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martedì 8 ottobre 2024

Scienza take away #2: Speciale Nobel per la Fisica 2024

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Potevo bucare l'annuncio del Nobel per la Fisica 2024? In realtà non l'ho bucata, la notizia, ma l'ho data tramite SciBack. D'altra parte mi sembrava di trascurare un po' troppo i (quattro!) lettori di DropSea, che è il mio blog principale, non scrivere qualche nota sulla questione. E allora ho pensato di tirare fuori un numero speciale della serie di link post, Scienza take away.
Iniziamo, prima di tutto, dai vincitori del Nobel per la Fisica 2024: John Hopfield e Geoffrey Hinton "per le fondamentali scoperte e invenzioni che hanno permesso alle macchine di imparare attraverso reti neurali artificiali".
Ci si potrebbe chiedere cosa c'entrano le reti neurali artificiali con la fisica. Per capirlo basta capire quale sia stato il punto di partenza di Hopfield per le ricerche che lo hanno portato oggi al Premio Nobel insieme con Hinton.

martedì 3 ottobre 2023

Premi Nobel 2023 in live: Fisica

Ho deciso di provare a raccontare con una diretta la cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la Fisica 2023. Potete seguiral qui sotto:

martedì 5 ottobre 2021

Parisiade

L'ultima volta che venne assegnato il Premio Nobel per la fisica a un italiano fu nel 2002. All'epoca toccò a Roberto Giacconi per le sue pionieristiche ricerche nel campo della radiazione X proveniente dall'universo. Ci siamo, poi, andati molto vicini nel 2017, quando il premio venne assegnato a tre dei fondatori del consorzio dell'esperimento LIGO. Come venne sottolineato all'epoca, quel premio non sarebbe stato assegnato senza l'esistenza dell'esperimento gemello, l'interferometro VIRGO, progettato più o meno negli stessi anni di LIGO da Adalberto Giazotto, quindi anche quest'ultimo avrebbe meritato il premio al pari di Rainer Weiss, Barry Barish e Kip Thorne. Il problema era che qualunque scelta avesse compiuto all'epoca il comitato, avrebbe scontentato qualcuno, e così alla fine, nonostante tutto, fummo tutti contenti: in fondo il Premio serve sì a enfatizzare i contributi personali, ma anche a fissare dei punti cardine nella conoscenza.
Oggi, però, arriva un Premio a lungo atteso, quello a Giorgio Parisi, fisico teorico romano, i cui lavori hanno fornito importanti contributi alla teoria dei campi e alla fisica statistica. Il premio, però, gli viene assegnato per i suoi lavori sulla fisica dei sistemi complessi, o per dirla con le parole del Premio:
Per la scoperta dell'interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria.

