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martedì 21 ottobre 2014

Inflazione infinita e fine del tempo

Come saprete i dati di BICEP che sembrava dovessero confermare l'inflazione cosmica e le onde gravitazionali primordiali hanno subito una verifica negativa. Come spiegano molto bene Amedeo e Sandro, l'interpretazione dei risultati è stata completamente ribaltata dalle analisi di Planck.
Uno degli aspetti che, con quell'annuncio di metà aprile, non avevo trattato ma che mi sarebbe piaciuto era la questione dell'inflazione infinita. Questa ipotesi teorica venne introdotta da Alan Guth e altri fisici, in particolare su Eternal Inflation(1):
Viene riassunto il funzionamento di base dei modelli inflazionistici, insieme con gli argomenti che suggeriscono fortemente che il nostro universo è il prodotto dell'inflazione. Si sostiene che essenzialmente tutti i modelli inflazionistici portano a una (futura) inflazione eterna, che implica che un numero infinito di universi tascabili verranno prodotti. Anche se gli altri universi tascabili non sono osservabili, la loro esistenza ha comunque conseguenze per il modo in cui valutiamo le teorie ed estraiamo conseguenze da esse. E' discussa, ma non definitivamente risolta, la questione se l'universo abbia avuto un inizio. Appare probabile, tuttavia, che gli universi eternamente inflazionati richiedono un inizio.
Ci sono molte osservazioni che confermano, o che comunque si accordano sia con la teoria del Big Bang, sia con l'inflazione cosmica: in un certo istante subito dopo la prima espansione dell'universo, lo spazio tempo ha sperimentato una rapida espansione, superiore alla velocità della luce. La leggera anisotropia della radiazione cosmica di fondo (e in parte anche l'assenza del monopolo magnetico) sono prove a supporto dell'inflazione cosmica.
L'ingrediente di base dell'inflazione eterna (o infinita) è l'ipotetica esistenza di materia gravitazionalmente repulsiva, che è instabile e decade secondo una legge esponenziale. In ogni processo di decadimento, il volume di questo tipo di materia aumenta invece di diminuire e produce una serie infinita di universi tascabili(1, 2):
In Cosmology from the Top Down, un seminario presentato al Davis Inflation Meeting nel 2003, Stephen Hawking esprime alcune criticità riguardo l'ipotesi dell'inflazione infinita:

lunedì 20 ottobre 2014

Paradosso cosmico

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Come tutti i generi, anche la fantascienza in ultima analisi è interessata a parlare dell'essere umano. In particolare, come ricorda Isaac Asimov, parla dell'essere umano contemporaneo, nascondendo il messaggio dietro una rappresentazione meravigliosa, dietro un sense of wonder dovuto a progressi scientifici inimmaginabili.
I due progressi scientifici che muovono la maggior parte della fantascienza (non sono gli unici, per fortuna), sono i viaggi interplanetari e i viaggi nel tempo. In quest'ultimo filone, il romanzo più noto è indubbiamente La macchina del tempo (1895) di George Wells, ma non è il primo viaggio nel tempo letterario propriamente detto. In effetti nel Mahabharata, testo mitologico indiano, viene raccontata la storia del re Revaita, che viaggia in molti mondi fino a raggiungere Brahma il creatore: una volta tornato a casa, scoprì che nel frattempo sulla Terra erano trascorsi centinaia di anni. Come scrive Bertil Falk, aveva evidentemente innescato una dilatazione del tempo einsteiniana(9).

