Stomachion

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mercoledì 11 settembre 2024

La libreria Morisaki

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Ci sono voluti qualcosa come poco meno di 15 anni per leggere in Italia il romanzo d'esordio di Satoshi Yagisawa, I miei giorni alla libreria Morisaki. In effetti lo si potrebbe considerare come costituito a sua volta di due romanzi brevi, ma non stiamo troppo a sottilizzare. Nel complesso siamo di fronte a una lettura veloce e leggera, ma non per questo meno profonda e interessante. La storia narra della giovane Takako che, sotto le insistenze della madre, si rifugia nella libreria dello zio Satoru, nel quartiere di Jinbocho, a Tokyo. Proprio l'atmosfera di questo quartiere, il più ricco di librerie al mondo, permetterà alla protagonista di riscoprire un modo di vivere più sincero e maggiormente a contatto con le persone. Il tutto mediato dalla saggezza dei libri.
Un libro perfetto per chi ama leggere, ma anche per chi ama le cose semplici della vita, come un caffè al bar o un giro tra le bancarelle di una fiera.

giovedì 27 febbraio 2020

Lo spirito della fantascienza

Ero lì, che giravo con mia sorella per i banchi di oh bej oh bej quando vedo, all'improvviso, un nuovo inedito di Roberto Bolano, uscito dagli archivi dello scrittore cileno nel 2016 e arrivato in Italia nel 2018 grazie all'editore che ne sta portando tutta l'opera nel nostro paese, Adelphi.
Il romanzo, la cui versione ritrovata e pubblicata è del 1984, anche se la lavorazione sembra iniziata prima, è al tempo stesso compiuto e incompiuto. A farmi scrivere ciò è la struttura stessa della storia, un alternarsi tra l'intervista a un non meglio specificato scrittore di fantascienza (in effetti la sua identità un po' la si intuisce) durante la quale racconta delle surreali e fantascientifiche avventure di un soldato durante uno scenario di guerra; le lettere di un giovane aspirante scrittore di fantascienza indirizzate ad alcuni grandi scrittori del genere; la storia di quest'ultimo e di uno dei suoi amici, narrata in prima persona da quest'ultimo. Molto probabilmente, come a volte succede nei romanzi di Philip Dick, Bolano ha messo qualcosa di suo in ognuno di questi tre personaggi, sebbene sia l'ultimo quello a cui potrebbe tenere di più, essendo il protagonista di Manifesto messicano, racconto che chiude il libro e che era apparso su rivista nel 1984.
Il volume, scritto con uno stile ora diretto ora ermetico, in funzione del personaggio su cui lo scrittore si sta concentrando, si conclude con una ricca appendice fotografica dove vengono mostrate le pagine degli appunti e degli schizzi di Bolano.
Lo spirito della fantascienza, alla fine, come suggerisce il titolo, è un tentativo di catturare lo spirito del genere, ma anche degli scrittori che cercano di scriverne le storie.

giovedì 16 gennaio 2020

Un anno da assassino

Rudolf Hess è stato un gerarca nazista. Forse non come altri, ma pur sempre un gerarca nazista. Era il numero tre del partito, dopo Hitler e Göring, anche se veniva escluso dalle riunioni dove venivano prese le decisioni più importanti. Certo il suo segretario, Martin Bormann, era sempre presente e d'altra parte, nonostante fosse considerato un moderato, non protestò contro l'invasione della Polonia, che diede il via Purtroppo alla seconda guerra mondiale.
Suo medico personale era Georg Groscurth, ma a differenza di Hess non era nazista, tutt'altro: era un membro attivo della resistenza e utilizzò la sua posizione di vicinanza a Hess per salvare molte persone durante il regime nazista. Purtroppo, come capita a chi resiste, Groscurth venne arrestato: era il 4 settmebre del 1943. La sua condanna a morte venne firmata dai giudici Roland Freisler e Hans-Joachim Rehse per poi essere portata a termine l'8 maggio del 1944.
Dei due giudici, Rehse, l'unico sopravvissuto alla guerra, venne assolto dall'accusa di crimini di guerra: il tribunale che lo giudicò era quello della Repubblica Federale Tedesca, la Germania Ovest, per intenderci. Nel frattempo la vedova di Georg, Anneliese Groscurth, anch'essa medico, chiese a più riprese giustizia per il marito. La risposta della democrazia fu renderle sempre più complicato il suo lavoro di medico e, di conseguenza, il suo compito di madre, con due giovani orfani da tirare su. Insieme ai due figli, però, Anneliese ospitava ogni tanto in casa il piccolo Friedrich Christian Delius che, diventato uno scrittore, decise di raccontare la storia di Anneliese.
La scelta del genere, però, non ricadde sul documentario giornalistico, ma sul romanzo: il protagonista del quale era uno studente che, subito dopo l'assoluzione di Rehse, decise di farsi carico di un compito gravoso, quello di uccidere il giudice nazista. Si diede un anno di tempo per prepararsi e preparare un piano accurato, durante il quale ricostruì tutta la vicenda, avvicinandosi ad Anneliese. In effetti è proprio lei la vera protagonista del romanzo, ancora di più del marito, che nonostante tutti i problemi che uno stato che si autodefiniva democratico, non perse mai la forza.
Il merito del romanzo, dunque, è quello di raccontare la storia dei Groscurth, che dedicarono la loro vita agli altri, resistendo contro i soprusi dei regimi nei quali vissero. Vorrei, però, chiudere con una piccola osservazione che mi aveva fatto notare mia sorella quando lo lesse: nel momento in cui scrivo su it.wiki le voci dedicate ai coniugi Groscurth sono completamente assenti, mentre quella di Hess è presente. Inoltre nella voce in italiano di Delius Il mio anno da assassino non viene neanche citato (certo non lo è neanche in quella in inglese). Speriamo che qualcuno vi porrà prima o poi riparo.