domenica 30 ottobre 2016

(non) carnevale dela fisica #19

La diciannovesima edizione della rassegna (a)periodca dedicata alla fisica sui blog e i siti italiani arriva alla fine del mese dedicato ai Premi Nobel, come ricordato dallo speciale banner di apertura, dove vedete Alfred Nobel disegnato da Rudy Palais, tratto da Science Comcs #3 della Ace Magazine. In particolare quello della fisica 2016 è stato assegnato a David Thouless, Duncan Haldane e Michael Kosterlitz per le teorie delle transizioni di fase topologiche e le fasi topologiche della materia. Il Nobel per la chimica, invece, è stato assegnato a Jean-Pierre Sauvage, Fraser Stoddart e Bernard Feringa per la progettazione e la sintesi delle macchine molecolari. Ed è legato a quello della fisica proprio dalla topologia, che alla fine ha giocato un ruolo importante nelle ricerche che hanno otenuto il riconoscimento dal comitato che asegna i premi.
Per avere un'idea di cosa sia la topologia, prendiamo in prestito questa citazione estratta da Strani stati della materia per il Nobel per la fisica 2016 di Andrea Bersani su Scientificast:
La topologia è una branca della matematica che descrive gli oggetti geometrici in base a proprietà che non variano deformando gli oggetti stessi "con continuità". Questo vuol dire, per esempio, non creando buchi o tagli, ma soltanto allungando, stirando, piegando l’oggetto stesso. Dal punto di vista topologico, per esempio, una ciambella e una tazza (col manico) sono equivalenti, mentre una ciambella e un pretzel non lo sono. I primi due oggetti hanno un solo "buco", il pretzel ne ha tre.
Peraltro questi pasaggi tra ciambelle e pretzel sono legati alla congettura di Poincaré, che ho provato a spiegare in un vecchio post su Science Backstage che ho recentemente recuperato per l'occasione:
Fondamentalmente la congettura di Poincaré afferma, nella prima parte: una qualunque forma geometrica (una 3-varietà) chiusa e senza buchi in uno spazio di 4 dimensioni è identica (nel senso di cui sopra) ad una sfera in 4 dimensioni (una 3-sfera), ovvero esiste un qualche modo che consente di trasformare la prima nella seconda.
Torniamo al tema del'edizione con Andrea Rubin che su Oggi Scienza propone un interessante approfondimento, Fermi, Krebs, Gell-Mann: i paper rifiutati ma da Nobel:
Anni di lavoro, sacrifici e dedizione per uno scienziato si materializzano in qualche paginetta. Un articolo da pubblicare, magari, in qualche prestigiosa rivista. Ma lo sconforto è enorme quando quel lavoro viene rigettato, respinto dalla rivista. E lo sconforto sale se si ha la sensazione che quanto contenuto in quell'articolo fosse realmente qualcosa di importante. Capita a tutti di vedersi rigettare un proprio contributo, ed è successo anche a scienziati importanti che si sono poi aggiudicati il premio Nobel.
Per chiudere con la sezione dedicata i Premi Nobel, ecco l'intervista di Giuseppe Alonci a Jean-Pierre Sauvage:
G. Alonci – Prof. Sauvage, grazie di essere qui e di dedicarci un po' del suo tempo. Può spiegarci in breve il lavoro che l'ha portata a vincere il Nobel?
J. P. Sauvage – Beh, ho lavorato molto duramente! Probabilmente la cosa più importante è stata affrontare molti problemi, nelle scienze molecolari in generale. Abbiamo anche cambiato argomento molto spesso, non ci siamo mai limitati a un solo ambito ben preciso, e ad un certo punto abbiamo avuto la sensazione che uno dei nuovi temi che avevamo appena iniziato a investigare – cioè le "molecole dinamiche", molecole che si possono muovere e possono essere messe in movimento – era molto promettente, innovativo e poco trattato in passato.

mercoledì 7 ottobre 2015

La particella trasformista

Non dite a Brachetti che c'è qualcuno più veloce di lui a cambiare d'abito!
Dopo il post in inglese sul Nobel per la Fisica 2015, ecco anche la versione in italiano. Come saprete ormai in giro per la rete quest'anno il riconoscimento è andato per l'osservazione sperimentale delle oscillazioni del neutrino. Ai dettagli tecnici, proposti da Bruno Pontecorvo nel 1957 e ulteriormente sviluppati da Zio Maki, Masami Nakagawa e Shoichi Sakata nel 1962, ho dedicato un post teorico, mentre quest'oggi proverò a riassumervi la storia delle osservazioni sperimentali.
Iniziamo, però, dalla scoperta del neutrino.
La scoperta dei neutrini

Fred Reynes e Clyde Cowan
L'esistenza dei neutrini era stata postulata da Wolfgang Pauli(1) ed Enrico Fermi(2) nei primi anni Trenta del XX secolo per spiegare il decadimento beta. La prima osservazione della nuova particella è invece dovuta a Clyde Cowan, Frederick Reines, F. B. Harrison, H. W. Kruse, e A. D. McGuire(3):
La velocità di un segnale prodotto dalla reazione 1 \[\nu_{-} + p^{+} \rightarrow \beta^{+} + n^0\] deve essere una funzione linerare del numero di protoni forniti come bersaglio per i neutrini.
Il gruppo osservò due segnali:
Il secondo impulso del segnale della coppia ritardata osservato è stato identificato come dovuto alla cattura di un neutrone dal cadmio nel bersaglio d'acqua.
La scoperta venne premiata con il Nobel per la Fisica nel 1995.
Uno dei fatti più curiosi riguardo i Premi Nobel legati ai neutrini è che il premio per la scoperta dei sapori dei neutrini è stato assegnato nel 1988 a Leon Lederman, Melvin Schwartz e Jack Steinberger, quindi prima del premio per la loro scoperta!

