano, "ha portato più matematica a milioni di chiunque altro". Eppure Gardner non era un matematico. La sua unica laurea era in filosofia.
Gardner, morto il 22 maggio [2010] all'età di 95 anni, era nato a Tulsa, in Oklahoma, da una madre metodista e un padre geologo. Si è avvicinato alla matematica, alla scienza, alla magia e alla scrittura sin da giovanissimo, e pubblicò una New color divination (una divinazione a colori) in un giornale di magia già a 16 anni. Voleva andare al California Institute of Technology a Pasadena, ma negli anni '30 l'ingresso al Caltech richiedeva innanzitutto il completamento di due anni in una scuola di arti liberali. Invece, Gardner andò all'Università di Chicago nell'Illinois e studiò filosofia, laureandosi nel 1936.
Dopo vari lavori, incluso l'assistente al monitoraggio del petrolio per il Tulsa Tribune, e dopo quattro anni in marina, Gardner ritornò a Chicago e iniziò a scrivere brevi storie per l'Esquire, spendendo la maggior parte del suo tempo libero a inventare, dimostrare e vendere trucchi magici. Nel 1947, trovò posto a New York come editor dell'Humpty Dumpty, una rivista per ragazzi, e nello stesso anno scrisse un articolo sulle macchine logiche per Scientific American.
Nei primi anni '40, quattro laureandi di Princeton, tra cui Richard Feynman, avevano trovato il modo di piegare una striscia di carta in un esagono che poteva poi essere manipolata per mostrare diverse facce esagonali. Gardner sentì parlare di questi 'flexagoni' e guidò fino a Princeton per parlare con i due studenti che erano ancora lì. Il suo articolo sui flexagoni è stata accettata da Scientific American per l'edizione del dicembre 1956, e, grazie a ciò, nel numero successico, Gardner iniziò la sua rubrica Mathematical games con un articolo sui quadrati magici. Le sue lacune in matematica formale si rivelarono il suo punto forte: lavorare lentamente e con attenzione sulle idee lo ha aiutato nello spiegarle.

Martin Gardner

martedì 21 ottobre 2014

Inflazione infinita e fine del tempo

Come saprete i dati di BICEP che sembrava dovessero confermare l'inflazione cosmica e le onde gravitazionali primordiali hanno subito una verifica negativa. Come spiegano molto bene Amedeo e Sandro, l'interpretazione dei risultati è stata completamente ribaltata dalle analisi di Planck.
Uno degli aspetti che, con quell'annuncio di metà aprile, non avevo trattato ma che mi sarebbe piaciuto era la questione dell'inflazione infinita. Questa ipotesi teorica venne introdotta da Alan Guth e altri fisici, in particolare su Eternal Inflation(1):
Viene riassunto il funzionamento di base dei modelli inflazionistici, insieme con gli argomenti che suggeriscono fortemente che il nostro universo è il prodotto dell'inflazione. Si sostiene che essenzialmente tutti i modelli inflazionistici portano a una (futura) inflazione eterna, che implica che un numero infinito di universi tascabili verranno prodotti. Anche se gli altri universi tascabili non sono osservabili, la loro esistenza ha comunque conseguenze per il modo in cui valutiamo le teorie ed estraiamo conseguenze da esse. E' discussa, ma non definitivamente risolta, la questione se l'universo abbia avuto un inizio. Appare probabile, tuttavia, che gli universi eternamente inflazionati richiedono un inizio.
Ci sono molte osservazioni che confermano, o che comunque si accordano sia con la teoria del Big Bang, sia con l'inflazione cosmica: in un certo istante subito dopo la prima espansione dell'universo, lo spazio tempo ha sperimentato una rapida espansione, superiore alla velocità della luce. La leggera anisotropia della radiazione cosmica di fondo (e in parte anche l'assenza del monopolo magnetico) sono prove a supporto dell'inflazione cosmica.
L'ingrediente di base dell'inflazione eterna (o infinita) è l'ipotetica esistenza di materia gravitazionalmente repulsiva, che è instabile e decade secondo una legge esponenziale. In ogni processo di decadimento, il volume di questo tipo di materia aumenta invece di diminuire e produce una serie infinita di universi tascabili(1, 2):
In Cosmology from the Top Down, un seminario presentato al Davis Inflation Meeting nel 2003, Stephen Hawking esprime alcune criticità riguardo l'ipotesi dell'inflazione infinita:

lunedì 20 ottobre 2014

Paradosso cosmico

Flattr this
Come tutti i generi, anche la fantascienza in ultima analisi è interessata a parlare dell'essere umano. In particolare, come ricorda Isaac Asimov, parla dell'essere umano contemporaneo, nascondendo il messaggio dietro una rappresentazione meravigliosa, dietro un sense of wonder dovuto a progressi scientifici inimmaginabili.
I due progressi scientifici che muovono la maggior parte della fantascienza (non sono gli unici, per fortuna), sono i viaggi interplanetari e i viaggi nel tempo. In quest'ultimo filone, il romanzo più noto è indubbiamente La macchina del tempo (1895) di George Wells, ma non è il primo viaggio nel tempo letterario propriamente detto. In effetti nel Mahabharata, testo mitologico indiano, viene raccontata la storia del re Revaita, che viaggia in molti mondi fino a raggiungere Brahma il creatore: una volta tornato a casa, scoprì che nel frattempo sulla Terra erano trascorsi centinaia di anni. Come scrive Bertil Falk, aveva evidentemente innescato una dilatazione del tempo einsteiniana(9).