mercoledì 27 marzo 2019

La ballata di Circe

"Questa verdura è stata raccolta dalle stesse persone che me l'hanno venduta. L'ho acquistata al mercato della terra. Questa verdura è stata raccolta da chissà chi. L'ho acquistata al supermercato.
Sono ugualmente made in Italy, ma spesso il made in Italy, nel mondo dell'ortofrutta, è costruito sul sudore degli immigrati clandestini piegati sui campi a raccogliere frutta e verdura.
E sono clandestini perché c'è qualcuno che ha deciso che fuggire da una guerra, per esempio, è illegale. E se ogni tanto si tiene un barcone fuori dal porto, magari carico di donne e bambini che non possono andare a lavorare nei campi, è solo per far finta che si sta facendo qualcosa per tenere i clandestini lontano dai patri confini, mettendo sotto il tappeto quelli che invece servono a raccogliere frutta e verdura.
E a poco serve chiedere il boicottaggio del made in Italy, tanto il resto del mondo ce lo compra, e comunque anche nel resto del mondo le cose non vanno poi così meglio."
Più o meno così avevo immaginato di raccontare La ballata di Circe, primo romanzo di Daniele De Michele meglio noto come Don Pasta, cuoco itinerante che tra una esibizione di cucina e musica e reportage giornalistici cerca di recuperare la cucina semplice e diretta di un tempo. Allo stesso modo è anche questo breve romanzo, che racconta di un'odissea moderna di un immigrato qualunque, con un sogno tutto suo, in fuga dal suo paese, la Turchia, a causa di una donna e che per una donna, in Italia, nel salento, avrà ancora dei problemi.
Scritto con stile leggero, quasi favolistico, scorre veloce nella lettura non solo per la sua brevità, ma anche per la capacità affabulatoria di De Michele, che ho spesso avuto modo di apprezzare durante le performace cui ho avuto la fortuna di assistere.

martedì 26 marzo 2019

Il custode di un mondo

Attirato prima dai disegni in copertina, tratti da Lectures on astronomical theories di John Harris del 1876, e poi dalla trama nel risvolto della copertina che stuzzica il lettore suggerendo per La custodia dei cieli profondi il genere fantascientifico, acquisto quasi senza pensarci su due volte il romanzo di Raffaele Riba, restando alla fine della lettura al tempo stesso deluso e soddisfatto.
La delusione nasce dal fatto che, in realtà, non è un romanzo di fantascienza; la soddisfazione dal fatto che l'astronomia ha comunque un ruolo non indifferente all'interno della narrazione. A voler essere pignoli, un elemento fantascientifico è presente: l'esplosione di una supernova ha illuminato i cieli notturni sopra l'Italia, in particolare dalle parti di Cascina Odessa, sconvolgendo il ciclo vitale di esseri umani e animali. Così il protagonista, forse proprio a causa di quest'ultimo evento che, come molti nella sua vita, hanno sconvolto il suo fragile equilibrio, ricostruisce la sua storia per spiegare più che giustificare le scelte che ha compiuto non solo nel corso della sua vita, ma soprattutto nel finale del libro. In qualche modo Gabriele, protagonista e narratore, si erge a custode dei valori che lo hanno cresciuto, caricandosi anche di responsabilità non sue.
In tutto questo l'astronomia gioca un ruolo importante, perché il padre di Gabriele, un insegnante di matematica, non ha mai fatto mancare ai suoi due figli spunti e stimoli legati alla fascinazione dell'universo. Gabriele e il fratello Emanuele hanno spesso litigato per chi doveva sfogliare il libro con le illustrazioni astronomiche, che alla fine hanno portato quest'ultimo a intraprendere la carriera di astronomo. La differenza con cui i due interpretano la fascinazione astronomica insieme con le scelte differenti che i due compiono è utile per distinguere i due personaggi uno dall'altro, mentre intorno i loro genitori sembrano iniziare a cedere le armi un po' alla volta al mondo e a se stessi.
Così Gabriele diventa in un certo senso custode di un mondo che sta scomparendo, che solo incidentalmente potrebbe coincidere con uno stile di vita campagnolo, per così dire, ma che è molto più di questo visto che in qualche modo Gabriele non lo rappresenta nemmeno così bene.

