Stomachion

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martedì 3 marzo 2026

Le indegne

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Se con Cadavere squisito Agustina Bazterrica affrontava il tema del capitalismo attraverso una situazione estrema come la legalizzazione del canniibalismo, legata ai cambiamenti climatici ma essenzialmente distopica, con Le indegne costruisce un'opera che in effetti potrebbe ricadere tranquillamente nel filone della climate fiction, ma che in ultima analisi affronta il tema della religione, che per esempio era solo uno dei tanti elementi accennati da Bruno Arpaia in Qualcosa là fuori.
La storia è ambientata in una specie di oasi, o di isola (la cosa è abbastanza indifferente) posta tra le mura di un monastero abbandonato, dove si sono rifugiate alcune donne che hanno iniziato un culto religioso ai limiti del fanatismo rinnegando il dio cristiano e tutti i suoi simboli. Le indegne del titolo, di cui fa parte la protagonista nonché narratrice, sono il livello più basso di questo ordine, e sono per lo più mosse dal profondo desiderio di ascendere ai livelli superiori.
Tra gli elementi interessanti di questo piccolo mondo isolato c'è, appunto, questa promessa con la quale le indegne sono tenute sotto controllo, che le tiene separate una dall'altra, preda di invidie tra loro e prive di qualsiasi senso critico. In questo senso risulta significativo il divieto di possedere qualunque oggetto, dalla carta alla penna, utile per scrivere. Questo introduce un elemento di grandissimo interesse, perché la narratrice scrive il suo diario, che è ciò che stiamo leggendo, in clandestinità, con un inchiostro prodotto da lei stessa o "rubato" dagli oggetti dei monaci che in precedenza occupavano il monastero.

martedì 9 dicembre 2025

Cadavere squisito

Mezzena. Storditore. Linea di macellazione. Lavaggio a spruzzo. Quelle parole gli si affacciano alla mente e lo colpiscono. Lo annientano. Ma non sono soltanto parole. Sono il sangue, l'odore acre, l'automatizzazione, l'assenza di pensiero. Irrompono nella notte, prendendolo alla sprovvista. Si sveglia col corpo bagnato da un velo di sudore perché sa che lo aspetta un altro giorno in cui dovrà macellare umani.

mercoledì 13 agosto 2025

Memorie trovate in una vasca da bagno

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Come ricordato negli articoli di Vera Verdiani, che ne cura la traduzione, e Giovanna Tomasucci, Memorie trovate in una vasca da bagno non doveva essere, in origine, un romanzo di fantascienza, ma per consentire la sua pubblicazione Stanislaw Lem fu in un certo senso "costretto" a scrivere un'introduzione alle Memorie per costruire un contesto che potesse allontanare un po' la critica evidente (nonostante anche in questo caso sia stata un po' "annacquata") al mondo sovietico. Alla fine regalandoci una specie di mini-romanzo che già da solo meriterebbe di essere ulteriormente espanso.
L'introduzione, infatti, crea un contesto storico abbastanza interessante: in un lontano futuro gli archeologi ritrovano conservato all'interno di una vasca da bagno le Memorie di una presunta spia, che ha vissuto all'interno di un palazzo governativo dentro cui gli alti papaveri si sono andati a rifugiare quando la civiltà ha iniziato a crollare a causa di una specie di malattia della carta. A seguito di questa malattia, non solo i libri, ma anche il denaro è scomparso, con conseguenze immaginabili sulla struttura sociale.

martedì 8 luglio 2025

Cronorifugio

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Pensavo fosse un romanzo di fantascienza, e in parte lo è, e invece la classificazione di Cronorifugio è un po' più complessa di così. Iniziamo dal punto centrale del romanzo: il coprotagonista, tale Gaustin, è un personaggio che forse è uno psicologo, forse altro, che si ritrova a vivere in tempi differenti. Non grazie a una macchina del tempo, ma in parte nella sua mente, in parte organizzando la sua vita in modo tale da sperimentare stimoli che gli diano la sensazione di vivere in un qualche particolare decennio del passato. In effetti quella che ho raccontato è solo la parte sperimentale prima che questi apra le cosiddette "cliniche del passato", edifici le cui stanze sono arredate nello stile di un dato decennio se non di uno specifico anno.

