Stomachion

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giovedì 4 aprile 2013

Nessun dove

Nessun dove
Esiste una Londra di sotto dove improvvisamente Richard Mayhew verrà catapultato all'improvviso nel momento in cui deciderà di compiere un gesto gentile: soccorrere una sua abitante, la giovane Porta, ultima figlia di una stirpe di apritori di varchi e porte sterminata per un motivo apparentemente non molto chiaro.
Con una vicenda al solito appassionante e al tempo stesso ironica Neil Gaiman ci catapulta nel suo fantasy urbano, un miscuglio tra le influenze del mondo moderno e le leggende della tradizione favolistica britannica e occidentale, dove un povero londinese del III millennio intraprenderà un viaggio alla ricerca del suo posto nel mondo. E quale sia questo mondo non è così scontato come sembra!

sabato 5 gennaio 2013

I mondi fantastici di Civiello e Mosdi

Probabilmente Emmanuel Civiello è uno dei più grandi illustratori fantasy al mondo. Quando i suoi disegni esplodono a tutta pagina, è un piacere perdersi nei dettagli del tratto e nella ricchezza del colore. Le sue creature fantastiche, poi, sono perfettamente plausibili, i guerrieri sprigionano forza e potenza, le donne bellezza e sensualità. Folletti ed esseri di questa stazza risultano alla fine inevitabilmente simpatici. Almeno fino a che all'osservazione con i soli occhi non si aggiunge la lettura dei dialoghi di Thomas Mosdi, apprezzato sceneggiatore transalpino del fantastico.
L'incontro tra i due autori fantasy, con il senno di poi, non poteva che essere inevitabile e ha prodotto ben due tetralogie, Il seme della follia, dove Civiello collabora anche ai testi, e Korrigan. Per quanto quest'ultima sia, come opera successiva, molto più matura e tecnicamente più valida sia dal punto di vista delle illustrazioni, sia dal punto di vista dei testi, Il seme della follia è invece una storia molto più ricca e interessante e molto meno banale di quel che potrebbe sembrare.
More about Il seme della follia
Rispetto a Korrigan, che è un fantasy classico, come vedremo, Il seme della follia è una interessante combinazione tra le storie sulle fate e alcune opere fondamentali del fantastico. L'inizio è cupo e violento, con l'invasione da parte delle truppe di un ancora sconosciuto nemico nelle terre delle fate. Il popolo di Faerie è quindi costretto a fuggire e tutti si rivolgono alla regina delle fate, l'unica speranza per un mondo morente, proprio come ne La storia infinita la regina bambina lo è di Fantasia. Purtroppo la regina delle fate muore e lì dove sorgeva il suo castello sorge un albero immenso e contorto: la sua tomba.
I pochi poteri rimastili, però, le consentono di assegnare la classica cerca a Igguk Plitchwook: l'elfo alchimista, anche se controvoglia, dovrà trovare il Cuore di Cristallo, un oggetto che dovrebbe salvare Faerie. E il folletto inizia così un viaggio lungo il regno insieme a una scalcinata compagnia che, affrontando pericoli sopra e anche sotto la terra, lo porterà all'assalto finale al castello del crudele avversario, Oberon, il primo marito della regina delle fate. E con la regina, riportata in vita grazie alla sua cerca, Igguk avrà un dialogo che nei contenuti non è troppo diverso da quello che hanno Sebastian e la regina bambina di Fantasia di fronte all'ultima scintilla di vita del regno.
Purtroppo la sconfitta di Faerie è inevitabile: la guerra si gioca, letteralmente, tra Oberon e il re delle fate su Faerie e tra un giovane monaco e Merlino sulla Terra. Ognuno dei quattro personaggi è una rappresentazione o manifestazione del suo corrispettivo su ciascun mondo, e i due avversarì così giocano due partite che in realtà sono una al gioco più famoso del mondo: gli scacchi. La sfida immortale da cui Mosdi e Civiello traggono ispirazione è la partita a scacchi immortalata da Bergmann ne Il settimo sigillo, e lo dimostrano l'iconografia utilizzata e l'inevitabile sconfitta di Merlino. E il mago del ciclo arturiano è, insieme al suo avversario, una rappresentazione simbolica del passaggio dal mondo druidico a quello cristiano, un passaggio non certo incruento.