domenica 26 ottobre 2014

Il (non) carnevale della fisica #2

Il premio Nobel venne assegnato per la prima volta nel 1901 a seguito delle ultime disposizioni testamentarie di Alfred Nobel, chimico e filantropo nonché inventore della dinamite.
Il premio è diventato ben presto uno dei più prestigiosi al mondo e, nell'ambito della fisica, il primo a riceverlo fu lo scopritore dei raggi X, il tedesco Wilhelm Conrad Röntgen
in riconoscimento dello straordinario servizio reso per la scoperta delle importanti radiazioni che in seguito presero il suo nome
Restando nell'ambito della fisica, il primo italiano a vincere il riconoscimento è stato, nel 1909, Guglielmo Marconi, insieme con Karl Ferdinand Braun
in riconoscimento del loro contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili
L'ultima volta che l'Italia si è affacciata sul Nobel per la fisica è stato invece nel 2002 con Riccardo Giacconi
per i contributi pionieristici all'astrofisica, che hanno portato alla scoperta di sorgenti cosmiche di raggi X
Mentre il Nobel dello scorso anno è stato un telefonatissimo riconoscimento a Peter Higgs e François Englert come conseguenza della scoperta del bosone di Higgs, quest'anno sono stati premiati i tre giapponesi che sono riusciti a sviluppare il led blu, Isamu Akasaki, Hiroshi Amano, Shuji Nakamura.
E' a loro che è dedicata la prima parte del secondo (non) carnevale della fisica:

Tesla accanto a una lampadina a fosforescenza
Iniziamo con Stefano Dalla Casa su Zanichelli Aula Scienza: Il Nobel per la fisica ai LED blu
Centinaia di esperimenti falliti dopo, e vere e proprie crisi professionali (la società aveva ordinato a Nakamura di lasciar perdere i diodi, ma questi continuò nel suo tempo libero), agli inizi degli anni Novanta il mondo ha avuto i primi LED a luce blu, spianando la strada ai LED a luce bianca e quindi alla rivoluzione dell'illuminazione che vediamo procedere sotto i nostri occhi.
Quindi Cristina Da Rold per Oggi scienza con Il Nobel per la fisica ai tre giapponesi "che hanno illuminato il mondo"
Mai come oggi il sole nascente che distingue la bandiera giapponese potrebbe essere più calzante per rappresentare il paese. Il Nobel per la fisica 2014 l’ha vinto letteralmente la luce proveniente dal Giappone, nelle persone di Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura, tre scienziati nipponici che si sono distinti per le loro ricerche nell'ambito dello studio della luce, in particolare "per l'invenzione di efficienti diodi emettitori di luce blu che hanno sviluppato le fonti di luce bianca luminosa e a risparmio energetico."
E infine Andrea Bersani per Scientificast con Una nuova luce che vale il Nobel
I LED esistono da oltre cinquant'anni: un LED è un piccolo dispositivo a semiconduttore che, quando è attraversato da corrente, emette luce ad una precisa lunghezza d’onda (e quindi di un determinato colore). Era stato relativamente semplice creare LED che emettessero luce rossa, poi verde, ma il blu era più difficile da ottenere. L'importanza di completare il terzetto, però, era fondamentale: l'occhio umano recepisce luci rosse, verdi e blu, per cui, con tre LED di questi colori si può produrre una luce tale da sembrare "naturale" per l’uomo.