venerdì 13 giugno 2025

Dottor futuro

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E' un mix tra viaggio nel tempo e distopia abbastanza noto ai lettori di Philip Dick quello presente in Dottor futuro. A differenza de La svastica sul Sole, però, il protagonista, il medico Jim Parsons, viene rapito e spedito nel suo futuro (in un viaggio tuttosommato piuttosto convenzionale) per compiere un delicato intervento per salvare un uomo che era stato colpito a morte alcuni decenni prima, il tutto in una società distopica in cui i medici sono diventati fuorilegge, i giovani sono la maggior parte della popolazione mondiale, che a sua volta è suddivisa in tribù, ognuna con una specie di animale totemico e, ovviamente, i propri interessi da difendere.
Rispetto ad altri romanzi dello scrittore, comunque, le tresche amorose del protagonista sono ridotte al minimo indispensabile, mentre gli intrecci temporali tessono un paradosso che viene sciolto solo quando tutta la matassa viene sviluppata sotto gli occhi del lettore. C'è, però, da dire che l'intreccio temporale è la parte meno interessante, per quanto la più pressante, del romanzo, mentre è proprio l'interazione con la società distopica del futuro a stuzzicare maggiormente: d'altra parte un protagonista votato a salvare vite umane non può non notare la scelta quasi fanatica di non volersi più curare. Ciò che però è forse ancora più interessante è la motivazione che fa da sfondo a questa scelta: una razionalizzazione delle risorse a disposizione. Ed è forse questo il vero messaggio che alla fine dovremmo cogliere da Dottor futuro in questi nostri tempi di sfrenato consumismo.

giovedì 17 aprile 2025

Noi alla conquista dell'universo

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All'alba dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia di Putin, la cosa più stupefacente fu l'anti-russismo che colpì la nostra società e che colpì persino la cultura russa e sovietica prodotte nel corso dell'ultimo secolo e più. Quasi come reazione personale a questo modo di fare che trovo riduttivo e ignorante, mi sono ritrovato ad acquistare alcuni volumi di fantascienza russa: gli autori provenienti dalla Russia prima e dall'Unione Sovietica poi hanno sempre avuto un occhio critico nei confronti della loro stessa società, molto più di come non lo abbiamo avuto noi con la nostra, per cui ho trovato particolarmente attraente l'acquisto di questi volumi e, nel dettaglio, della nuova edizione in italiano di Noi di Eugenij Zamjatin realizzata dalla sempre puntuale Fanucci, che propone il testo con un'introduzione critica di Alessandro Cifariello, traduttore del volume, che consiglio caldamente di leggere. Non solo Cifariello racconta qualcosa sul processo di traduzione, ma soprattutto permette di approfondire la figura di questo scrittore poco noto al grande pubblico. Il volume, poi, è completato da una postfazione di George Orwell, un articolo uscito nel 1946 in corrispondenza dell'edizione inglese. Da notare la data, di due anni precedente all'uscita di 1984.