mercoledì 25 gennaio 2017

Soffocare

Per prepararmi degnamente ad affrontare Fight Club 2 (che poi alla fine la recensione l'ho lasciata a qualcun altro, ma sono cose che succedono!) ho finalmente recuperato la lettura di Soffocare (aggiornamento dell'1 maggio 2018. mettendo un po' d'ordine, scopro che in realtà, l'avevo già letto...), quarto romanzo di Chuck Palahniuk.
Lo scrittore statunitense, grazie al successo anche cinematografico di Fight Club, ha ottenuto fama mondiale, però la forza della sua scrittura e delle sue idee hanno continuato nelle sue altre opere, sia Survivor, il suo secondo romanzo, sia Soffocare.
Il soggeto di base è abbastanza semplice: un ex studente di medicina (nel senso che ha lasciato gli studi del corso di laurea), Victor Mancini, per pagare le spese mediche della madre, in cura in un ospedale privato, decide di arrotondare il suo misero stipendio da figurante in un parco storico morendo ogni sera in un ristorante differente. La sua idea è arrivare fino all'ultimo istante prima di morire soffocato nell'attesa che qualcuno dei clienti del ristorante arrivi a salvarlo, magari esprimendo la sua gratitudine negli anni a venire con aiuti economici.
Victor è esatamente quello che sembra: un giovane alla ricerca di una sua identità. D'altra parte crescere con una dona pazza e continuamente in fuga dalle autorità non è semplice, sopratutto se si considerano i reiterati tentativi di riprendersi il bambino. A questo c'è da aggiungersi la complicazione di essere un sessomaniaco, che gli procurerà un po' di problemi fisici nella fase centrale del romanzo, quella durante la quale crederà di essere il figlio di Gesù!
Lo si può considerare, forse anche più di Fight Club, un romanzo generazionale: uno dei moventi che sembrano muovere Victor nelle sue peregrinazioni è il desiderio di essere al centro dell'attenzione degli altri, che poi è anche uno dei sentimenti che lo stesso Victor utilizza per spillare quattrini dai suoi "eroi", costruendo una rete sociale non troppo dissimile dai social network del web 2.0. Sono, allora, i semi di una società in continua ricerca della propria identità, affamata di emozioni forti, che siano il sentirsi eroi o conquistatori di donne o il credere nell'esistenza di un grande complotto mondiale. Non sono casuali, in questo senso, le citazioni al Truman Show o a K-PAX, due film dove i protagonisti sono in qualche modo prigionieri e sotto controllo, ma alla ricerca di una loro libertà e identità. Ovviamente nel caso di Soffocare tutto ciò, portato all'interno della società moderna e sviluppato con lo stile dissacrante, distaccato e quasi poetico (nel senso del ritmo) di Palahniuk genera un racconto incalzante e sopra le righe.

giovedì 28 gennaio 2016

Il terrorista e il professore

Il 27 aprile 1981 [Ciro] Cirillo venne sequestrato dalle Brigate rosse a Torre del Greco. Il suo sequestro, durato 89 giorni, fu al centro di durissime polemiche: a differenza del sequestro Moro, infatti, lo Scudo Crociato optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai del tutto chiariti, che videro probabilmente anche la mediazione di Francesco Pazienza, faccendiere legato ai servizi segreti, e Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata: per quella vicenda l'ordinanza del giudice Alemi nel 1988 chiamò in causa anche Antonio Gava. Vent'anni dopo il suo sequestro, Cirillo concesse un'intervista al giornalista Giuseppe D'Avanzo in cui affermò d'aver scritto la verità sulla sua vicenda ma di volerla rendere nota solo dopo la sua morte; inoltre, disse che una volta tornato in libertà il suo partito gli chiese di farsi da parte e di ritirarsi dalla politica, cosa che egli fece seppur a malincuore.
In un'Italia dove le pentole sono state scoperchiate e tutto ormai sembra corrotto o corruttibile, l'idea raccontata ne Il terrorista e il professore che in qualche modo camorra e brigate rosse siano venuti a contatto, persino collaborando, non è stupefacente.
La vicenda, raccontata dal giornalista Vito Faenza, è semplice e veloce e racconta del rapporto praticamente di amicizia tra un capo camorrista e un brigatista, seppure non attivo sul campo, che si ritrovano in un presunto carcere di massima sicurezza. Al di là delle possibilità dei due di poter sfuggire alla sorveglianza, seppur per poco tempo, assume particolare interesse la descrizione di Faenza del rapporto tra i due personaggi principali del romanzo, a loro modo contemporaneamente traditori e traditi. I due protagonisti, infatti, si rivelano marionette, seppure di livello differente: nonostante una amicizia e un rispetto reali e reciproci, "il terrorista", e con lui le cellule del movimento, viene usato per scopi criminali, i quali però assumono risvolti politici a causa del coinvolgimento di strani "uomini in nero", si potrebbe dire.
La chiave di tutto diventa la consapevolezza del tradimento, dell'essere stati usati, la consapevolezza che il potere, quando vuole, può utilizzare gli ideali degli uomini, trasformarli a suo vantaggio.
La vicenda narrata, come ho successivamente scoperto, è fondamentalmente vera, partendo da un rapimento, quello del democristiano Ciro Cirillo, vicenda, per quel che è possibile, ricostruita e ottimamente inquadrata nel suo contesto storico da Emiliano Di Marco. Non aggiungo nient'altro se non che, quando un romanzo, per quanto presenti elementi fantastici, stimola all'approfondimento, allora è degno di lettura tanto quanto la vicenda che l'ha ispirato.