mercoledì 8 ottobre 2014

Manca un poco di blu


Illustrazione realizzata con SketchBookX
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Una delle prime classificazioni che si apprendono quando si inizia a studiare il comportamento della materia di fronte all'elettricità è quella tra conduttori e isolanti: un conduttore è un materiale che permette facilmente il passaggio delle cariche elettriche, un isolante, invece, lo impedisce (o lo rende difficoltoso). E' possibile caratterizzare questi due generi di materiali attraverso le caratteristiche fisiche degli atomi che li compongono. Sappiamo, infatti, che un atomo è caratterizzato dall'avere un nucleo positivo con intorno nuvole di elettroni che ruotano intorno ad esso: a caratterizzare un materiale è proprio il comportamento degli elettroni più esterni, quelli della "banda" esterna. Le bande energetiche di ogni atomo sono, d'altra parte, caratterizzate da proprietà specifiche: esistono infatti le bande di valenza, dove si trovano gli elettroni utilizzati nei legami chimici, e le bande di conduzione, dove si trovano gli elettroni liberi di muoversi, i "cani sciolti" dell'atomo, utilizzati per i legami ionici. E', spero, semplice allora caratterizzare un materiale conduttore come quello i cui atomi presentano elettroni sia nella banda di valenza, sia in quella di conduzione, mentre un materiale isolante è caratterizzato dall'avere piena solo la banda di valenza.
Ora, nella teoria delle bande, la probabilità che un elettrone occupi una data banda è data dalla distribuzione di Fermi-Dirac: questo vuol dire che esiste comunque una probabilità non nulla che in un isolante un elettrone di valenza venga promosso a elettrone di conduzione, ma è estremamente bassa a causa della grande differenza energetica tra i due livelli. Esiste, inoltre, un livello energetico detto livello di Fermi che, mentre nei conduttori si trova all'interno della banda di conduzione, negli isolanti si trova tra le due bande, di conduzione e valenza, permettendo a un elettrone di valenza di saltare più facilmente nella banda di conduzione.

martedì 7 ottobre 2014

Ritratti: Carlo Rubbia

Il modo migliore per aspettare il #Nobel per la #Fisica 2014
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In quel giorno di 30 anni fa (stiamo parlando della seconda settimana di ottobre del 1984) ero, quasi sicuramente, a scuola. Sarà stata la terza elementare e ancora la fisica non era una mia passione. Certo iniziavo bene: quando la maestra chiese cos'era lo spazio, io pensai immediatamente all'universo, ma la domanda non era riferita a quello "spazio", ma a un altro, quello di tipo geometrico. Però non è su quei ricordi che bisogna indulgere, ma su una foto particolare, quella in cui Carlo Rubbia e Simon van der Meer, con due calici, presumibilmente di vino, in mano festeggiano l'annuncio del Nobel per la Fisica
per i loro decisivi contributi al grande progetto che ha guidato la scoperta delle particelle di campo $W$ e $Z$, mediatori dell'interazione debole
La storia di questo Nobel, però, inizia 8 anni prima, nel 1976. In quell'anno, infatti, inizia a operare SPS, il sincrotrone a protoni del CERN originariamente progettato per accelerare le particelle fino a un'energia di 300 GeV.
Quello stesso anno David Cline, Carlo Rubbia e Peter McIntyre proposero di trasformare l'SPS in un collisore di protoni-antiprotoni, con i fasci di protoni e antiprotoni che ruotavano uno opposto all'altro nello stesso tubo per collidere frontalmente. Questo avrebbe permesso energie nel centro di massa in un intervallo tra i 500 e i 700 GeV.(1)
D'altra parte gli antiprotoni vanno in qualche modo raccolti. Il fascio corrispondente venne allora
(...) statisticamente raffreddato nell'accumulatore di antiprotoni a 3.5 GeV, ed è qui che l'esperienza di Simon Van der Meer e collaboratori gioca un ruolo decisivo.(1)