lunedì 18 marzo 2024

L'uomo in fuga

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Alcuni (molti, in effetti...) anni fa avevo visto un film, di cui non ricordo il titolo ma che mi sembrava fosse francese, in cui un tizio accettava di diventare una specie di preda di una caccia all'uomo per le strade parigine trasmessa in televisione. Ovviamente se fosse riuscito a sopravvivere, avrebbe ottenuto una bella cifra di soldi.
La trama di questo ignoto film, che non mi sembra comparire nella corrispondente lista sulla Wiki, è in qualche modo una variazione sulla trama de La partita più pericolosa, racconto del 1924 di Richard Connell. Il protagonista, infatti, diventa suo malgrado la preda in una caccia all'uomo guidata da un folle ex generale russo.
Tra i molti adattamenti del racconto ci sono anche alcuni film di genere fantascientifico, stesso genere di un romanzo di Stephen King scritto sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Mi riferisco a L'uomo in fuga, pubblicato nel 1982, che mette insieme la trama del film da cui sono partito con una ambientazione distopica in cui la maggior parte della popolazione degli Stati Uniti è o sfruttata e sottopagata o completamente indottrinata dai programmi televisivi, come il reality show che da il titolo al romanzo. King, tramite la fuga di Bachman, strutturata come un unico conto alla rovescia iniziato da -100, in pratica descrive con incredibile lucidità uno sviluppo della società occidentale che nel complesso non sembra molto diversa da quella in cui ci troviamo oggi, immersa nei reality, e con un qual certo razzismo strisciante, non solo tra persone di colore diverso, ma anche di ceti sociali differenti, che mantiene le persone all'interno di compartimenti stagni che non si riesce ad attraversare.
E poi ci sono anche alcuni riferimenti a icone pop che King non poteva sapere che sarebbero durati ancora a lungo, come per esempio i Rolling Stones, ancora presenti in quel futuro per King piuttosto lontano, ma che alla fine è diventato il nostro presente. Inclusi i problemi di inquinamento dell'aria o la "difficoltà" delle aziende di farsi carico delle proprie responsabilità relativamente alla salute dei propri operai.

giovedì 9 novembre 2023

La grande migrazione

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Da grande estimatore di Arto Paasilinna, non poteva sfuggirmi il fantascientifico e umoristico La grande migrazione di Kari Hotakainen. La storia è semplice: a causa della globalizzazione, la popolazione finlandese in particolare deve migrare dalla campagna alla città. Questo flusso di persone genera un problema di organizzazione degli spazi, compito che viene affidato a un gruppo di persone per lo più disoccupate che si dovranno prendere la responsabilità di scelte che saranno sicuramente impopolari. Il romanzo, edito in Italia da Iperborea, presenta un vasto panorama urbano in cui i vari caratteristi esaminati sono un'enfatizzazione portata all'eccesso di un po' tutte le tipologie di persone che possiamo trovare nella nostra società.
Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è, però, la descrizione di un gruppo di persone che vengono momentaneamente fatte vivere all'interno di un centro commerciale, concludendo una specie di trasformazione iniziatica, visto che, come sottolineato in Sentieri metropolitani di Gianni Biondillo, i centri commerciali sono spesso progettati per riprodurre la vita, anche quella all'esterno, nelle quattro mura del centro stesso.
Un'altro spunto interessante è, poi, la presenza di Mumin, che, anche se non identificato esplicitamente, è chiaramente riconoscibile. La sua rappresentazione è quella di un personaggio ormai commercializzato, simbolo di un certo modo un po' superficiale di comunicare che punta su quegli elementi che potrebbero fare presa sul pubblico nell'immediato. Tra l'altro lo stesso Mumin, alla ricerca di un nuovo feticcio consumistico, cerca di propinare ai suoi "amici" animali, tra i quali è ora costretto a vivere a causa della Grande migrazione, proprio quella stessa formula di cui è diventato, suo malgrado, rappresentante.
Infine è molto utile soffermarsi sulla percezione che gli altri politici hanno sia della prima ministra finlandese, che nel romanzo segue un percorso di autoconsapevolezza sugli eventi che le sue scelta hanno generato, sia del gruppo di precari che si sobbarcano un lavoro che dovrebbe essere di competenza di altri, con una descrizione al limite della follia. Un po' come se pensare a un mondo a misura di persone fosse una cosa folle e illogica.
Al netto delle conclusioni dolci-amare del romanzo, è comunque una lettura divertente che, come tutta la letteratura d'ironia, su tutti il nostro Stefano Benni, ha come obiettivo non solo quello di divertire, ma anche di far riflettere.