martedì 11 agosto 2015

Nella casa di vetro

L'iniziativa #ioleggoperché era volta a far scegliere sui social una serie di romanzi da successivamente stampare in un'apposita veste per la successiva diffusione gratuita. Un gioco la cui idea, al di là delle polemiche, era quella di diffondere il più possibile la lettura. Il libro di cui scrivo qui sotto fa parte di quell'iniziativa.
La struttura è abbastanza semplice: un racconto narrato in prima persona intervallato da digressioni in corsivo in terza persona come integrazioni al racconto principale.
Anche grazie a questa struttura, si comprende abbastanza presto, senza però che la cosa sia esplicita, che il narratore è morto. Non è esplicito e ogni tanto, soprattutto all'inizio, si resta col dubbio che forse non lo sia, o forse ci sono due narratori in prima persona, ma l'ambiguità non dura molto, e certo ben prima che l'autore ci racconti dell'incidente mortale. Ad aiutare questa ricostruzione sono sicuramente le digressioni in corsivo, tutte ambientate dopo il fatidico incidente, e stilisticamente molto più classiche rispetto al racconto leggero e a tratti lirico al limite del sognante del morto.
L'idea di Giuseppe Munforte, però, non è quella di raccontare la storia di una famiglia prima e dopo la morte di uno dei due genitori, o quanto meno non sembra questa, altrimenti le digressioni, che potevano essere un vero e proprio romanzo parallelo, sarebbero state molte di più e molto più corpose. In realtà è soprattutto un racconto sull'amore, quindi sulla vita e sul coraggio che ogni tanto serve per affrontarla. Un libro piccolo, veloce, che, se si riesce a sopravvivere alla prima decina di pagine, risulta anche una lettura piacevole.

domenica 18 gennaio 2015

L'isola dei segreti

Anne: Lo zero. E' un numero?
Jamie: Si e no. Puoi dire che lo è, perché lo usi come un numero all'interno di sistemi numerici. O almeno, lo usi nello stesso modo in cui usi i numeri. Per esempio, nel numero 507 lo zero si comporta come un numero. Significa che non ci sono decine nel numero, solo centinaia e unità. D'altro canto, dato che tutto il senso dello zero è che indica l'assenza di un numero, non può essere davvero uno di loro.
Ne La scacchiera di John Brunner, quando uno dei "pezzi" si rende conto di essere stato manipolato come un pezzo su una scacchiera, decide di ribellarsi al gioco, trasformandosi in una sorta di variabile impazzita. Più o meno è quello che succede in quasi tutti i romanzi distopici: c'è qualcuno che si rende conto della manipolazione che avviene dall'alto e decide di opporsi al sistema.
La destrutturazione televisiva di questa trama ha trasformato un soggetto dalla forte connotazione di critica sociale e socialista nel così detto filone dei reality show, la cui prima interpretazione è stata quella di chiudere un gruppo di persone a stretto contatto una con l'altra in una location limitante: ad esempio una casa o un'isola deserta.
E' quello che succede ai protagonisti di Bright Young Things di Scarlett Thomas, giunto in Italia con il titolo de L'isola dei segreti: Anne, Jamie, Thea, Bryn, Emily, Paul vengono selezionati con un annuncio per menti brillanti e spediti su un'isola deserta da un misterioso mecenate. I ragazzi scopriranno di essere stati selezionati come cavie di un non meglio specificato esperimento.
Posti di fronte al dilemma se provare a ricontattare il mondo esterno o restare su un'isola sostanzialmente autosufficiente, la risposta sarà forse scontata, ma non per questo meno appagante.
Scarlett Thomas, in questo caso, si concentra su una tematica molto da reality, in un percorso che trae ispirazione anche dal classico Il signore delle mosche di William Golding. In questo caso, però, i giovani naufraghi troveranno anche le motivazioni per collaborare tra loro, nonostante le divergenze di carattere, mentre la scrittrice potrà mostrare le sue abilità nella gestione di un gruppo variegato di personaggi.
Esistono, poi, almeno due ulteriori tematiche oltre al gioco letterario/sociale delle interazioni: innanzitutto una lettura politica, essendo ognuno dei protagonisti un qualche tipo di reietto, di alienato dalla società, una "mente brillante" che, staccandosi dal controllo statale, può costruire nella realtà una società utopistica autosufficiente; e infine una tematica religiosa, che va in sottotraccia (e che la Thomas ripescherà rendendola quasi centrale Il nostro tragico universo), che può essere condensata nella citazione qui sotto:
Anne: Se il contrario di qualcosa è il suo opposto assoluto, tipo la sua immagine allo specchio o una cosa del genere, allora il contrario di uno deve essere meno uno. Lo zero si trova giusto tra i due e da significato a entrambi. Perciò credo che zero non sia un numero. Credo che lo zero sia Dio.