Auguste Blanche
Questa sorta di intuizione sulla dilatazione temporale non venne più utilizzata fino all'arrivo della teoria della relatività (in effetti in Rip van Winkle il protagonista non viaggia, ma si addormenta, e in ogni caso finisce nel futuro), mentre i paradossi temporali non attesero certo la teoria di Einstein per entrare in letteratura. Ad esempio nel 1846 il romanziere svedese August Blanche da alle stampe il racconto 1846 och 1946 (1846 e 1946), dove il protagonista, un archeologo, Bautastenius, si ritrova proiettato 100 anni nel futuro dalla dea della verità. Qui incontra suo nipote, persona antipatica, che gli rivela che il nonno paterno, risposatosi, era impazzito credendosi un grande archeologo, tanto da farsi mummificare. Così nel 1946 erano presenti contemporaneamente un Bautastenius viaggiatore del tempo e un Bautastenius mummificato. Tornato nel suo tempo, fu tanta e tale l'antipatia verso il nipote, che il nostro eroe decise di modificare il futuro, al punto da acconsentire alle nozze della figlia con il fidanzato e da non volersi più risposare, in modo da non generare l'odiato nipote(9).
Questo di Blanche è un paradosso tutto sommato innocuo: l'intervento nel passato ha modificato solo la vita del protagonista e dei suoi parenti più stretti. E' un proto-paradosso della conoscenza: David Deutsch e Michael Lockwood utilizzano questo nome(5) per sintetizzare paradossi tipo La scoperta di Morniel Mathaway di William Tenn, racconto radiofonico per la NBC trasmesso il 17 aprile 1957, dove il pittore Mathaway ottiene un grandissimo successo grazie a un critico d'arte del futuro che, in maniera incidentale, gli porta un catalogo con i suoi quadri, che ovviamente il pittore provvederà a ricopiare. E' un po' come se uno studente del futuro tornasse indietro nel tempo con la teoria della relatività generale per farsela firmare da Einstein prima che questi la scopra, permettendo ad Einstein di imparare la teoria della relatività e non di scoprirla. Nonostante il risultato sia identico, il processo nel suo complesso suonerebbe fortemente sbagliato.
In effetti questo genere di paradosso può essere considerato come una sorta di loop temporale, concetto che gioca un ruolo fondamentale in Paradosso cosmico di Charles Harness, chimico e avvocato, che scrive il suo romanzo per arrotondare lo stipendio nei ritagli di tempo concessigli dal lavoro.
Il risultato è sicuramente pregevole, al livello della miglior fantascienza che può venirvi in mente, mentre il protagonista, Alar, membro della Società dei Ladri, viene sviluppato nel solco della tradizione dei personaggi di Alfred Elton Van Vogt o dell'Hedrock l'immortale di Robert Heinlein. Rispetto, però, ai personaggi di Van Vogt e di Heinlein, Alar sembra velato da una qual certa malinconia, mentre l'intera vicenda è gravata da un forte senso di inevitabilità. Il ladro, infatti, che insieme alla sua società combatte per la liberazione del genere umano dalle società distopiche presenti sul pianeta, è bloccato all'interno di un loop temporale, vittima di un viaggio nello spazio conclusosi male.
Il concetto di loop temporale, però, che in un certo senso accomuna i due romanzi di Blanche e Harness, dal punto di vista scientifico non sarebbe possibile concepirlo senza il lavoro in particolare del logico e matematico Kurt Godel.