giovedì 3 marzo 2022

I guardiani della giustizia: distopici supereroi

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E' raro che scriva una recensione, che sia di un libro, un fumetto, una serie televisiva o un film in tempi così vicini alla visione, ma con The guardians of Justice, o I guardiani della giustizia. Partiamo dall'inizio: dopo aver visto il manifesto di presentazione, classifico la serie, uscita l'1 marzo, come l'ennesimo prodotto che vuole cavalcare la mania supereroistica di questi anni. Quando, però, leggo la trama di presentazione e l'anno di ambientazione, il 1987, cambio completamente prospettiva, e inizio a vederla. E con 7 episodi totali di lunghezza media intorno ai 30 minuti (qualcuno di più, qualcuno di meno) 3 giorni sono più che sufficienti per portare a conclusione la visione. Ma cosa c'entra, direte voi, l'anno? Perché proprio quel 1987 dovrebbe averti convinto a vedere la serie?
La risposta è semplice: Wathcmen è ambientato tra il 1986 e il 1987.
Inoltre la serie di Alan Moore e Dave Gibbons inizia con la morte di un supereroe, Edward Blake, il Comico, e allo stesso modo Guardians inizia con la morte di un supereroe. Mentre, però, nel caso di Watchmen si tratta dell'omicidio di un eroe senza poteri, nel caso della serie ideata da Adi Shankar (lo stesso dietro Castelvania) è invece il suicidio in diretta televisiva del più grande di tutti i supereroi della Terra, Marvelous Man. E quest'ultimo è un alieno, originario del pianeta Caltron (forse un riferimento alla Charlton Comics, i cui personaggi ispirarono Moore per la creazione dei protagonisti di Watchmen), per quanto identico esteriormente a un essere umano.
Il punto di riferimento per i Guardians di Shankar è dunque il DC Universe e in particolare proprio Watchmen. E in un certo senso ne respira anche lo spirito, visto che la serie è ricca di riferimenti pop sia fumettistici sia televisivi sia videoludici. E' inevitabile, infatti, paragonare un certo stile recitativo a quello della serie di Batman degli anni Sessanta, mentre le ampie porzioni animate che arricchiscono la narrazione riprendono vari stili presenti nel corso degli ultimi quarantanni, da quelli dei classici cartoni alla Hanna&Barbera, agli anime nipponici, senza dimenticare i pupazzi o gli effetti in stile Tron. Le cose più interessanti che la serie ha da dire, però, stanno tutte nella storia.

martedì 23 novembre 2021

Snowpiercer: stagione 2

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Devo dire che, rispetto alla prima stagione, Snowpiercer mi ha attirato molto di meno. Non mi è ben chiaro cosa mi abbia attirato meno, ma sospetto sia stato lo stesso effetto dovuto ai seguiti del fumetto originale, Snowpiercer. In quel caso lo sceneggiatore Jacques Lob, separata la sua strada dal disegnatore Jean-Marc Rochette, ha complicato la storia, inserendo anche gruppi di sopravvissuti sulla superficie del pianeta.
La sebsazione di una prosecuzione della storia forzata, per quanto i soggetti dei capitoli successivi al primo fossero comunque interessanti, era palpabile e più o meno la stessa cosa è avvenuta con la serie televisiva. Quest'ultima, comunque, è stata essenzialmente tenuta in piedi da un grandissimo Sean Bean nel ruolo di Joseph Wilford, mentre la graduale scomparsa del personaggio di Melanie Cavill interpretata da un'altrettanto ottima Jennifer Connelly ha finito per impoverire non solo la serie di qualità recitativa, ma anche la storia di un personaggio forte e carismatico.
Andre Layton, interpretato da Daveed Diggs, non si è rivelato altrettanto forte e ispirato come il Layton della prima stagione, mentre Alexandra Cavill, interpretata da Rowan Blanchard, è solo all'inizio del suo percorso narrativo.
Ora la speranza è che la terza stagione possa sbloccare questi ultimi due personaggi e portare la storia a una conclusione: il modo in cui la storia si sta sviluppando, in effetti, sembra smentire le voci secondo cui la serie sia il prequel del film del 2013 di Bong Joon-ho.