lunedì 31 dicembre 2012

Un personaggio, le sue citazioni: Rita Levi-Montalcini


ritratto di orticanoodles - fonti: deviantart | flickr
Rita Levi-Montalcini è nata il 22 aprile del 1909 a Torino. Si è trasferita in Belgio nel 1938 a causa delle leggi razziali per poi ritornare in Italia, ad Asti, alla fine della guerra. Qui ha allestito un piccolo laboratorio per studiare il sistema nervoso dei polli. Nel 1947, insieme con il suo amico Renato Dulbecco, è andata negli Stati Uniti dove è rimasta fino al 1977. Nel 1986 ha vinto il Premio Nobel per la medicina insieme con il suo allievo Stanley Cohen
per la loro scoperta dei fattori di crescita.
Riguardo il potenziale degli NGF, scrisse nella Nobel lecture:
Ad esempio, quando la morte cellulare di specifiche popolazioni neuronali può essere collegata a una diminuita disponibilità locale di fattori neurotrofici, come gli NGF, il suo apporto esogeno o la stimolazione della produzione endogena tramite agenti farmacologici possono offrire un approccio promettente per malattie attualmente incurabili.
Riguardo il ruolo delle donne nella scienza, ebbe a dire:
L'umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi.
Nel 1975 venne supportata dalla Fidia, un'industria farmaceutica italiana, ma in una decina di anni si scoprì che il farmaco pubblicizzato era nocivo. Riguardo questa storia dichiarò a Riccardo Chiaberge:
Certo, non nascondo che mi importunava vedere talvolta il mio nome legato a quello della Fidia. Ma pensavo che fosse il prezzo da pagare, non me ne importava niente pur di avere qualche aiuto per la ricerca. Se impediamo all'industria di aiutare il laboratorio, noi moriamo.
Aveva anche una precisa opinione sul rapporto tra i giovani e la tecnologia:
Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa). Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell'ignoto.
In questo senso era, ed è ancora un esempio per tutti noi:
Ho perso un po' la vista, molto l'udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent'anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.
Ci ha lasciato il 30 dicembre del 2012. A Roma. Aveva 103 anni.
Non ho mai saputo tenere un protocollo. Tutto in me è immaginazione, intuito. Niente è scientifico.
Io non sono una scienziata, sono un'artista della scienza.

Levi-Montalcini R. (1987). The nerve growth factor: Thirty-five years later, Bioscience Reports, 7 (9) 681-699. DOI: (pdf)
Citazioni di Rita Levi-Montalcini
Wiki-biografie: italiano | inglese
Video-intervista con Tullio Regge

martedì 16 ottobre 2012

Il Premio Nobel e gli orologi atomici

Ecco. E' passato un bel po'. Ci sono cose che diventano obsolete e altre che invece invecchiano, e spero questa sia una delle seconde. E' che non sono riuscito, vuoi per il fattore tempo, vuoi per la voglia, a scriverne prima, eppure è successo che, a causa di una agenzia, il Nobel per la Fisica 2012 è stato accompagnato da una castroneria via l'altra, come direbbe qualcuno dei miei vecchi professori. Il riassunto delle puntate precedenti c'è sul blog di Peppe, io invece mi limito a ricordare che quello che può essere considerato come il padre degli orologi atomici ha vinto il Nobel in Fisica nel 1944
per il suo metodo risonante per registrare le proprietà magnetiche dei nuclei(1)
Se andiamo ad approfondire la storia di questo particolare dispositivo, scopriamo che l'idea da cui è partito tutto è nientemeno che di Lord Kelvin nel 1879:
Poi arriva Isidor Isaac Rabi che mette in pratica le idee di Lord Kelvin, e misurare il tempo diventa un'operazione così precisa che non bastano più i proverbiali svizzeri! Come spiegano Lombardi, Heavner e Jefferts(2), Rabi e il suo team svilupparono gli orologi atomici tra gli anni 30 e i 40 del XX secolo. In particolare il lavoro ritenuto chiave nella realizzazione di un vero e proprio orologio atomico fu quello pubblicato nel 1938, A new method of measuring nuclear magnetic moment(3)
Proposito di questa nota è descrivere un esperimento nel quale il momento magnetico nucleare è misurato in un modo molto diretto. Il metodo è capace di grandissima precisione ed estensione a un grandissimo numero e varietà di nuclei atomici.
L'idea di base è quella di far passare un fascio di particelle, nel caso del primo esperimento delle molecole di LiCl, attraverso un gruppo di magneti, in modo che gli spin nucleari si disaccoppino uno dall'altro e dalla rotazione molecolare. A questo punto si applica un ulteriore campo magnetico, questa volta leggermente oscillante, in modo che gli spin e il momento magnetico nucleare si riorientino, ottenendo alla fine una sorta di precessione della frequenza(3).
Alla fine Rabi e colleghi sono riusciti ad osservare perfettamente i picchi di risonanza dei due nuclei di litio e cloro separati e appena l'anno successivo, come anche promesso nelle conclusioni dell'articolo del 1938, sono riusciti ad aggiornare il metodo utilizzando dei nuovi atomi, descrivendo in maniera un po' più dettagliata l'apparato sperimentale utilizzato(4):

