Stomachion

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venerdì 15 maggio 2020

Un epico principio olografico

Gli Epica hanno mischiato un po' diversi sottogeneri del metal. Pur avendo una forte impronta symphonic, come giusto che sia con una cantante del calibro di Simone Simons, hanno sempre avuto una forte componente gothic e death che mescolava un po' le carte.
Poi arrivarono The Quantum Enigma e, soprattutto, The Holographic Principle, che hanno decisamente alzato l'asticella dal punto di vista sinfonico e operistico. E come intuibile oggi mi voglio concentrare sulla title track dell'album uscito il 30 settembre del 2016, il settimo della loro produzione.
Virtuale come la realtà
L'idea dietro l'album è semplice nella sua ambiguità: parte infatti dalla constatazione che la realtà virtuale permette alle persone di costruire una propria realtà personale. E quindi se, nonostante tutto, la realtà che ci circonda non sia, in fondo, una sorta di ologramma:
We don't know how we can
Decode this anagram
We have lost our true selves
Within this hologram
E' a questo punto che parte la sfida a tutti noi, quella di rompere quello stesso giocattolo che in qualche modo abbiamo costruito:
Our soul is lost
We challenge illusions
Created by us all
E allora è chiaro il senso di quell'abbraccia il principio olografico (Now embrace the Holographic Principle): un invito a costruire il proprio mondo, la propria visione della realtà e della vita. Un invito a spostare il timone, come ben detto con il primo verso della prima stanza, tutta in latino:
Discemus gubernaculum esse movendum
Quod verum putaver am esse particulam
Pro viribus agendum est
Vim totam adhibebimus
Ad haec nos paremus
Dal punto di vista scientifico, invece, il principio olografico ha una sua collocazione ben precisa: è un modello cosmologico nato all'interno del più ampio paradigma delle teorie delle stringhe. Ed è proprio quello che nel seguito provero a (ri)raccontarvi.

lunedì 6 febbraio 2017

In principio era l’ologramma. Forse!


Espansione metrica dell'universo
Possiamo considerarci un po' come i ciechi della storiella zen che cercano di dedurre, semplicemente toccandolo, la forma di un elefante. A differenza dei ciechi, però, i nostri occhi funzionano molto bene ma, soprattutto, abbiamo a disposizione una serie di strumenti sofisticati tra telescopi e satelliti, che ci permettono di raccogliere dati sull'universo. Il problema, però, è che non solo l'universo è in evoluzione (molto probabilmente la sua espansione sta proseguendo di moto accelerato), ma ciò che vediamo rappresenta l'universo com'era e non come è.
Queste difficoltà, però, una volta comprese costituiscono punti di partenza utili per tracciare delle linee di indagine, avanzare ipotesi, immaginare possibili strumenti da costruire.
L'alfabeto
La storia del nostro universo inizia con il Big Bang, o meglio con la teoria che ipotizza che tutta la materia contenuta nell'universo fosse concentrata in un unico punto, per poi espandersi successivamente a seguito di una perturbazione all’interno di questo plasma primordiale altamente denso e concentrato.
Non sto qui a ripetere la storia del modello, che parte con Georges Lemaître e le osservazioni di Edwin Hubble sull'espansione dell'universo. Il modello che emerse dalle discussioni accademiche era abbastanza semplice (almeno da spiegare): se l'universo si espande, deve esserci stato indietro nel tempo un istante iniziale quando tutta la materia era concentrata in un unico punto dello spaziotempo. Poi l'espansione.
Da qui, però, la necessità di introdurre un processo di nucleosintesi in grado di spiegare la presenza degli atomi della tavola periodica. A rispondere a ciò ci pensa l'articolo $\alpha \beta \gamma$(1), così denominato dai suoi tre autori Ralph Alpher, Hans Bethe e George Gamow, in rigoroso ordine di firma.