giovedì 12 agosto 2021

The Giver: Felice distopia chimica

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The Giver, di Phillip Noyce uscito nel 2014, ha un che di dickiano. Basato sull'omonimo romanzo di Lois Lowry (primo di una serie di quattro), racconta di un mondo post-apocalittico, ma non nel senso classico del termine, ma di una società che quell'apocalisse non meglio identificata l'ha superata. La storia è ambientata in una comunità piuttosto vasta, ma comunque ridotta rispetto a quanto siamo abituati, in cui sono state eliminate tutte le fonti di conflitto: invidia, competizione, gioia, amore. L'idea di base è che sottraendo tutto ciò al genere umano, si possa in questo modo impedire l'insorgere della violenza. Per sottolineare la cosa la pellicola è girata all'inizio in bianco e nero, un po' come in Pleasantville: anche se la storia era sostanzialmente differente, l'idea dietro il bianco e nero è simile, ovvero quella di sottolineare una società tutto sommato uniformata che non è in grado di apprezzare le miriadi di sfumature presenti nell'animo umano.
Il protagonista, Jonas, fa parte di un'unità familiare, composta da due genitori e da una sorella più piccola. Non sono suoi parenti per linea genetica: queste famiglie non sono costituite per libera scelta, ma attraverso delle decisioni che vengono prese dagli anziani secondo regole ben precise. Persino la sopravvivenza dei neonati è decisa da regole, in questo caso il peso del bambino. I neonati scartati vengono uccisi, ma avendo eliminato qualsiasi sentimento umano, la società e chi materialmente compie l'omicidio non prova alcun senso di colpa, non rendendosi realmente conto di quello che sta facendo.
Al compimento del suo 18.mo anno d'età, Jonas partecipa, insieme con gli altri diciottenni, alla cerimonia di assegnazione del suo compito, e lì scopre che il suo destino è quello di essere uno dei membri più importanti della comunità: il prossimo Accoglitore di Memorie, ovvero colui cui vengono affidate le memorie di tutto il genere umano. Prima, però, dovrà essere addestrato dal precedente Accoglitore, che per l'occasione diventa il Donatore.

mercoledì 21 luglio 2021

Redenzione immorale

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Philip Dick ha toccato vari aspetti della fantascienza: romanzi postapocalittici, storie di androidi, esplorazione dello spazio, contatti con gli alieni e distopie. In quest'ultimo campo ricade Redenzione immorale, romanzo ambientato in un'ipotetico futuro dominato da un regime totalitario instauratosi nel 1985 dopo una terribile guerra nucleare che ha devastato il Giappone. Vale la pena ricordare che le bome nucleari di Hiroshima e Nagasaki che segnarono la conclusione ufficiale della seconda guerra mondiale vennero sganciate ad agosto 1945, mentre il romanzo di Dick venne pubblicato nel 1956. Nella situazione di tensione che si era generata dopo il conflitto, Dick mise insieme alcuni pezzi piuttosto iconici come il Giappone e il disastro nucleare, trasformando l'isola di Hokkaido in particolare come al tempo stesso simbolo del disastro e della distruzione, ma anche punto di partenza per la ribellione silenziosa dei singoli contro un regime che non solo non tollera le trasgressioni, ma si ammanta dietro la difesa strenua delle convenzioni sociali come baluardo contro la barbarie. Basti pensare che viene considerata trasgressione qualsiasi atto di gentilezza e prossimità fuori dal matrimonio, fino ad arrivare a considerare anche un semplice bacio un atto sessuale.

