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lunedì 25 aprile 2016

Regno a venire

Il consumismo è il più grande strumento mai inventato per controllare le persone... Per una qualche ragione particolare, lo chiamano shopping. Ma è realmente la più pura forma di politica.
- J.G. Ballard (da Meme Huffer)
All'interno dei due movimenti idelogici totalizzanti che hanno fortemente influenzato la politica europea nel corso del XX secolo (e che in buona misura continuano a farlo ancora oggi), ovvero fascismo e nazismo, esistono alcune differenze sostanziali, di cui la più importante è legata al loro rapporto con lo stato.
Per il fascismo, che in origine nasceva come movimento libertario, lo stato è una grande istituzione da servire: il partito fascista era al servizio dello stato e la sua esistenza necessaria per preservarlo, a qualunque costo e con qualunque mezzo. Per il nazismo, invece, lo stato è un mezzo per affermare i principi del partito, ovvero la superiorità razziale innanzitutto: lo stato tedesco diventa servo del partito nazionalsocialista. Queste differenze sono evidenti se pensiamo ai ruoli politici dei due leader, Mussolini e Hitler: il primo era comunque subordinato al re d'Italia (e, formalmente, al parlamento), il secondo, invece, distorse esplicitamente le istituzioni per ottenere anche la carica di presidente della repubblica, riassumendo in se un potere che di fatto lo rendeva inattaccabile.
Un'altra interessante differenza sta nel rapporto con il capitalismo. La posizione più radicale è indubbiamente quella di Hitler: il capitalismo danneggia le nazioni a causa della finanza internazionale, del dominio economico dei grandi affaristi e dell'influenza giudea. Non a caso Hitler disse esplicitamente che
Il sistema economico dei nostri giorni è una creazione dei giudei
Forte era la sua opposizione al libero mercato e riteneva, inoltre, che il problema di fondo fosse la natura egoistica del capitalismo e ciò lo spingeva verso una struttura economica guidata dallo stato.
Mussolini, invece, ebbe un rapporto ambivalente con il capitalismo (non dimentichiamo che durante la prima guerra mondiale, di fatto rompendo per la prima volta con i principi libertari che, diceva lo avevano ispirato, passò da neutralista a interventista proprio grazie a opportuni finanziamenti), sebbene alla fine si può affermare che, nella sua divisione storica del capitalismo, egli vagheggiasse il ritorno a quella che chiamava "età eroica del capitalismo", contrapposta al "supercapitalismo" dell'epoca. In particolare quest'ultima forma di capitalismo veniva accusata da Mussolini come creatrice di una forma di standardizzazione degli esseri umani (non dimentichiamoci comunque che sotto il suo regime qualunque voce fuori dal coro aveva vita piuttosto difficile), oltre che la causa di un aumento eccessivo dei consumi. In questo senso il supercapitalismo sarebbe alla fine crollato, aprendo la strada alla rivoluzione marxista, e dunque, per evitare ciò, era necessario il controllo statale in materia economica. In questo campo Mussolini era propenso a mantenere alcuni elementi del capitalismo, come ad esempio l'iniziativa personale, ovviamente subordinata alle decsioni statali.
Se la situazione è questa, ovvero una aperta avversione nei confronti del capitalismo e del libero mercato, da cosa nasce l'idea, presente in Regno a venire di J.G. Ballard, che il consumismo, diretta conseguenza del capitalismo (come emerge anche dalle idee di Mussolini), sia una nuova forma di fascismo?
Una risposta a questa domanda sta nell'uso da parte dei due regimi totalitari della propaganda, o in termini un po' più vicini all'argomento del romanzo di Ballard, della pubblicità. Quest'ultima, che viene definita come una forma di comunicazione di massa tra produttori e consumatori, ha avuto un primo importante sviluppo con l'invenzione della stampa, per poi ottenere l'esplosione definitiva durante la rivoluzione industriale. L'idea era ovviamente quella di convincere le persone ad acquistare questo o quel prodotto: le tecniche per la realizzazione dei manifesti vennero in effetti perfezionate proprio dagli uffici di propaganda di fascismo e nazismo e vengono ancora oggi utilizzate, come si evince dal confronto tra due manifesti nel finale di un lungo articolo di Mike Holliday.
E in un certo senso è la stessa risposta che fornisce Ballard, visto che il protagonista di Regno a venire, Richard Pearson, è un pubblicitario che si ritrova a lavorare per il simbolo assoluto del consumismo: un centro commerciale. La fidelizzazione dei clienti passa attraverso la creazione di spot, marce musicali, creazione di eventi collaterali come la sponsorizzazione di una squadra di calcio, persino la creazione di un punto di riferimento come un comico sulla cui bocca vengono messi slogan che vagheggiano un leader politico, a suggerire così la convergenza tra due figure apparentemente così distanti tra loro. Tutto questo ha un unico scopo: invogliare le famiglie e più in generale i consumatori a passare il tempo libero all'interno del centro commerciale.
La situazione, nel romanzo di Ballard, degenera forse in una maniera eccessiva considerando l'ambientazione, ma è evidente l'intento metaforico del romanzo stesso, che diventa una accusa nei confronti del consumismo e delle tecniche utilizzate per invogliare al consumo di prodotti sostanzialmente inutili. Di fatto, secondo Ballard, il consumismo porta a una standardizzazione equivalente a quella prodotta dal fascismo: la vastità di scelta è solo apparente, ma nei fatti sottrae un grado di libertà agli esseri umani, che sono alla fine invogliati a scegliere in maniera acritica.
Le scene di violenza che vengono poi mostrate nelle fasi finali del romanzo sono un eccesso che vuole mostrare dove la situazione potrebbe arrivare una volta giunta alle sue estreme conseguenze e che sembrano ispirate alle proteste che travolsero Londra alcuni anni fa.
Nel complesso la posizione espressa da Ballard in Regno a venire potrebbe sembrare eccessiva, ma semplicemente pone l'attenzione, certo in maniera molto enfatica, sui punti di criticità del consumismo e della società su esso costruita.
Leggi anche: The Return of Fascism in Contemporary Capitalism | Consumerism and fascism

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