Traduzione di Massimo Bocchiola

mercoledì 22 gennaio 2014

Fiesta

1926. Parigi. Tra un ristorante e una balera, tra la compagnia di una ragazza incontrata a un caffè e un gruppo di amici, tra giorni che passano con il lavoro e notti in compagnia di una donna che sta aspettando l'arrivo del suo futuro marito dall'Inghilterra: passa così la vita di Jake Burns, giornalista e, probabilmente, alter ego di Hemingway, in uno dei primi romanzi del grande scrittore statunitense.
Esce uno spaccato della società europea, tra Francia e Spagna, del periodo tra le due guerre mondiali. Luci, balli, alcol, feste fino a tardi, rapporti al limite del legale (per l'epoca) dove sono le donne a comandare, in particolare Bret, innamorata di Jake, ma che non riesce a fermarsi per lui. E' un romanzo indubbiamente urbano, Fiesta, ma l'Hemingway degli spazi aperti e solitari, della vita semplice e a contatto con la natura esce fuori nella parte spagnola, quando c'e' da raccontare della pesca in riva al fiume: e sembra quasi di essere lì, tra i flutti dell'acqua che colpiscono i sassi, e i pesci che vengono gettati nel cesto mentre ancora si dibattono, e l'odore della loro carne mentre viene cotta al fuoco.
Poi però la fiesta finisce, e si torna, con calma, verso casa, in Francia, ed ecco uno dei passaggi più significativi:
Non puoi mai sapere se un cameriere spagnolo ti dirà grazie. Ma in Francia ogni cosa ha chiaramente una base finanziari. E' il paese dove è più semplice vivere. Nessuno complica le cose diventando amico tuo per qualche oscura ragione. Se vuoi essere simpatico alla gente, devi soltanto spendere un po' di soldi. Io spesi un po' di soldi e il cameriere mi prese in simpatia. Apprezzò le mie nobili qualità. Sarebbe stato felice di rivedermi e mi avrebbe voluto a uno dei suoi tavoli. E la sua simpatia sarebbe stata sincera perché avrebbe avuto una base solida. Ero di nuovo in Francia.(1)
Sembra quasi che Hemingway preferisca i rapporti basati sul denaro, ritenendoli più sinceri. E forse era una posizione condivisa da molti, quella che per certi versi e' diventata importante anche oggi.
Nell'anno del centenario dell'inizio della Grande Guerra, forse ragionare su quel periodo può essere utile, e Fiesta ne è un piccolo spaccato, con il pregio di essere raccontato da un grande della letteratura mondiale.
(1) Traduzione di Ettore Capriolo

domenica 29 dicembre 2013

Generazioni ribelli

Lady Susan Il ballo
Il rapporto genitori-figli è, anche nel caso più semplice, piuttosto complicato, e per molti motivi, soprattutto con i primogeniti o i figli unici: in fondo con loro si sperimenta cosa vuol dire essere genitori, mentre i figli muovono da... figli i primi passi nel mondo. Ci sono poi alcune situazioni particolari, quasi al limite, che gli scrittori utilizzano per raccontare la società, con i suoi difetti e le sue ipocrisie. Proprio sui figli si centrano tre libri interessanti, ambientati in tre epoche differenti ma vicine una all'altra.
Lady Susan, di Jane Austen, è ambientato nell'Inghilterra vittoriana, in un mondo fatto di pettegolezzi e ipocrisie, dove sovente si "parla alle spalle", mentre in faccia ci si nasconde dietro una falsa educazione. Personaggio emblematico di questa società è Lady Susan, la protagonista di questo divertente e ironico romanzo epistolare della geniale scrittrice britannica (se possibile innamorarsi al primo colpo di uno scrittore, questo a me è successo con la Austen, di cui spero di recuperare presto altri romanzi), che cerca in ogni modo di piegare la figlia al proprio volere, che sarebbe poi quello di darla in moglie a un ricco partito, in modo da tenerla lontana per poter lei avere la possibilità di continuare le sue tresche amorose con tranquillità e senza troppo badare alle malelingue.
L'aspetto divertente di questa guerra di nervi, con da una parte Susan e dall'altra la figlia, protetta dalla famiglia del padre, morto in guerra, è la visione doppia di molti degli eventi narrati, raccontati ora da un punto di vista, ora dall'altro, in un gioco complicato che coinvolge l'amore e per certi versi il possesso e il controllo sul destino degli altri.
E proprio sul controllo sul destino della propria figlia si gioca Il ballo della Nemirowsky, dove una coppia di ricchi borghesi organizza un ricco ballo per invitare i nobili della città e ottenere la loro accettazione. In un certo senso è una sorta di ballo delle debuttanti, solo che non per la giovane figlia, Antoinette, che sarebbe anche in età da debutto, ma per la coppia stessa. E proprio questo desiderio di accettazione, questa voglia di salire lungo la scala sociale, di aprirsi, per la madre, la strada verso giovani amanti con cui divertirsi e poi gettare senza alcuna concorrenza, che spinge la donna a tenere lontana la figlia dal ballo stesso. Ed ecco la reazione, la conclusione quasi ironica e molto vendicativa, con la giovane ragazza, timida, arrabbiata con la madre e con quel mondo che non riesce a raggiungere, che invece di spedire gli inviti, li distrugge e li getta, gettando al vento le ambizioni della madre in un gesto che quasi vorrebbe essere catartico per un'intera generazione.
Ma che forse non lo è poi così tanto...
In effetti i giovani succede che vengano sconfitti dai propri genitori, schiacciati soprattutto dalla loro inadeguatezza. E' il caso di Paul, un adolescente che all'improvviso si ritrova a vivere con un padre violento che sembra incolparlo della morte della madre, travolta da una lunga e dolorosa malattia. L'unica possibilità per il ragazzo è quella di fuggire, diventando uno dei tanti abitatori della strada. Inevitabilmente verrà ripreso dalla polizia, ma non tornerà col padre, finendo nelle così dette case famiglia. Grazie a Paul, quindi, Stephen Elliott può mostrarci uno dei molti aspetti della società americana, forse uno dei più dolorosi, visto che coinvolge le giovani generazioni. Con una narrazione cruda e realistica, la storia di Paul si dipana tra amici strani e storie da strada, tra fughe e tentativi di riscatto.
E' un romanzo sporco, Una vita senza conseguenze, che, come i precedenti, ha il pregio di sottolineare i difetti, o almeno alcuni dei difetti della società in questo caso moderna e, come gli altri romanzi, quello di raccontare in un modo diverso il sempre irrisolto conflitto generazionale.