martedì 13 aprile 2021

The I-Land

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Tra le serie che hanno attirato la mia attenzione, The I-Land è stata indubbiamente una di quelle che più di tutte mi ha stuzzicato, un po' per le similitudini con Lost, un po' perché il gioco dietro la serie era evidente sin dal trailer.
La prima puntata di The I-Land, infatti, si apre con un gruppo di persone senza memoria che si svegliano sulla spiaggia di un'isola deserta. Le distanze, tra loro, sono regolari e ognuno sembra avere un segreto oscuro nascosto persino alla propria memoria. Come scopriamo abbastanza presto, i componenti del gruppo sono in realtà galeotti che hanno accettato (o sono stati costetti, la cosa viene lasciata un po' ambigua) ad accettare uno speciale progetto di detenzione all'interno di un complesso esperimento di realtà virtuale che dovrebbe permettere a qualcuno (se non a tutti) di redimersi dimostrando di aver compreso i propri errori.
La serie, ideata da Anthony Salter, risulta sufficientemente breve, 7 puntate, da sviluppare in maniera compiuta i personaggi presentati. La protagonista, Chase, interpetata da Natalie Martinez, che avevo già avuto modo di vedere all'opera in Under the Dome e APB (e devo dire che la recitazione dei tre personaggi è risultata abbastanza analoga), è tormenata da una serie di incubi che sembrerebbero suggerire che abbia ucciso la madre. Ovviamente le cose non stanno esattamente come si crede, ma l'aspetto forse più interessante della serie non sta tanto nella trama in sé, quanto negli aspetti politici e di corruzione che circondano l'esperimento: in fondo tutto il mondo è paese.

lunedì 1 marzo 2021

La barriera dei privilegi

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La storia di base è abbastanza semplice: siamo in un futuro distopico, il 2045. Dopo una tremenda guerra mondiale, che ha fatto salire al potere un governo reazionario e militare, il mondo e la Spagna sono travolti da un terribile virus, che impone controlli sempre più stringenti sulla popolazione, fino alla costruzione di una barriera, che separa i ricchi e i privilegiati, che vivono in un ambiente isolato e controllato, dai poveri, che non possono fare altro che sopravvivere come possono nelle città o nelle periferie. A tutto questo si unisce anche il problema dell'approvvigionamento delle risorse, sia cibo sia energia. Tutto questo, in sintesi, è La barriera, serie televisiva di produzione spagnola, rilasciata in Spagna a gennaio 2020, quindi quando ancora la pandemia di covid19 non era esplosa, e successivamente su Netflix a partire di dicembre 2020.
Gli autori della barriera, con episodi di poco meno di un'ora ciascuno per un totale di 13, riescono a sviluppare in maniera interessante il tema distopico del controllo della popolazione, della ricerca scientifica senza moralità, della politica fatta a uso e consumo personale, per motivi arrivistici, di una polizia militarizzata che schiaccia le persone senza alcuno scrupolo. E soprattutto della speranza delle persone in un modo di vivere migliore, più giusto, non necessariamente più ricco, ma più sincero. D'altra parte ogni quartiere ha la sua spia governativa, un ruolo statale ben codificato, all'interno di una società in cui dubitare dell'azione di governo è un crimine eversivo. La rivoluzione, però, è dietro l'angolo, e muove i primi passi grazie a un padre che è alla disperata ricerca della figlia, sottrattagli apparentemente perché senza lavoro. Senza sapere che questa sua ricerca scoperchierà un vero e proprio vaso di Pandora che ribalterà la Spagna, fino al finale dolce e amaro, quasi scontato considerando la "memoria di gallina" che hanno generalmente gli elettori.

lunedì 15 febbraio 2021

Snowpiercer: un mondo freddo e buio

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La vita sulla Terra finisce a causa di una nuova era glaciale. Solo un gruppo di esseri umani continua a sopravvivere all'interno di un treno che si muove su un unico binario che corre intorno al mondo, lo Snowpiercer. Queste sono le premesse di ben tre prodotti differenti, una serie a fumetti francese, Le Transperceneige in francese di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette; un film del 2013 diretto da Bong Joon-ho; una serie televisiva creata da Josh Friedman e Graeme Manson e la cui prima stagione è stata distribuita nel 2020, mentre la seconda è in corso di pubblicazione su Netflix da circa un mese. E ve lo dico subito: nonostante le differenze, la serie riesce a mantenersi quantomeno fedele allo spirito del fumetto, avendo come temi principali la lotta di classe, l'ingiustizia sociale e il controllo degli individui.