Approfondire dal punto di vista storico questo passaggio non è certo semplice, quindi mi limiterò a raccontare brevemente il probabile simbolismo che potrebbe essere alla base della scelta degli autori nell'utilizzo del personaggio. Secondo la tradizione cattolica, Merlino ha dei natali demoniaci e quindi, rappresentando egli la tradizione druidica della Gran Bretagna, diventa un facile mezzo per demonizzare quella stessa tradizione. Al tempo stesso, però, Merlino è anche l'artefice della salita al trono di Artù, un simbolo troppo potente e radicato per essere cancellato così facilmente. E infatti questa parte non viene distrutta, ma anzi esaltata, grazie ai valori della cavalleria. Non a caso, come ben scrive Tolkien nel saggio che accompagna la sua riedizione de Il cavaliere verde, molti dei miti della tavola rotonda sono di ispirazione cristiana. La presenza di Merlino in questi miti è dunque un simbolo per suggerire come il mago, abbandonata una fede errata, ha giustamente abbracciato una nuova e più giusta tradizione.
In poche parole Merlino è diventato il simbolo del passaggio dal druidismo al cristianesimo (o cattolicesimo) e dell'accettazione di una tradizione nuova giunta nell'indomito regno di Gran Bretagna. Il ruolo di Merlino sembra essere lo stesso, nonostante la sconfitta finale. Anche perché l'ultima scintilla di vita di Faerie, il seme della follia, continua a brillare nella mano del mago morente, così come l'ultima scintilla di Fantasia brillava nelle mani di Sebastian prima di iniziare a ricostruire il fantastico mondo.
More about Korrigan - L'integrale
Di diverso impianto è invece Korrigan. Innanzitutto è un'opera tecnicamente più valida, non solo per i disegni, ma soprattutto per i dialoghi. Laddove Il seme della follia presentava dialoghi troppo moderni e brillanti, piuttosto piatti per il contesto fantasy della storia, qui la prosa di Mosdi raggiunge in alcuni punti toni da epica classica. La trama è classica ed è una abbastanza evidente variazione su quella de Il signore degli anelli. Balor, signore dei Fomori, è stato rinchiuso nella sua fortezza all'interno del mondo degli dei del tempo degli eroi e delle fatate creature dai suoi più acerrimi avversari, i Tuatha De Danann. Questi, come gli Ainur, vivono in una terra separata e lontana dalle altre, raggiungibile solo via mare, ma l'arrivo di Luaine, accompagnata da due folletti del clan dei Korrigan, Emer ed Eolas, riuscirà ad ottenere il loro aiuto contro Balor per liberare la madre, diventata l'inconsapevole mezzo del cattivo per liberarsi dalla sua magica prigione, e il nonno, rinchiuso nelle segrete del castello incantato.
In effetti ad aiutare Luaine nell'attacco finale scenderà in campo anche una sorta di Aragorn, il cavaliere dei Tuatha, messer Arianrod cui nel momento decisivo si uniranno anche Medh Maeb, figlia dello stupro di Balor su una Tuatha, e l'entità marina dai mistici poteri Shassurrah, imprigionata e torturata dai Fomori ma liberata proprio grazie a Luaine. Interessante, poi, notare come, nonostante tutto il potere magico dei Tuatha, per rinchiudere Balor questi esseri potenti sono stati costretti a ricorrere alla magia dei druidi della Terra, e questo è stato al tempo stesso il motivo del successo iniziale ma anche il punto debole intorno cui è ruotato il piano di Balor, rapire gli umani nella notte di Samain, e quindi l'intera storia di Mosdi e Civiello.
Alla fine Korrigan è un fantasy classico, con molti punti di collegamento con il romanzo principe del genere, Il signore deigli anelli, e con tutta l'opera e la mitologia sviluppata da Tolkien. Supportato dalle splendide illustrazioni di Civiello, Mosdi ha anche dimostrato in questo caso un'ottima conoscenza del linguaggio del genere, sfruttandolo appieno, senza le imprecisioni e le imperfezioni de Il seme della follia, e questo, visto che nella trama la loro prima tertralogia è molto più interessante, lascia un po' l'amaro in bocca. Ad ogni modo alcuni dettagli (innanzitutto il rito che ha permesso a Balor di ottenere la conoscenza sulla natura della magia umana) lasciano la vicenda leggermente aperta, quindi non sarebbe così incredibile leggere delle nuove avventure di Luaine in futuro.