sabato 17 agosto 2013

Ritratti: Cesarea Tinaiero

2 novembre 1975:
Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Naturalmente, ho accettato. Non c'è stata cerimonia di iniziazione. Meglio così.
(dal diario di Juan Garcìa Madero, poeta)
Verso la metà degli anni Settanta del XX secolo un gruppo di giovani poeti latinoamericani guidati da Arturo Belano e Ulises Lima, iniziano a sviluppare un movimento poetico d'avanguardia che si autodetermina come realismo viscerale, trovando ispirazione da un movimento poetico non dissimile fondato negli anni Venti del XX secolo dalla poetessa Cesarea Tinaiero attorno alla rivista Caborca, della quale è uscito un unico numero, il primo.
Cesarea, nata a Città del Messico e diplomata in stenografia, era la segretaria personale del generale Diego Carvajal e quindi unica donna ammessa nell'edificio dell'esercito. Furono certamente la protezione e il mecenatismo di Carvajal, amico degli stridentisti ma con ben scarse conoscenze di letteratura, nonostante la passione verso questa forma d'arte in particolare, che le permisero di mettere in piedi un gruppo di poeti d'avanguardia e raccoglierli intorno a Caborca e al realismo viscerale.
In effetti questa prima versione del realismo viscerale è da considerarsi una sorta di variazione sullo stridentismo, che vedeva in Manuel il suo motore principale: fu infatti lui a proporre la protezione di Carvajal. E così intorno all'ufficio di Carvajal, piccolo di statura e magrolino, un "rivoluzionario vero", secondo Salvatierra, morto per proteggere la sua amante dagli assassini mandati per ucciderlo nella casa chiusa dove si trovava, nacque il gruppo degli stridentisti, che critici successivi identificò come realvisceralisti dopo l'ingresso di Cesarea. Del gruppo faceva parte anche Encarnaciòn Guzmán, amica di Cesarea, ma ritenuta come poetessa non all'altezza non solo di Cesarea stessa, ma anche degli altri componenti del movimento.
Encarnacion lavorava come commessa in un negozio di abbigliamento di Ninò Perdido e conobbe Cesarea all'uscita dal cinema, dopo aver visto un film molto probabilmente triste, poiché entrambe erano uscite piangendo. La cosa curiosa fu che le due, una volta che si furono guardate negli occhi, si misero a ridere, e da questo episodio nacque la loro amicizia. Erano, però, due donne molto diverse, e forse fu per questo che divennero amiche più facilmente: Cesarea, nonostante non fosse una persona ricca, aveva un carattere forte e sapeva perfettamente ciò che voleva; Encarnacion, invece, era molto carina e sempre ben vestita, ma con un carattere fragile e insicuro. Uno dei suoi tratti distintivi era, poi, la voce, terribile, paragonata a un fischio fastidioso.
Dice di lei Amadeo Salvatierra:
Se fosse stata muta, credo che più d'uno si sarebbe innamorato di lei, ma con quella voce era impossibile. Per il resto, mancava di talento.

mercoledì 31 luglio 2013

Porno chimica: cianuro

Alcuni dei contenuti qui riportati potrebbero urtare la sensibilità di chi legge. Le informazioni hanno solo un fine illustrativo. Copiare senza pensare da Wikipedia può inserire nel vostro blog o sito del materiale discutibile: leggere le wiki avvertenze!
More about Gang bang
Cassie Wright, che vi ammicca dalla copertina qui a fianco, è una pornattrice, che per l'abbandono all'attività ha deciso di entrare nel guinness dei primati con la più grande Gang Bang della storia (dove per gang bang si intende qualcosa del genere). In realtà, in un intreccio complicato tra amanti, figli presunti che si emozionano e figli veri che non si presentano, la nostra Cassie ha intenzione di abbandonare l'attività nel modo più spettacolare possibile: suicidarsi sul set insieme con il suo compagno preferito. La scelta cade sul cianuro di potassio, quello che nei romanzi gialli lascia sempre un leggero odore di mandorle e che viene così raccontato da Chuck Palahniuk nelle battute conclusive di Snuff, titolo originale del romanzo, che ovviamente si riferisce agli snuff movie (che poi l'ultimo film di Cassie si stava trasformando in qualcosa del genere):
Cianuro di potassio. In natura si trova nella radice di cassava, o manioca, una pianta africana. Viene usato per stampare le cosiddette cianografie, sotto forma di un pigmento blu intenso noto come blu di Prussia. Di qui il cosiddetto color "ciano".
Da qui il termine "cianosi", usato per descrivere la sfumatura azzurrina che assume la pelle di chi subisce un avvelenamento da cianuro. Morte. Istantanea, certa e per sempre.
Se delle cianografie ho più o meno scritto in un paio di occasioni (nel caso del ritratto dedicato ad Anna Atkins o del libro Marie & Pierre Curie, A Tale of Love and Fallout di Lauren Redniss), in questo caso provo a raccontarvi un paio di cose sul cianuro di potassio: questi è un composto inorganico (formula chimica $KCN$), dall'apparenza simile allo zucchero e solubile in acqua. Viene usato soprattutto nelle estrazioni minerarie, nelle sintesi organiche e nella galvanotecnica.

martedì 25 giugno 2013

Chi ha ucciso...?

