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domenica 12 ottobre 2014

Batman e Joker: tra Moore e Morrison

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E' partito lo Speciale per i 75 anni di Batman. Anche in questo caso ho partecipato con grande entusiasmo scrivendo un lungo articolo dedicato al Joker, l'avversario per eccellenza di Batman. In questo estratto (con alcune parti che ho tenuto fuori dall'articolo, centrato sul Joker), vi propongo un breve esame su due delle più importanti visioni sul folle clown del crimine, come lo definì durante la silver age il grande Dennis O'Neil.
The Killing Joke
Alan Moore riteneva e continua a ritenere The Killing Joke un'opera minore nella sua produzione. A tal proposito, infatti, affermò
Non sta dicendo nulla di molto interessante.
Nonostante questa opinione da parte del suo stesso autore, The Killing Joke costituisce un punto di riferimento importante nella caratterizzazione del Joker, risultando un primo e abbastanza riuscito tentativo di sintetizzare le varie anime incarnate dal personaggio nel corso della sua storia editoriale.
Per portare a termine con successo questo obiettivo, Moore partì da Detective Comics #168, storia che introdusse, con una operazione di retrocontinuity, il Cappuccio Rosso nelle origini del Joker: nessuno aveva mai realmente esplorato quell'aspetto del passato del pericoloso assassino, diventando così un punto di partenza ideale per un autore che, come Alan Moore, aveva basato buona parte dei suoi successi su una caratterizzazione realistica dei personaggi.
Per raggiungere questo obiettivo, lo scrittore di Northampton, utilizzando le nuove teorie della psicologia criminale, cerca di comprendere le ragioni intime della follia del Joker, descritto prima della trasformazione come uno dei tanti piccoli abitanti della grande città con un sogno nel cassetto e una famiglia cui non si sente all'altezza. E' un uomo sconfitto, deluso, depresso, che si lascia trascinare dagli eventi mentre il mondo gli cade addosso.
Quando emerge dalle sostanze chimiche nelle quali si è gettato per sfuggire a Batman, negli attimi prima di ridere ossessivamente, il Joker resta sospeso, quasi in contemplazione, forse arrivando alla consapevolezza che lo farà impazzire ben più delle stesse sostanze chimiche cui è entrato in contatto:
E' tutto uno scherzo. Tutto ciò per cui si combatte o si vive... è una barzelletta mostruosa e demente!
E allora... perché non vedi il lato comico?
Perché non ridi?
Ecco una delle motivazioni dell'ultimo attacco a Gordon e Batman descritto da Moore: sparare a Barbara, futura Oracolo, torturare Gordon fin quasi alla follia, spingere il Cavaliere Oscuro ad affrontarlo in un luna park abbandonato costellato di trappole. Tutto per strappare una risata, e soprattutto per dimostrare un concetto:
Basta una giornataccia, per trasformare l'uomo più sano del mondo in uno svitato!
Ecco quanto disto dal mondo: solo una giornataccia!
Batman, però, non è d'accordo:
Forse è sempre stata colpa tua!
A supporto di ciò, porta Gordon, che nonostante tutto è riuscito ad aggrapparsi alla sua stessa sanità mentale, che invita Batman a non commettere sciocchezze:
Dobbiamo fargli vedere che la nostra strada funziona!
grida un Gordon nudo e psicologicamente prostrato alla volta del Crociato incappucciato.
E questa frase diventa un mantra, la chiave per leggere il finale ambiguo della storia in un senso positivo: secondo Grant Morrison, ultimo di una lunga schiera, in una chiacchierata "radiofonica" con Kevin Smith, alla fine della conviviale risata Batman uccide Joker, eppure contro questa interpretazione non solo va il giudizio di Moore, ma anche due dettagli interessanti. Da un lato c'è una rappresentazione di Batman abbastanza granitica, quasi superficiale come rappresentante della legge e dell'ordine. Manca qualunque dramma interno per la morte dei genitori, ma viene quasi utilizzato da Moore come una rappresentazione malleabile dei dolori delle vittime del Joker. Dall'altro, se ci si sofferma sul titolo, ci si può rendere conto che lo sceneggiatore britannico non sta uccidendo il barzellettiere (joker), ma la barzelletta (joke): non è un caso che il Joker paragona il mondo a una comica, e questo rende, allora, proprio il criminale l'uccisore della barzelletta, il vero e unico assassino in una storia dove non è realmente morto nessuno.
Arkham Asylum