martedì 19 maggio 2020

Futu.re

Nonostante il libro sfiori le 600 pagine, Futu.re è una lettura agile e appassionante che porta il lettore in un mondo sottilmente distopico i cui difetti sono, però, tremendamente simili ai difetti della nostra attuale società. Dmitry Glukhovsky, giunto alla notorietà grazie alla serie di Metro, descrive una società basata sull'immortalità. A differenza, però, di quella di Tanith Lee, quella dello scrittore russo è al tempo stesso più realistica e inquietante. L'immortalità di Futu.re è, infatti, molto più simile a un virus, che viene sostenuto grazie a sostanze chimiche presenti nell'acqua, che non a quella sorta di trapianto del cervello (o forse dell'anima) di Non mordere il Sole.

lunedì 20 aprile 2020

Il contagio che distrusse la civiltà

L'uomo e la scienza si erano evoluti, col tempo, ma anche virus e batteri avevano seguito la loro evoluzione, e adesso gli ultimi ritrovati nel campo degli antibiotici si rivelavano inefficaci contro generazioni di virus che, sopravvissuti, avevano sviluppato una immunità all'attacco delle medicine. I medici avevano riconosciuto da tempo che un virus modificato da radioattività ambientale, o dal naturale bombardamento di raggi cosmici, poteva compiere passi da gigante nella scala dell'evoluzione, e raggiungere uno stadio che rendeva inutili tutti i tentativi della scienza umana. Il virus di Hueste apparteneva probabilmente a questo tipo.
L'epidemia era cominciata in Cina pochi mesi prima. Nessuno sarebbe mai riuscito a scoprire come si era formato il virus, al quale il dottor Ludwing Hueste aveva dato il nome ma non una spiegazione. In Cina le vittime della nuova malattia erano state milioni.
Il resto del mondo, dapprima scettico sulle notizie provenienti dall'Oriente, aveva poi accettato il fatto di quella nuova epidemia di origine orientale considerandola con preoccupazione, ma non con terrore, una specie di colera, o di asiatica. L'OIRV del resto aveva fatto di tutto per evitare che si spargesse il panico, e sulla malattia al pubblico arrivavano soltanto notizie precedentemente censurate, addomesticate ed edulcorate.

martedì 31 marzo 2020

Guerra tra le metropoli

Al tempo stesso distopico e post-apocalittico con un probabile finale di tipo fine-mondo, Guerra tra le metropoli di Dennis Palumbo racconta del disfacimento degli Stati Uniti d'America, distrutti dagli egoismi politici delle grandi città statunitensi. Queste, dopo un primo periodo di svuotamento, iniziarono ad accumulare sempre più potere rispetto allo stato centrale, ottenendo le risorse sufficienti per dichiararsi indipendenti e iniziare a muoversi guerra a vicenda.
La storia si svolge dopo questa grande guerra tra le metropoli, nella città di Chicago e inizia con un attacco con un raggio disintegrante che successive analisi dimostrano provenire da New York. A quel punto la città, non senza alcune rimostranze da parte del Ministro Gilcrest, a capo del governo, decide di dare il via a un'azione militare di risposta all'attacco.
Il romanzo di Palumbo è, alla fine, un'unica corsa appassionante in cui i protagonisti, oltre a Gilcrest ci sono la sua guardia del corpo, Cassandra, appartenente all'ordine degli Inquisitori, e l'ex-capitano dell'esercito cittadino Bowman, reintegrato per l'occasione, si muovono non senza difficolta, e senza un attimo di respiro, tra gli intrighi di palazzo e la spada di Damocle della minaccia della metropoli di New York.
Il finale del romanzo, che ha anche in se qualcosa di 1984 di George Horwell, in qualche modo scontato, è anche venato di un abbastanza esplicito pessimismo. Elemento interessante, ad ogni modo, è proprio l'ordine degli Inquisitori, che ricorda molto da vicino le Bene Gesserit della saga di Dune di Frank Herbert.