Abbassiamo un po' il livello del blog e parliamo di questo libricino, un piccolo romanzo dal titolo ambiguo ma non troppo.
Premetto che non condivido i metodi che vengono suggeriti nel romanzo per risolvere alcune situazioni italiane poco piacevoli ma purtroppo reali, però lo trovo un bel libro, un romanzo non troppo impegnativo e anche interessante. 
Un libro scritto da un ragazzo italiano (quando posso preferisco 'aiutare' anche miei connazionali, non solo autori stranieri), si lascia leggere facilmente, ma dal quale non prenderei molte ispirazioni. Le soluzioni ci sono, diverse e meno violente (e pericolose) da quelle suggerite e attuate nel romanzo!


sabato 7 aprile 2012

Palazzo Yacoubian

More about Palazzo Yacoubian 'Ala al-Aswani è un dentista egiziano che, da un certo momento in poi, ha deciso di raccontare l'Egitto e la sua politica. Lo fa sui quotidiani e le riviste della sua nazione e anche con la sua attività di scrittore. In particolare questo Palazzo Yacoubian sembra chiarire non poco la situazione dell'Egitto pre-rivoluzione, quella della primavera 2011.
La storia si svolge all'interno e intorno al Palazzo Yacoubian del titolo: i protagonisti sono un vecchio gigolò, legato all'Egitto pre-rivoluzione (quella che portò la democrazia in Egitto), Zaki bey al-Dusuqi, e rimasto col cuore a Parigi, dove ha soggiornato in gioventù per diversi anni; Taha, un giovane idealista che vuole entrare nella polizia egiziana, e la sua fidanzata, Buthayna, anch'essa altrettanto idealista fino a che non deve fare i conti con la morte del padre e la necessità di portare denaro in casa; Hatim Rashid, giornalista omosessuale che era riuscito a raggiungere un ottimo successo nonostante non nascondesse le sue inclinazioni sessuali soprattutto perché aveva deciso di distinguere tra il privato e il lavoro; Mohammad 'Azzam, un imprenditore padrone di molte delle attività presenti in via Suleyman, la via su cui si affaccia il palazzo, che un giorno si sveglia, egli sessantenne, con le voglie di un trentenne e con l'idea, in testa, di entrare in politica.
Ognuno dei protagonisti (anche quelli non citati) vedrà, per molti motivi, la sua vita rivoluzionata, e si influenzeranno a vicenda in modi a volte leggeri e impercettibili, in altre più evidenti, in un microcosmo in cui alla fine si potrà dire che ognuno ha ottenuto ciò che cercava. D'altra parte ognuno dei protagonisti, nelle mani di al-Aswani, rappresenta non solo un personaggio, ma anche un modo per raccontare l'Egitto, la diffidenza rispetto ai costumi occidentali, nonostante le aperture, o ancora meglio la chiusura intorno alle proprie tradizioni (vedi la storia di Zaki nel suo complesso e in parte anche quella di Rashid); per raccontare la corruzione, che certo è tipica delle democrazie, ma che in Egitto stava raggiungendo livelli incredibili (criminali, in un certo senso: vedi in questo caso come Azzam è riuscito a farsi eleggere); per raccontare delle prevaricazioni dell'uomo sulla donna, di come quest'ultima è regina fino a che fa comodo, fino a che segue le indicazioni dell'uomo (vedi in questo caso il trattamento che Azzam ha riservato alla sua seconda moglie, trattata tra l'altro come un'amante, nonostante sia stata regolarmente sposata); per raccontare dei compromessi che le donne stesse devono fare per poter sopravvivere, siano esse esplicitamente filo-occidentali o meno (e questo lo si capisce dal dialogo che ad un certo punto Buthayna ha con la madre, con la figlia vestita all'Occidentale); per raccontare del percorso che può portare un ragazzo idealista come Taha, che voleva entrare nella polizia, corrotta abbastanza da tenerlo fuori perché figlio di un portiere, a diventare un terrorista, a pensare che questo fosse l'unico modo per cambiare un Egitto corrotto.
In un certo senso ognuno dei protagonisti del romanzo lancia una sfida all'Egitto, e ognuno di loro esce in parte sconfitto, se vogliamo. C'è chi paga con la vita, chi con delle semplici botte, ma la conclusione, con quel matrimonio apparentemente strano tra Zaki, un uomo che in fondo ama profondamente le donne e per questo fuori posto in un Egitto tradizionalista, e Buthayna, sembra un sogno di speranza, un modo per indicare la via al giovane Egitto, guidato da tutto ciò che di buono ha imparato il vecchio Egitto.
E' un bel romanzo, raccontato con bravura, la storia di un palazzo e delle persone che lo vivono ogni giorno, una storia raccontata con la stessa sensibilità de Il palazzo di Eisner. Un romanzo che consiglio caldamente di leggere.