Auguste Blanche
Questa sorta di intuizione sulla dilatazione temporale non venne più utilizzata fino all'arrivo della teoria della relatività (in effetti in Rip van Winkle il protagonista non viaggia, ma si addormenta, e in ogni caso finisce nel futuro), mentre i paradossi temporali non attesero certo la teoria di Einstein per entrare in letteratura. Ad esempio nel 1846 il romanziere svedese August Blanche da alle stampe il racconto 1846 och 1946 (1846 e 1946), dove il protagonista, un archeologo, Bautastenius, si ritrova proiettato 100 anni nel futuro dalla dea della verità. Qui incontra suo nipote, persona antipatica, che gli rivela che il nonno paterno, risposatosi, era impazzito credendosi un grande archeologo, tanto da farsi mummificare. Così nel 1946 erano presenti contemporaneamente un Bautastenius viaggiatore del tempo e un Bautastenius mummificato. Tornato nel suo tempo, fu tanta e tale l'antipatia verso il nipote, che il nostro eroe decise di modificare il futuro, al punto da acconsentire alle nozze della figlia con il fidanzato e da non volersi più risposare, in modo da non generare l'odiato nipote(9).
Questo di Blanche è un paradosso tutto sommato innocuo: l'intervento nel passato ha modificato solo la vita del protagonista e dei suoi parenti più stretti. E' un proto-paradosso della conoscenza: David Deutsch e Michael Lockwood utilizzano questo nome(5) per sintetizzare paradossi tipo La scoperta di Morniel Mathaway di William Tenn, racconto radiofonico per la NBC trasmesso il 17 aprile 1957, dove il pittore Mathaway ottiene un grandissimo successo grazie a un critico d'arte del futuro che, in maniera incidentale, gli porta un catalogo con i suoi quadri, che ovviamente il pittore provvederà a ricopiare. E' un po' come se uno studente del futuro tornasse indietro nel tempo con la teoria della relatività generale per farsela firmare da Einstein prima che questi la scopra, permettendo ad Einstein di imparare la teoria della relatività e non di scoprirla. Nonostante il risultato sia identico, il processo nel suo complesso suonerebbe fortemente sbagliato.
In effetti questo genere di paradosso può essere considerato come una sorta di loop temporale, concetto che gioca un ruolo fondamentale in Paradosso cosmico di Charles Harness, chimico e avvocato, che scrive il suo romanzo per arrotondare lo stipendio nei ritagli di tempo concessigli dal lavoro.
Il risultato è sicuramente pregevole, al livello della miglior fantascienza che può venirvi in mente, mentre il protagonista, Alar, membro della Società dei Ladri, viene sviluppato nel solco della tradizione dei personaggi di Alfred Elton Van Vogt o dell'Hedrock l'immortale di Robert Heinlein. Rispetto, però, ai personaggi di Van Vogt e di Heinlein, Alar sembra velato da una qual certa malinconia, mentre l'intera vicenda è gravata da un forte senso di inevitabilità. Il ladro, infatti, che insieme alla sua società combatte per la liberazione del genere umano dalle società distopiche presenti sul pianeta, è bloccato all'interno di un loop temporale, vittima di un viaggio nello spazio conclusosi male.
Il concetto di loop temporale, però, che in un certo senso accomuna i due romanzi di Blanche e Harness, dal punto di vista scientifico non sarebbe possibile concepirlo senza il lavoro in particolare del logico e matematico Kurt Godel.

sabato 18 ottobre 2014

Hideout

Ad attirarmi sono stati innanzitutto i disegni: precisi e dettagliati, giocano moltissimo con i bianchi e i neri. Sono infatti opportunamente luminosi nelle scene cittadine, le più tranquille, e sono pesantemente bui nelle scene ambientate nel bosco o nella prigione sotterranea dove si trovano i protagonisti della vicenda, una coppia di giovani in crisi coniugale alla ricerca, apparentemente, di una soluzione ai loro problemi.
In un fumetto dell'orrore, ad ogni modo, la parte grafica ha certamente un peso fondamentale nell'attirare e incuriosire il lettore, e in questo Hideout colpisce sicuramente nel segno. D'altra parte un buon horror si regge anche su una storia che riesca a convincere definitivamente il lettore all'acquisto e poi a leggere avidamente senza doversene pentire. E Masasumi Kakizaki direi che riesce nell'intento con una storia alla Dario Argento, diremmo noi italiani, dove alla fine le differenze tra il mostro letterario, per così dire, ovvero il pazzo che si aggira tra le gallerie di un'isola turistica non meglio identificata, e il mostro reale, Seiichi Kirishima, un uomo in grado di rovinare il suo matrimonio un pezzettino alla volta fino ad arrivare alla decisione finale di uccidere la moglie, si sfumano a vicenda, combinandosi e completandosi perfettamente. In fondo ciascuna delle due storie, la leggenda di un mostro che si aggira per le caverne di un'isola divorando le sue vittime, e i tormenti di un marito che vuole uccidere la moglie che lo opprime, fanno parte di due generi, l'horror e il noir, che non sono troppo distanti tra loro, quando scritti bene: entrambi, nelle mani di abili scrittori, hanno come obiettivo quello di scavare nell'animo umano e di mettere alla luce gli orrori reali che esso nasconde, in forma allegorica o metaforica il primo, in forma crudelmente reale il secondo. E questo, in ultima analisi, è riuscito benissimo a Kakizaki.