giovedì 6 febbraio 2020

Io sono febbraio

Seguendo l'idea del recupero di vecchie recensioni, dopo i due romanzi di Giorgio Fontana, passo a un piccolo libro abbastanza curioso e inconsueto in cui sono incappato diversi anni fa, Io sono Febbraio di Shane Jones.
Portato in Italia nel 2011 da Isbn, Light boxes, questo il titolo originale del romanzo, segna l'esordio di Jones, autore ad ogni modo piuttosto poco prolifico. Il romanzo è, in un certo senso, sfuggente quanto il protagonista del titolo, Febbraio, una sorta di vera e propria divinità, incarnazione stessa dell'inverno, che tiranneggia con la neve e il gelo il villaggio di Thaddeus Lowe. Quest'ultimo si unisce a un gruppo di compaesani per portare avanti la resistenza contro Febbraio e farla diventare una vera e propria ribellione per consentire alla cattiva stagione di andare finalmente via. E' significativo, in questo senso, l'uso delle maschere del medico della peste da parte dei congiuranti: da un lato è un modo per mascherare i propri volti, ma dall'altro è anche indicativo della necessità di dover curare qualcosa, nello specifico la natura che è rimasta bloccata in un'unica stagione e più metaforicamente il villaggio che non riesce a superare l'inverno. In questo senso la lettura metaforica di Io sono Febbraio viene anche avvalorata da alcune immagini metaletterarie legate all'identità di Febbraio stesso.
In questo senso il titolo italiano è, forse, più efficace ed evocativo di quello originale, riuscendo a trasmettere il mistero e la magia dietro quella che può essere considerata una sorta di distopia fantasy.

sabato 7 dicembre 2019

L'isola dei cani

Uscito nel 2018, L'isola dei cani è il secondo lungometraggio in stop motion per Wes Anderson dopo Fantastic Mr. Fox del 2009. La storia è presto detta: nel 2038 un'epidemia colpisce la popolazione canina del Giappone. I cani, per evitare che la malattia passi all'uomo, vengono allontanati dai loro piccoli padroni per essere esiliati sulla così detta "isola dei cani". Per non dare adito a favoritismi, Kobayashi, sindaco di Megasaki, invia come primo cane sull'isola Spots, amico e guardia del corpo del nipote Atari, orfano dei genitori. Il bambino, però, dopo sei mesi, ruba un aeroplano per raggiungere l'isola dei cani e riportare a casa il suo amato Spots.
Inizia una lunga peregrinazione all'interno di questo ben strano ecosistema sociale che i cani hanno creato. In questo caso Anderson è attento alla caratterizzazione dei due mondi: mentre Atari e tutti gli altri esseri umani parlano il giapponese, i cani discutono tra loro in canino, reso nella nostra edizione in italiano e, ovviamente, in altre lingue nelle altre edizioni.
Ovviamente quella narrata da Anderson è una storia di amicizia, di sfida alle regole, di ricerca di una via alternativa per risolvere i problemi, di lotta contro la corruzione, di sopravvivenza, di comunità e non potrebbe essere diversamente, raccontata con il solito tocco di ironia tipico del regista. Non mi dilungo di più su un film di un anno fa, ma ne scrivo essenzialmente perché giusto qualche mese fa è arrivato in Italia il manga che ne porta su carta la vicenda. L'autore è Minetaro Mochizuki, uno dei miei mangaka preferiti, che però alla resa dei conti con questo volume risulta deludente per molti aspetti. Da un lato l'eccessiva semplificazione della storia, ridotta a una settantina di pagine, dall'altro il seguire una storia di altri di fatto impedisce a Mochizuki di adottare temi e stile a lui più consoni.
Altro aspetto un po' traballante sono i testi, che non sempre riescono a catturare l'essenza dei dialoghi di Anderson, mentre il ritmo narrativo risulta eccessivamente sostenuto. Infine si perde un po' l'importanza dei cuccioli in generale per la crescita dei bambini, se non attraverso il solo Atari, mentre il finale del film viene completamente ignorato. Certo c'è da dire che rispetto alla pellicola il messaggio di accoglienza nella storia di Mochizuki risulta decisamente esplicito, grazie a una delle ultime battute del manga:
Credo che sforzarsi di comprendere il prossimo sia la via giusta per diventare persone migliori.
E questo è un merito non indifferente.