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sabato 20 marzo 2010

Un assassino di troppo

More about Un assassino di troppoLe vicende di Roseanna, inchiesta di una decina di anni prima o poco meno, ritornano a tormentare Martin Beck e la sua squadra in Un assassino di troppo. Maj Sjowall e Per Wahloo, i coniugi svedesi del poliziesco, ritornano a presentare Folke, l'assassino della giovane Roseanna, con un omicidio per certi versi simile in una Svezia che, con decenni di anticipo, almeno sull'Italia, è in una situazione politica non molto semplice.
Le critiche al governo con le sue privatizzazioni selvagge e il controllo ossessivo dei politici (per assurdo i due scrittori ritengono, e non gli si può dar torto, che nel momento in cui le privatizzazioni sono diventate all'ordine del giorno, i politici hanno iniziato a ficcare maggiormente il naso e a lasciarsi corrompere più facilmente dagli imprenditori) non si risparmiano certo all'interno del romanzo e a queste si aggiunge una critica, anch'essa tremendamente attuale, agli organi di informazione, che una volta trapelate le notizie sulla sparizione della donna prima e sul ritrovamento del corpo poi si sono subito buttati a pesce su Folke, divenuto immediatamente colpevole praticamente senza prove.
E' anche un romanzo importante, dove sorgono i dubbi dei poliziotti sul proprio lavoro: mentre Beck si chiede se, effettivamente, l'inchiesta sulla morte di Roseanna sia stata condotta in maniera corretta, Kollberg inzia, invece, a non voler più far parte di questo sistema di polizia: la gente diffida di un ruolo che fino a poco tempo prima ispirava fiducia e sicurezza, e loro, invece di proteggere i cittadini, ne diventano i cani da guardia, i controllori.
La sua lettera di dimissioni è forse la sintesi migliore delle critiche politiche che i due scrittori hanno inserito nel romanzo e, più in generale, nella serie:
Dopo una lunga e accurata valutazione, ho deciso di lasciare il corpo di polizia. I motivi sono di natura personale, ma voglio ugualmente tratteggiarli. Per prima cosa, tengo a precisare che la mia azione non è ascrivibile a un'azione politica, anche se molti la interpreteranno in questo senso. Le forze di polizia, negli ultimi anni, sono certamente state più oggetto di politicizzazione, e al contempo sono state sfruttate per fini politici. Ho assistito a questo processo con inquietudine, ma, personalmente, sono riuscito a restare quasi completamente estraneo a questo aspetto dell'attività.
Durante i miei ventisette anni di servizio, le funzioni, la struttura e l'organizzazione delle forze di polizia sono mutate in modo tale da convincermi di non essere più idoneo al mestiere di poliziotto, ammesso che mai lo sia stato. In particolare, mi è impossibile essere solidale con un'organizzazione di questa natura. Per questo, il fatto che io lasci il mio lavoro è nell'interesse delle forze di polizia, oltre che nel mio.
Una questione che da tempo ritengo essenziale riguardo il fatto se il singolo agente debba essere armato o meno. Da parecchi anni sono dell'avviso che i poliziotti, nel normale esercizio delle loro mansioni, dovrebbero girare disarmati. Ciò riguarda sia gli agenti in divisa sia quelli in borghese.
A mio giudizio, il grande aumento di crimini che ha avuto luogo nell'ultimo decennio è da imputarsi in gran parte al fatto che i poliziotti portino sempre armi da fuoco. E' un fatto assodato, dimostrabile con esempi presi da molti altri paesi, che il grado di violenza aumenta appena la polizia dà, per così dire, il cattivo esempio. Guardando agli avvenimenti degli ultimi tempi, sembra evidente che non ci si possa aspettare altro che un'escalation della violenza. Ciò riguarda in particolare Stoccolma e gli altri grossi centri del paese.
In sede di istruzione si dà poca importanza all'insegnamento della psicologia. Quindi i poliziotti mancano delle condizioni ideali per avere successo nella loro professione.
Che, nonostante ciò, esistano i cosiddetti psicologi della polizia, che nelle situazioni difficili vengono utilizzati per tentare di far mettere a posto la testa ai criminali, secondo me non è altro che una prova di debolezza. Ma non è possibile camuffare la violenza con la psicologia. Questo è, da quel che so, uno dei principi più semplici, basilari e ovvi della scienza psicologica.
A tal proposito, voglio sottolineare il fatto che da parechci anni ho prestato servizio senza l'ausilio di armi. Spesso ciò è stato in contrasto con gli ordini ricevuti, ma non ho mai avuto la sensazione che questo abbia ostacolato lo svolgimento delle mie mansioni. Piuttosto, l'obbligo di portare armi ha avuto un effetto inibitore e poteva condurre a incidenti e a un contatto ancora più labile con le persone estranee al corpo di polizia.
Quello che voglio dire è che, semplicemente, non ce la faccio più a fare il poliziotto. E' possibile che ogni società abbia le forze di polizia che si merita, ma è una tesi che non ho intenzione di sviluppare, almeno non ora e in questa sede.
Mi trovo davanti a un fatto compiuto. Quando sono entrato nella polizia, non potevo pensare che la professione avrebbe subito una tale metamorfosi o che avrebbe preso la direzione che ha preso.
Sono un uomo che, dopo ventisette anni di servizio, si vergogna a tal punto della propria professione, che la mia coscienza mi impedisce di continuare a esercitarla.
Dunque rassegno immediatamente le mie dimissioni.

Stan Lennart Kollberg

Prima di consegnare la lettera, però, Kollberg si prende il tempo di risolvere il caso parallelo all'inchiesta di omicidio: un gruppo di sbandati, fermati da una pattuglia di passaggio, feriscono i poliziotti della pattuglia. L'assassino resta ucciso, mentre il suo accompagnatore, un giovane ribelle come tanti in quel tempo (ricordiamo che siamo sul finire degli anni Sessanta) scappa. I giornali si buttano subito sull'assassino dei poliziotti, etichettandolo al di là delle conferme della scientifica. La stessa polizia, nonostante i riscontri sembrano andare nella direzione di un ragazzo sostanzialmente innocente, lascia a intendere che sia proprio così e che, soprattutto, l'unico poliziotto morto sia deceduto a causa della sparatoria (e non per una reazione allergica a una puntura presa da un insetto nel canale di scolo in cui si era rifugiato), ma non affermando, semplicemente tacendo dati e senza smentire.
Per fortuna del ragazzo Kollberg e Larsson, uno dei migliori della squadra di Beck, la pensano diversamente dai loro capi, che con metodi molto da polizia statunitense, vorrebbero accerchiare il giovane in maniera spettacolare, dando così in pasto il mostro all'opinione pubblica.
Tutte cose ancora tremendamente attuali e, ancora peggio, ispirate a fatti realmente accaduti in quel periodo in Svezia.

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