venerdì 17 ottobre 2014

I macachi del giappone

Vi parlerò di due isole, Kojima, la più grande, e Torishima, per metà nascosta dietro l'altra. Entrambe ospitano branchi di macachi selvatici. Ci fu un tempo in cui l'intera isola di Kyushu pullulava di queste scimmie, tuttavia in seguito all'invasione dell'uomo ne sono rimasti solo pochi gruppi sporadici, perlopiù su isolette remote come queste. Le scimmie locali sono le meno influenzate dall'uomo e, in quanto tali, oggetto di studi approfonditi da parte dei ricercatori.
Qualche anno fa, le scimmie di Kojima hanno fatto notizia in giro per il mondo (per quanto ciò sia possibile a delle scimmie) quando si scoprì che le femmine stavano insegnando agli esemplari più giovani a sciacquare il cibo dalla sabbia prima di mangiarlo. Cosa che le scimmie di Torishima, invece, non facevano. Era perciò evidente che non si trattasse di un caso d'istinto, bensì di apprendimento, un concetto che si era sempre pensato appartenesse esclusivamente al mondo degli umani. Poi a un tratto, incredibilmente, le scimmie dell'isola di Torishima cominciarono a lavare anche loro il cibo!
Questo mandò in visibilio il mondo accademico, e intere squadre di ricercatori giunsero sul posto. Com'era possibile che una caratteristica sociale tanto rara potesse improvvisamente comparire in due aree geografiche ben distinte? Dipendeva forse da un allele recessivo specifico per il "lavaggio del cibo" che era sceso in campo soltanto ora? Forse le scimmie di Torishima erano riuscite a sbirciare cosa accadeva dall'altra parte del mare e, in qualche modo, avevano capito cosa stavano facendo le altre e le avevano imitate? Forse era una specie di comunicazione extrasensoriale tra scimmie? Oppure siamo stati testimoni di un raro salto da uno stadio evolutivo all'altro? Più si avanzavano teorie, più l'enigma sembrava irrisolvibile. Qualcuno chiese ai pescatori locali che cosa ne pensassero. "Be'," risposero i pescatori "le scimmie si spostano a nuoto da un'isola all'altra. Può darsi che ciò significhi qualcosa."
E fu così che le Scimmie Nuotatrici di Kojima furono smascherate. Il mistero dei primati telepatici era stato svelato. Naturalmente, la cosa era risaputa in tutta la regione, ma gli esperti di Tokyo ci avevano impiegato una vita ad accorgersene.
Era la prima volta che vedevo delle scimmie senza che ci fosse in mezzo una gabbia. Proprio come le scimmie degli zoo, camminavano sulle nocche, e avevano l'aria di puzzare allo stesso modo. Le osservai per qualche minuto, e ne ricavai ben presto una mia importante considerazione sociale: le scimmie sono piccole creature penose e bastarde. Passano la vita a mordersi, a urlare e a infastidirsi a vicenda. Lì era un continuo riaffermarsi di gerarchie, dal capo vecchio e burbero, che si aggirava per la spiaggia in cerca di scimmie più piccole da terrorizzare, ai più giovani presi di mira da tutti. I rapporti sociali che non implicassero crudeltà o intimidazioni erano estremamente ridotti; era evidente che anche gli esemplari intenti a spulciarsi a vicenda si lasciassero andare a pettegolezzi e malignità sui loro simili.
da Autostop con Buddha di Will Ferguson, trad. Claudio Silipigni
foto di Ryan Newburn

mercoledì 15 ottobre 2014

Un sorriso

Soddisfazioni: quando torni a casa con il sorriso di un ragazzo che, nonostante la tarda sera, e' contento per essere riuscito a trovare mcm ed MCD. Tutto il resto e' un contorno di cui forse potremmo anche fare a meno.