mercoledì 22 febbraio 2012

Un personaggio, le sue citazioni: Renato Dulbecco

Renato Dulbecco è stato uno dei tanti cervelli in fuga che ha avuto l'Italia nel corso della sua storia. Ha lavorato tra Italia e Stati Uniti, dove si era trasferito ormai da alcuni anni, a La Jolla per la precisione, si da quel lontano 1947, quando si imbarcò sulla nave che avrebbe portato lui e la sua amica Rita Levi-Montalcini in quella che era realmente la terra delle opportunità per i ricercatori.
Era nato in una terra storicamente di immigrazione, che aveva esportato solo menti pensanti, come era egli stesso, figlio di una calabrese e di un ligure, incontratisi nella regione che ha dato il nome a una intera nazione. E da quella piccola regione è anche arrivato al Premio Nobel per la Medicina nel 1975, insieme con David Baltimore e Howard Martin Temin
per la loro scoperta riguardante l'interazione tra i virus del tumore e il materiale genetico della cellula
Oltre a una mente brillante, è stato anche un attento osservatore della realtà, avendo anche una chiara idea dell'importanza dei rapporti tra scienza e società civile. Scriveva, infatti, nella sua Lezione da Nobel:
Questa discussione sulla prevenzione del cancro è uno sviluppo dei risultati sperimentali ottenuti nel campo dei virus oncogeni, ma è anche fortemente influenzata dalla nuova coscienza sociale di molti scienziati. Storicamente, scienza e società hanno preso strade diverse, nonostante la società ha fornito i fondi necessari per la crescita della scienza e in cambio la scienza ha dato alla società tutti gli oggetti materiali di cui gode. Negli ultimi anni, tuttavia, la separazione tra scienza e società è diventata eccessiva, e le conseguenze si fanno sentire soprattutto tra i biologi. Così, mentre passiamo la nostra vita a fare domande sulla natura del cancro e modi per prevenirlo o curarlo, la società produce allegramente sostanze oncogene e con queste riempie l'ambiente. La società non sembra preparata ad accettare i sacrifici necessari per una efficace prevenzione del cancro. La situazione è chiaramente inaccettabile, e noi biologi vorremmo vederla corretta. Abbiamo iniziato a mettere ordine in casa nostra, vietando alcuni esperimenti che possono contenere un certo rischio per l'umanità. Vorremmo vedere la società assumere un atteggiamento simile, abbandonando pratiche egoistiche che sono pericolose per la società stessa. Vorremmo anche vedere una nuova cooperazione tra scienza e società a beneficio di tutta l'umanità e speriamo che le forze dominanti nella società riconosceranno che questa è una necessità.
D'altra parte, proprio in quegli anni, presso il laboratorio di Dulbecco stava lavorando Peter Berg, il chimico che sostanzialmente diede inizio agli studi genetici da cui sono arrivati gli OGM. Berg, giunto nel laboratorio di Dulbecco, iniziò subito a lavorare sul DNA di un piccolo virus studiato dal team del ricercatore italiano, riuscendo a modificarlo geneticamente in modo da riprodursi più velocemente e fornire così ai suoi colleghi delle maggiori quantità di DNA da studiare.
Dopo l'euforia iniziale, sorsero due preoccupazioni riguardanti la scoperta. La prima:
Bene, voi prendete questo determinato batterio, vi inserite dentro un gene, ma poi cosa succede, esattamente? Questo batterio potrà, per esempio, diventare una sorta di 'super-batterio' in grado di 'annegare' tutti gli altri?(3)
E la seconda:
Bene, voi utilizzate il DNA di un virus che causa il cancro nei topi, ma se questo virus lo mettete in un batterio che può colonizzare l'intestino umano, questo batterio non potrà poi provocare cancro nell'uomo?(3)
Ed ecco come opera la scienza di fronte a questi dubbi: sospensione degli esperimenti e verifica sperimentale di queste due possibilità. I risultati, come ha raccontato Dulbecco(3), hanno portato alla non-esistenza dei temuti super-batteri,
(...) perché i batteri con il gene al loro interno risultavano essere meno prolifici e crescevano molto meno di quanto accadeva, invece, negli altri, vale a dire nelle loro condizioni normali.(3)
Senza contare che
(...) tramite esperimenti estesi sugli animali, non si è mai potuta riscontrare alcuna azione cancerogena prodotta da questi batteri.(3)
Nel 2008, poi, facendo un punto della situazione per Science a margine della grande avventura del sequenziamento umano, scriveva:

