
Giusto qualche giorno fa è uscito un comunicato di USB - Pubblico impiego che prendeva le mosse proprio da questa particolare notte e inizia così:
La rimozione di un post, in un canale ufficiale INAF, che durante la Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici, denunciava la drammatica condizione dei 719 precari a rischio licenziamento, dimostra una cosa chiara: la dirigenza non tollera che i problemi dell’Ente vengano resi pubblici.Non so a quale post si riferisca il comunicato, se pubblicato su FB o Instagram, visto che non sono sul primo e bazzico molto poco il secondo, ma so che nessuno è venuto a chiederci di rimuovere l'articolo di Antonino La Barbera dedicato alla Notte e soprattutto a noi ricercatori precari. E credo che nessuno sarebbe riuscito a convincere la redazione a rimuoverlo. In particolare vorrei, però, rilanciare questo passaggio del suo articolo:
I ricercatori e le ricercatrici precari, in realtà, costituiscono la spina dorsale di una parte importante dell’attività di ricerca nei laboratori e nelle istituzioni. Il loro contributo è insostituibile e il loro numero rappresenta una percentuale consistente del personale che lavora nella ricerca. La situazione di precarietà spesso si protrae per anni, a volte per decenni, rendendo difficile, quando non impossibile, fare progetti di vita a lunga scadenza.Non sempre ci si pensa, ma è proprio così: senza ricercatori precari molti risultati d'eccellenza non potrebbero essere ottenuti, ma il fatto che a venire raccontati sono i risultati, e spesso a raccontarli sono i ricercatori stabili, comunque sempre meno di coloro che quei risultati li hanno "portati a casa", lascia diluire, un po' come succede nelle catene di montaggio, il contributo dei singoli e, soprattutto, le vite che hanno alle spalle.
E vi dico anche un segreto: questi risultati verrebbero raggiunti anche se noi precari venissimo stabilizzati! Strano, vero?
Torniamo al comunicato, però. Nel testo a un certo punto ci sono tre punti deboli che, almeno nell'INAF, andrebbero migliorati:
- Stipendi da fame: tutto il personale INAF ha le retribuzioni tra le più basse dell'intero settore ricerca.
- Blocco delle assunzioni: un'interpretazione ministeriale restrittiva ha di fatto chiuso la capacità assunzionale dell’INAF limitandola alla pianta organica, azzerando così l'attrattiva dell'Ente per le nuove generazioni.
- Sfruttamento e precariato: i contratti atipici e gli assegni di ricerca nascondono un vero e proprio lavoro subordinato. Un abuso che prima o poi chiamerà i vertici a risponderne nelle sedi legali nazionali ed europee dopo le denunce di USB in tutte le sedi.
Non dimentichiamoci nemmeno di loro, che stanno giusto un po' più indietro nella scala gerarchica e che aumentono le cifre di un precariato che, in effetti, se ben raccontato sarebbe piuttosto imbarazzante, non solo per l'INAF, ma anche per l'Italia, che non è riuscita a creare un sistema in grado di dare futuro a tanti lavoratori qualificati come i precari della ricerca.
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