domenica 12 ottobre 2014

Batman e Joker: tra Moore e Morrison

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E' partito lo Speciale per i 75 anni di Batman. Anche in questo caso ho partecipato con grande entusiasmo scrivendo un lungo articolo dedicato al Joker, l'avversario per eccellenza di Batman. In questo estratto (con alcune parti che ho tenuto fuori dall'articolo, centrato sul Joker), vi propongo un breve esame su due delle più importanti visioni sul folle clown del crimine, come lo definì durante la silver age il grande Dennis O'Neil.
The Killing Joke
Alan Moore riteneva e continua a ritenere The Killing Joke un'opera minore nella sua produzione. A tal proposito, infatti, affermò
Non sta dicendo nulla di molto interessante.
Nonostante questa opinione da parte del suo stesso autore, The Killing Joke costituisce un punto di riferimento importante nella caratterizzazione del Joker, risultando un primo e abbastanza riuscito tentativo di sintetizzare le varie anime incarnate dal personaggio nel corso della sua storia editoriale.
Per portare a termine con successo questo obiettivo, Moore partì da Detective Comics #168, storia che introdusse, con una operazione di retrocontinuity, il Cappuccio Rosso nelle origini del Joker: nessuno aveva mai realmente esplorato quell'aspetto del passato del pericoloso assassino, diventando così un punto di partenza ideale per un autore che, come Alan Moore, aveva basato buona parte dei suoi successi su una caratterizzazione realistica dei personaggi.
Per raggiungere questo obiettivo, lo scrittore di Northampton, utilizzando le nuove teorie della psicologia criminale, cerca di comprendere le ragioni intime della follia del Joker, descritto prima della trasformazione come uno dei tanti piccoli abitanti della grande città con un sogno nel cassetto e una famiglia cui non si sente all'altezza. E' un uomo sconfitto, deluso, depresso, che si lascia trascinare dagli eventi mentre il mondo gli cade addosso.
Quando emerge dalle sostanze chimiche nelle quali si è gettato per sfuggire a Batman, negli attimi prima di ridere ossessivamente, il Joker resta sospeso, quasi in contemplazione, forse arrivando alla consapevolezza che lo farà impazzire ben più delle stesse sostanze chimiche cui è entrato in contatto:
E' tutto uno scherzo. Tutto ciò per cui si combatte o si vive... è una barzelletta mostruosa e demente!
E allora... perché non vedi il lato comico?
Perché non ridi?
Ecco una delle motivazioni dell'ultimo attacco a Gordon e Batman descritto da Moore: sparare a Barbara, futura Oracolo, torturare Gordon fin quasi alla follia, spingere il Cavaliere Oscuro ad affrontarlo in un luna park abbandonato costellato di trappole. Tutto per strappare una risata, e soprattutto per dimostrare un concetto:
Basta una giornataccia, per trasformare l'uomo più sano del mondo in uno svitato!
Ecco quanto disto dal mondo: solo una giornataccia!
Batman, però, non è d'accordo:
Forse è sempre stata colpa tua!
A supporto di ciò, porta Gordon, che nonostante tutto è riuscito ad aggrapparsi alla sua stessa sanità mentale, che invita Batman a non commettere sciocchezze:
Dobbiamo fargli vedere che la nostra strada funziona!
grida un Gordon nudo e psicologicamente prostrato alla volta del Crociato incappucciato.
E questa frase diventa un mantra, la chiave per leggere il finale ambiguo della storia in un senso positivo: secondo Grant Morrison, ultimo di una lunga schiera, in una chiacchierata "radiofonica" con Kevin Smith, alla fine della conviviale risata Batman uccide Joker, eppure contro questa interpretazione non solo va il giudizio di Moore, ma anche due dettagli interessanti. Da un lato c'è una rappresentazione di Batman abbastanza granitica, quasi superficiale come rappresentante della legge e dell'ordine. Manca qualunque dramma interno per la morte dei genitori, ma viene quasi utilizzato da Moore come una rappresentazione malleabile dei dolori delle vittime del Joker. Dall'altro, se ci si sofferma sul titolo, ci si può rendere conto che lo sceneggiatore britannico non sta uccidendo il barzellettiere (joker), ma la barzelletta (joke): non è un caso che il Joker paragona il mondo a una comica, e questo rende, allora, proprio il criminale l'uccisore della barzelletta, il vero e unico assassino in una storia dove non è realmente morto nessuno.

sabato 11 ottobre 2014

Visualizzare MCD, mcm con i diagrammi di Venn

Il passo successivo alla scomposizione dei numeri è utilizzarla con lo scopo di determinare il massimo comun divisore e il minimo comune multiplo di due o più numeri. La regole sono semplici: nel primo caso, l'MCD è costituito dal prodotto dei fattori primi comuni presi con la potenza più piccola; nel secondo caso, l'mcm è costruito con il prodotto di tutti i fattori primi, comuni e non, presi con la potenza più grande. L'altra sera, mentre spiegavo queste cose alla classe, mi viene in mente di utilizzare i diagrammi di Venn per rendere più semplice la comprensione e determinazione di MCD ed mcm. Innanzitutto si rappresenta ciascun numero come l'insieme dei suoi fattori. Quindi si rappresentano i due insiemi, mettendo nell'intersezione i fattori comuni. Fatto questo l'intersezione darà quindi l'MCD, mentre l'unione l'mcm:

Questo particolare metodo grafico è molto utilizzato, soprattutto se si cerca in inglese. Eccovi, infatti, una raccolta minimale di post e pdf dedicati al metodo:
The Venn Diagram Method for Greatest Common Factors and Least Common Multiples
Models for Multiples and Factors
Greatest Common Factor in Venn Diagrams, con esercizi (pdf) Una immagine simile allo schema che ho proposto ai miei studenti (e che trovate nelle segnalazioni precedenti) si trova anche su en.wiki, mentre sul volume 5, numero 1, del Louisiana Association of Teachers of Mathematics Journal compare un vero e proprio articolo dedicato: Greatest Common Factors and Least Common Multiples with Venn Diagrams (pdf) di Stephanie Kolitsch e Louis Kolitsch