giovedì 3 gennaio 2013

Il figlio del cimitero

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Una delle principali caratteristiche di Neil Gaiman è quella di essere un autore capace di scrivere con la stessa semplicità sia per adulti sia per ragazzi, e anche le storie per ragazzi non sono mai realmente banali, ma sempre godibili e gradevoli. Sarà forse per le tematiche che affronta, il gotico e il fantasy, così tipiche anche del suo Sandman,ma si può tranquillamente affermare che Gaiman non tradisce mai le attese.
Come già Coraline, anche Il figlio del cimitero si avvale delle illustrazioni di Dave McKean e ha per protagonista un ragazzino, rimasto orfano appena nato a causa di un efferato omicidio avvenuto in casa sua, e fortunatamente sopravvissuto dopo essere finito, forse per caso, nel cimitero vicino alla sua abitazione. E' qui che Bod Owens cresce, a contatto con gli abitanti del cimitero, un gruppo di simpatici fantasmi, e con un vampiro come tutore. Le sue avventure, di cui un capitolo era stato anticipato, pubblicato nella raccolta Il cimitero senza lapidi, sono un intelligente alternarsi tra il mondo cimiteriale in cui cresce, un mondo che cerca di proteggerlo dall'uomo che vuole ucciderlo, e il crescente interesse di Bod verso il mondo esterno, fino a che, nella inevitabile conclusione (nel senso che è inevitabile che prima o poi un figlio cerchi una sua strada lontano dai genitori) non venga alla fine risolto il mistero dell'assassino e del complotto dietro la morte dei suoi genitori.
Per un romanzo che si può tranquillamente far leggere a un bambino, la ricchezza di spunti provenienti dalle classiche leggende britanniche e il modo leggero di trattare le atmosfere gotiche dell'ambientazione scelta da Gaiman rendono il libro perfetto per ogni età, un po' come lo stesso autore.

mercoledì 2 gennaio 2013

American Gods

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Gli esseri umani si sono da sempre interrogati sul soprannaturale, su trascendente, sul divino. E in un certo senso American Gods di Neil Gaiman è qualcosa del genere: un viaggio nel mondo delle divinità. Lo scrittore britannico, noto soprattutto come sceneggiatore di quel capolavoro che è il Sandman degli anni Novanta del XX secolo, ha, per il suo viaggio, una premessa di fondo importante: le sue divinità sono entità ideate dal cuore degli uomini e che dalla loro fede traggono il potere. Questa premessa, importante, aiuta però a intendere una delle chiavi di lettura del romanzo (che avrà poi un seguito ne I ragazzi di Anansi): gli esseri umani, nel mondo moderno, quello del XXI secolo (il romanzo, infatti, è uscito nel 2001, il primo anno di questo secolo attuale), sembra che hanno massimamente smesso di credere negli dei, o almeno in quelli vecchi, rivolgendo l'attenzione verso altri simboli, che hanno ricevuto così tanta forza da diventare delle vere e proprie divinità, come personaggi televisivi, o come la tecnologia.
Così la guerra, che si prepara come una tempesta, tra dei antichi e moderni diventa una sorta di metafora sul passaggio tra le vecchie tradizioni e le nuove ossessioni, mentre il protagonista della storia, Shadow, ex-ergastolano che, uscito dopo aver scontato la sua pena si ritrova senza moglie e senza lavoro (la moglie è morta nella stessa macchina del suo amico e futuro datore di lavoro, travolti da un insolito destino mentre si stavano intimamente salutando per l'ultima volta prima del ritorno di Shadow), si trasmorma da burattino a risolutore, colui che raccoglierà, senza saperlo, nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti, tutte le informazioni necessarie per far cessare la guerra prima ancora che inizi.
In effetti American Gods è una sorta di On the road divino: Shadow e Wednsday, la versione americana di Odino, andranno in giro per gli Stati Uniti a reclutare le altre divinità importate dagli immigrati nei secoli per la guerra che il Signore delle forche sta preparando contro gli dei moderni. E così, con la scusa di raccontare una guerra, Gaiman ci porta a spasso per i grandi spazi statunitensi, lasciandoci immagini e sprazzi del viaggio che, invece, ha realmente fatto in quel grande paese, un viaggio che porta i protagonisti e il lettore dalla vita nella grande città, fatta di palazzoni e condomini, a quella nella periferia, fatta di villette mono- e bi-familiari, quella grande provincia americana che, anche quando è tranquilla e serena, nasconde segreti incoffessabili. E poi il viaggio, da fare necessariamente in aereo e/o in auto, e i grandi spazi. E non mancano le critiche agli immigrati europei, che hanno sottratto la terra alle tribù indigene:
Hanno vinto quasi sempre i bianchi. E quando perdevano firmavano un trattato. Poi lo rompevano. Così vincevano di nuovo.(1)
Sono le amare parole di Whiskey Jack, che più avanti ci ricorda anche come Paul Bunyan sia
(...) saltato fuori da un'agenzia di pubblicità di New York nel 1910 e ha riempito la mitica pancia della nazione di calorie inutili.(1)
Paul Bunyan, anche se viene semplicemente citato di passaggio, è l'emblema di una terra che non è fatta per gli dei, come viene spesso ripetuto nel corso del romanzo: è uno di quei miti giovani di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per crearsi una mitologia comune, qualcosa che li unisca. E' in un certo senso l'emblema delle nuove divinità statunitensi e moderne: create dai pubblicitari, da un ufficio marketing, da un impresario, da un agente di un artista sconosciuto, da un dirigente di una qualsiasi casa discografica, editoriale o che altro ancora.