sabato 18 ottobre 2014

Hideout

Ad attirarmi sono stati innanzitutto i disegni: precisi e dettagliati, giocano moltissimo con i bianchi e i neri. Sono infatti opportunamente luminosi nelle scene cittadine, le più tranquille, e sono pesantemente bui nelle scene ambientate nel bosco o nella prigione sotterranea dove si trovano i protagonisti della vicenda, una coppia di giovani in crisi coniugale alla ricerca, apparentemente, di una soluzione ai loro problemi.
In un fumetto dell'orrore, ad ogni modo, la parte grafica ha certamente un peso fondamentale nell'attirare e incuriosire il lettore, e in questo Hideout colpisce sicuramente nel segno. D'altra parte un buon horror si regge anche su una storia che riesca a convincere definitivamente il lettore all'acquisto e poi a leggere avidamente senza doversene pentire. E Masasumi Kakizaki direi che riesce nell'intento con una storia alla Dario Argento, diremmo noi italiani, dove alla fine le differenze tra il mostro letterario, per così dire, ovvero il pazzo che si aggira tra le gallerie di un'isola turistica non meglio identificata, e il mostro reale, Seiichi Kirishima, un uomo in grado di rovinare il suo matrimonio un pezzettino alla volta fino ad arrivare alla decisione finale di uccidere la moglie, si sfumano a vicenda, combinandosi e completandosi perfettamente. In fondo ciascuna delle due storie, la leggenda di un mostro che si aggira per le caverne di un'isola divorando le sue vittime, e i tormenti di un marito che vuole uccidere la moglie che lo opprime, fanno parte di due generi, l'horror e il noir, che non sono troppo distanti tra loro, quando scritti bene: entrambi, nelle mani di abili scrittori, hanno come obiettivo quello di scavare nell'animo umano e di mettere alla luce gli orrori reali che esso nasconde, in forma allegorica o metaforica il primo, in forma crudelmente reale il secondo. E questo, in ultima analisi, è riuscito benissimo a Kakizaki.

venerdì 17 ottobre 2014

I macachi del giappone

Vi parlerò di due isole, Kojima, la più grande, e Torishima, per metà nascosta dietro l'altra. Entrambe ospitano branchi di macachi selvatici. Ci fu un tempo in cui l'intera isola di Kyushu pullulava di queste scimmie, tuttavia in seguito all'invasione dell'uomo ne sono rimasti solo pochi gruppi sporadici, perlopiù su isolette remote come queste. Le scimmie locali sono le meno influenzate dall'uomo e, in quanto tali, oggetto di studi approfonditi da parte dei ricercatori.
Qualche anno fa, le scimmie di Kojima hanno fatto notizia in giro per il mondo (per quanto ciò sia possibile a delle scimmie) quando si scoprì che le femmine stavano insegnando agli esemplari più giovani a sciacquare il cibo dalla sabbia prima di mangiarlo. Cosa che le scimmie di Torishima, invece, non facevano. Era perciò evidente che non si trattasse di un caso d'istinto, bensì di apprendimento, un concetto che si era sempre pensato appartenesse esclusivamente al mondo degli umani. Poi a un tratto, incredibilmente, le scimmie dell'isola di Torishima cominciarono a lavare anche loro il cibo!
Questo mandò in visibilio il mondo accademico, e intere squadre di ricercatori giunsero sul posto. Com'era possibile che una caratteristica sociale tanto rara potesse improvvisamente comparire in due aree geografiche ben distinte? Dipendeva forse da un allele recessivo specifico per il "lavaggio del cibo" che era sceso in campo soltanto ora? Forse le scimmie di Torishima erano riuscite a sbirciare cosa accadeva dall'altra parte del mare e, in qualche modo, avevano capito cosa stavano facendo le altre e le avevano imitate? Forse era una specie di comunicazione extrasensoriale tra scimmie? Oppure siamo stati testimoni di un raro salto da uno stadio evolutivo all'altro? Più si avanzavano teorie, più l'enigma sembrava irrisolvibile. Qualcuno chiese ai pescatori locali che cosa ne pensassero. "Be'," risposero i pescatori "le scimmie si spostano a nuoto da un'isola all'altra. Può darsi che ciò significhi qualcosa."
E fu così che le Scimmie Nuotatrici di Kojima furono smascherate. Il mistero dei primati telepatici era stato svelato. Naturalmente, la cosa era risaputa in tutta la regione, ma gli esperti di Tokyo ci avevano impiegato una vita ad accorgersene.
Era la prima volta che vedevo delle scimmie senza che ci fosse in mezzo una gabbia. Proprio come le scimmie degli zoo, camminavano sulle nocche, e avevano l'aria di puzzare allo stesso modo. Le osservai per qualche minuto, e ne ricavai ben presto una mia importante considerazione sociale: le scimmie sono piccole creature penose e bastarde. Passano la vita a mordersi, a urlare e a infastidirsi a vicenda. Lì era un continuo riaffermarsi di gerarchie, dal capo vecchio e burbero, che si aggirava per la spiaggia in cerca di scimmie più piccole da terrorizzare, ai più giovani presi di mira da tutti. I rapporti sociali che non implicassero crudeltà o intimidazioni erano estremamente ridotti; era evidente che anche gli esemplari intenti a spulciarsi a vicenda si lasciassero andare a pettegolezzi e malignità sui loro simili.
da Autostop con Buddha di Will Ferguson, trad. Claudio Silipigni
foto di Ryan Newburn

mercoledì 15 ottobre 2014

Un sorriso

Soddisfazioni: quando torni a casa con il sorriso di un ragazzo che, nonostante la tarda sera, e' contento per essere riuscito a trovare mcm ed MCD. Tutto il resto e' un contorno di cui forse potremmo anche fare a meno.