martedì 11 ottobre 2011

I premi Nobel italiani come misura del sistema universitario italiano

Jon Bruner ha realizzato, ieri, una infografica sui Premi Nobel per paese (via Flowing Data).
Il criterio adottato da Bruner è semplice: ha assegnato il Nobel non al paese di origine ma a quello cui il ricercatore era affiliato in quel momento. Salta subito all'occhio l'assenza dell'Italia, mentre la Cina è presente con tre Nobel non scientifici, perché quelli scientifici erano tutti associati per altri paesi. Ho controllato.
Wiki assegna all'Italia 20 Premi Nobel, compreso l'ultimo di Capecchi del 2007 in Medicina (di fatto, però, Capecchi ha studiato negli Stati Uniti). Di questi 12 sono in discipline puramente scientifiche (medicina, fisica, chimica, che l'economia ha spesso connotazioni politiche), ripartiti in 6 per la medicina, 5 per la fisica e 1 per la chimica. I fisici, al momento della vittoria, erano tutti affiliati all'estero (compresi Marconi, impegnato in Gran Bretagna, e Rubbia al CERN, con gli altri negli Stati Uniti). Di Nobel italiani nel senso di affiliati a istituzioni italiane ce ne sono 4, di cui uno svizzero in medicina. Se contiamo poi i Nobel non scientifici, che sono 7, arriviamo a una cifra totale di 11 (Modigliani, vincitore del Nobel per l'Economia nel 1985, era al MIT), ovvero lo stesso numero che Bruner assegna al Giappone.
Se da una parte colpisce l'assenza dell'Italia, che i numeri per stare lì li avrebbe (anche se bisognerebbe verificare paese per paese... magari inizio che per l'anno prossimo sono pronto), è interessante limitandosi ai Nobel scientifici proporvi un po' di numeri: solo l'8% dei Nobel italiani viene dall'estero, mentre ben il 67% lavorava fuori dell'Italia e solo il 25% erano italiani d'Italia. Se vogliamo questi numeri sono gli unici numeri che possono dare una misura quantitativa dell'appetibilità dell'Italia come paese scientificamente avanzato. A pesare sono soprattutto quell'8% che ne misura il potere di attrazione e quel 67% che misura la capacità di esportazione. E probabilmente in uno studio sistematico su tutti i ricercatori italiani nel mondo quella forbice si allargherebbe. E' questo, in estrema sintesi, il vero segnale di un mondo universitario italiano sostanzialmente malato, incapace di attrarre talenti dall'estero o di dare a quelli nostrani le condizioni per poter tornare, quella possibilità di scelta che certo non tutti prenderebbero, ma che in questo momento quasi nessuno dei ricercatori all'estero nemmeno prende in considerazione.