venerdì 12 agosto 2011

Codex

More about CodexE' stato un libro molto difficile da concludere; ho impiegato troppo tempo per finirlo e questo può aver influito sul giudizio finale, o può già di per se raccontare più di tutte le parole che seguono. Sto parlando di Codex di Lev Grossman, considerato un bestseller. Il libro, in effetti, promette molto bene, proponendo, almeno così raccontato nella quarta di copertina, un parallelo tra un codice medioevale e un videogioco. Il codice medioevale c'è, è un antico testo, A viage to the contree of the cimmerians, una sorta di romanzo fantastico o fantasy spacciato per romanzo medioevale, che nel corso del romanzo di Grossman si suppone possa essere attribuibile a tale Gervase di Langford, che a quanto sembra ha un legame con una coppia di nobili britannici che hanno assoldato il giovane protagonista per catalogare la loro biblioteca. E' un romanzo fondamentalmente assurdo, dove i punti di maggiore interesse sono quelli in cui si racconta del Viage o in cui entrano i libri, o nella breve spiegazione sulla steganografia. Non è pesante, né poi così brutto, ma ci sono molti momenti in cui non succede veramente nulla, retto da un protagonista che viene descritto come un genio che ha perso tutto il suo talento, a parte quello finanziario che non gli servirà a nulla nel corso della storia, che in effetti si trova al centro di un intrigo familiare la cui estensione non viene del tutto chiarita, anche se da alcuni indizi il lettore può intuirne i contorni. Un libro da acquistare e leggere solo se proprio non avete altre alternative a disposizione. P.S.: Sembra che non sia stato l'unico a restare deluso dal romanzo.

lunedì 21 gennaio 2008

Mr.Vertigo

Passando sopra e sotto la metropolitana, tra viaggi in treno e passeggiate a piedi, ascoltando i Dream Theater o gli Ayeron per riprendersi, ho letto un bel romanzo di Paul Auster, Mr.Vertigo.
Un po' City, un po' Questa storia, entrambi di Baricco, Mr.Vertigo racconta le avventure di un orfano che ha la fortuna di incontrare un maestro levitatore che gli insegnerà l'arte della levitazione e gli lascerà, insieme a tutte le persone che Walt, il protagonista e voce narrante, incontra nella sua vita, il modo migliore di vivere la sua, di vita, soprattutto da quando non potrà più solcare i cieli a causa di terribili mal di testa.
Così come in City, anche in Mr.Vertigo c'è un bambino geniale, in questo caso un Bambino Prodigio, che fa però dello spettacolo, e non dell'intelligenza, la chiave per aprire il mondo. E come in Questa storia, Walt attraversa settanta anni della storia statunitense, dal proibizionismo fino agli anni novanta, passando per l'era dei gangster, delle scommesse illegali, degli idoli del baseball, vivendo (o subendo) la trasformazione della società, sempre più frenetica e conservatrice. Tanto che Walt rinuncia al suo proposito di addestrare il figlio della sua governante:
Il problema però sono quei trentatré scalini. Un conto è dire a Yolanda che posso insegnare a suo figlio a volare, ma una volta superato quell'ostacolo, come la mettiamo? Fa male persino pensarci. Io ci sono passato, ho provato tutto quel tormento, la tortura, e come potrei sopportare di infliggerli a un altro? Non ne nascono più di uomini come Maestro Yehudi, e nemmeno di ragazzini come me: stupidi, permalosi e testardi. Era tutto diverso, e quello che il maestro e io facevamo allora, oggi non sarebbe più possibile. La gente non ci starebbe più. Chiamerebbero la polizia, scriverebbero alle autorità, consulterebbero il medico di famiglia. Non abbiamo più la scorza dura di un tempo, e forse il mondo di adesso è migliore proprio per questo, chi lo sa. Quel che so io è che non si può avere niente in cambio di niente, e quanto più alta è la richiesta, tanto più alto sarà anche il prezzo da pagare.
(trad. Susanna Basso)
Come si può non essere d'accordo? Insomma il romanzo è bello e vale la pena leggerlo!

domenica 29 agosto 2004

La storia di Demon e Devi

La storia di Demon e Devi è un allucinante viaggio, raccontato con una prosa altrettanto allucinante, all'interno di tutto ciò che di abominevole e abbietto può nascondersi in un animo umano, quando questo si lascia catturare dalle droghe. In questo caso dal Luminal, che è anche il titolo del romanzo di Isabella Santacroce.
Il viaggio di queste due ragazze, che inizia in Svizzera per finire in Germania, è un percorso ad ostacoli, con un avvicinarsi sempre di più alla violenza. Intervallato dai flashback di Demon, la narratrice, è una storia dura da digerire, sia per la storia senza possibilità di ritorno, sia per la prosa: uno stile allucinato che cerca di rendere evidente come l'uso continuo del luminal ha ridotto le due ragazze. Infatti, ad un certo punto, Demon smette di prendere il luminal. E' solo un attimo, ma in quell'attimo il racconto assume quella coerenza che ha il racconto di qualsiasi altra persona normale. Ma è solo un attimo, e poi si ritorna di nuovo alla solita normalità: quella di Demon e Devi.

sabato 31 gennaio 2004

Lieve come seta

Ci sono alcune giornate particolari, in cui il vento soffia leggero e lieve e ti accarezza la faccia, facendosi sentire, ma al tempo stesso senza sembrare veramente presente.
Ci sono giornate in cui il soffio del vento sembra proteggerti, cercarti dentro come se volesse carpire i tuoi più intimi segreti, in cui il suo tocco lieve ti riporta alla mente un tessuto lieve, leggero al tatto, trasparente alla vista, quasi come fosse niente.
E ci sono giorni in cui ti sembra che la tua vita scorra così, senza altro motivo se non quello di portarti avanti, senza foga, con la calma di un luogo lontano e sconosciuto. Giorni in cui anche una pericolosissima impresa può sembrare la cosa più naturale e lieve del mondo.

Ci sono giorni in cui ti puoi imbattere, così senza preavviso, in storie che, come la tua, sono lievi come la... Seta.