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sabato 24 gennaio 2015

Soil #1: incrinare la perfezione

A partire da Lost in particolare (ma si potrebbe già citare Il prigioniero della BBC degli anni Sessanta del XX secolo, o la più recente Alias, sempre restando al pre-Lost) le serie televisive hanno iniziato a ragionare in maniera molto più "supereroistica", se così si può dire, ovvero proponendo episodi con una forte continuity interna, esaltata da una trama forte, come i sopravvissuti da un incidente aereo nel caso di Lost, o un agente segreto che cerca di fuggire da un intero paese nel caso dello storico serial britannico. In un certo senso Soil sembra essere a metà strada tra Lost e Il prigioniero, se pensiamo all'esistenza di una sorta di "controllore", senza dimenticare una spruzzata di Pleasantville o, soprattutto, di Twin Peaks, altra serie televisiva rivoluzionaria non solo per l'uso della continuity, ma soprattutto per le trovate, non solo visive, al limite del surreale.
Il manga di Atsushi Kaneko (che è un po' tutto questo) è ambientato nella cittadina di Soil New Town, un micromondo pulito e perfetto come l'omonima cittadina del film Pleasantville, descritto da una carrellata asettica e quasi inquietante all'inizio del Block 1.1. Se nel caso della pellicola statunitense il motore che rompe questo equilibrio è l'arrivo di due giovani dall'esterno, nel caso di Soil è l'improvvisa sparizione di un'intera famiglia (e di un poliziotto di pattuglia) a incrinare quella che, procedendo con la lettura, si rivelerà una semplice facciata dietro cui gli abitanti della moderna cittadina giapponese nascondono peccatucci e invidie di vicinato che non verranno a galla nemmeno durante le indagini dei due investigatori incaricati, l'antipatico e ottuso sergente Yokoi e la giovane investigatrice Onoda, vessata verbalmente dal superiore.
L'accostamento con Twin Peaks o con Lost risulta poi evidente quando, procedendo con la lettura, spunteranno situazioni e prove al limite del mistico, cui vanno ad aggiungersi personaggi borderline, come la barbona che accudisce i gatti randagi della città, o i bambini investigatori che contribuiscono a creare un'atmosfera alla Stephen King, esperto nelle inquietanti descrizioni della periferia statunitense. Il mistero raccontato da Kaneko nel prologo, una sorta di forza mistica sepolta nel passato del luogo dove sorge Soil New Town, introduce poi una sottotrama stuzzicante che, come suggerito al lettore, sembra direttamente collegata alla trama principale della sparizione della famiglia Suzushiro.
Rispetto alla narrazione classica del manga, Soil presenta elementi interessanti sia a livello grafico sia di storytelling, che avvicinano l'opera alla sensibilità occidentale. Le vignette sono ben strutturate e separate una dall'altra; i personaggi e le ambientazioni sono rappresentati con un tratto deciso e preciso inchiostrato in maniera netta con uno stile che, nel complesso, può essere definito come una linea chiara alla giapponese, molto vicino al tratto del nostro Ratigher. La narrazione, infine, è lineare, con pochi, ma comunque opportuni flashback e nessuna pausa introspettiva, giocata soprattutto sui dialoghi tra i personaggi. Ottimi, anche, i siparietti umoristici, al limite del comico, tra gli investigatori.
Ad ogni modo, al di là delle ispirazioni o del genere, l'obiettivo della serie di Kaneko sembra essere quello di mettere a nudo l'ipocrisia della società giapponese moderna (e per traslato di quella occidentale in generale).

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