Un'altra opera fondamentale per la rappresentazione del Joker è evidentemente Arkham Asylum di Grant Morrison e Dave McKean. In questo caso il vero protagonista è il manicomio di Arkham, mentre il Joker, per quanto sia il più fulgido rappresentante del luogo, è comunque uno tra i tanti matti rinchiusi dentro il manicomio. Il folle avversario di Batman sfida il Cavaliere Oscuro a entrare nel manicomio, e già qui Morrison mescola le due metà del personaggio, quella burlona e quella violenta: con una drammatica telefonata il Joker suggerisce al suo avversario di aver cavato un occhio a uno degli ostaggi, e solo il suo arrivo impedirà una crescita della violenza. Poi, sulle scale del manicomio, si scopre che la donna ha ancora tutti e due gli occhi mentre l'assassino urla, tra una risata e l'altra:
Pesce d'Aprile
Morrison, poi, continua a giocare con questa dicotomia per la rappresentazione del suo Joker: per bocca della psicoterapeuta Ruth Adams, rimasta di sua volontà nel manicomio insieme con il dottor Cavendish, viene rappresentato come "al di là di ogni possibile cura", considerato quasi come affetto da una patologia simile alla sindrome di Teourette o da una sorta di "super sanità":
Un'originale modificazione dei modelli percettivi umani. Un modo di pensare che riflette le inquietudini metropolitane di questo secolo.
(...) Il Joker non sembra avere alcun controllo sulle informazioni sensoriali che riceve dal mondo esterno.
Riesce a venire a capo di questo caotico insieme di input solo lasciandosi trascinare dalla corrente.
Ecco perché un giorno è un pagliaccio dispettoso, e un altro un assassino psicopatico. Non ha una vera personalità.
Si ricrea giorno per giorno.
Vede se stesso come il signore della trasgressione. E il mondo come un immenso teatro dell'assurdo.
La sfida che lancerà il Joker a Batman sarà puramente psicologica, sottolineata dal test di Rorschach o dalla sua instabilità mentale: citando esplicitamente Killing Joke, l'assassino psicopatico racconterà una barzelletta sempre legata al pesce d'Aprile, alla fine della quale ucciderà una delle guardie del manicomio.
Batman inizia, così, la sfida con Joker e con Arkham: come in una Alice nel Paese delle Meraviglie distorta dalla follia omicida degli avversari del Crociato Incappucciato, Batman scenderà sempre più nei meandri dell'edificio, affrontando i suoi folli avversari. Le varie scene si alternano ai flashback sulla vita di Amadeus Arkham, fondatore del manicomio, scandite dai passi del suo diario, che poi diventeranno le uniche didascalie narranti durante il confronto tra Batman e Killer Croc, in un parallellismo del confronto mistico/mitico contro il dragone, rappresentazione dell'irrazionalità.
Il confronto viene preparato molto bene da Morrison con i confronti precedenti, in particolare quello con il Cappellaio Matto, che viene rappresentato più come una sorta di Brucaliffo che delira intorno alle bambine e introduce, con l'idea carrolliana che ci sia una testa "che sogna e ci costringe a esistere", verso la sfida elettrica con Zeus, un uomo che si crede un dio, forse proprio quell'essere sognante del delirio del Cappellaio.
Salvo poi rivelare che l'unica vera divinità è un enorme pipistrello, rappresentazione della malattia mentale di Arkham e prima ancora della madre, e che successivamente ritornerà nella gestione morrisoniana della serie regolare.
Catartica è la scena con cui Batman, munito di ascia, distrugge le tubature dell'edificio, un modo per uccidere l'anima stessa del manicomio attraverso le sue arterie, mentre gioca un ruolo fondamentale nel finale Due Facce. Harvey Dent, infatti, viene instradato dai suoi medici verso la sanità mentale attraverso la sostituzione della sua moneta con una faccia sfregiata prima con un dado e successivamente con i tarocchi. Il passo successivo sarebbe stato l'I-Ching, ma Batman gli riconsegna la moneta, legando il suo destino all'esito del lancio.
Dent, che nel frattempo, legato alle carte, non riusciva a prendere alcuna decisione, come ci rivelano i due autori, riuscirà a liberarsi anche del controllo esercitato dalla moneta, quasi a voler dire che la matematica rappresentata da dado, carte e i-ching non può essere cura, al più rifugio dalla pazzia, così come, nell'ottica del Joker, l'Arkham Asylum è un rifugio contro il mondo esterno:
Goditi la vita, là fuori. In manicomio.
Urla questo il Joker a un Batman che torna a Gotham.
E non dimenticare che se le cose dovessero diventare insopportabili... qui c'è sempre un posto per te!

I passi citati dalle due opere sono tratti dalle edizioni della Play Press, tradotti da Alessandro Bottero

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