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sabato 13 febbraio 2010

Sumimasen deshita

More about Vertigo Pop! TokyoIl titolo della recensione è in giapponese. Vuol dire Sono mortificato!. Mi sembrava troppo poco usare il solo Sumimasen, che vuol dire Mi scusi, mi dispiace, considerando che sono mesi che non vi propongo una recensione dei libri che leggo (l'ultima risale a novembre con L'inverno della paura). A questo punto, visto che è sabato, e viste le buone intenzioni di riprendere con le recensioni, ho deciso di parlarvi di un fumetto particolare, Tokyo, realizzato da Jonathan Vankin e da Seth Fisher, che non credo si sia limitato ai soli disegni, visto che la sua ultima città è stata proprio Tokyo.

Il geniale cartoonist statunitense, infatti, si è trasferito in Giappone dove ha vissuto per qualche anno nella capitale fino a che non è caduto da un grattacielo: si è gettato, probabilmente non riuscendo a trovare nel paese del sol levante quello che non trovava in patria. Comunque, al di là delle filosofie e delle ipotesi, una cosa ci resta: la sua grande abilità di disegnatore.
In Tokyo, fumetto uscito nella serie Vertigo Pop! e pubblicato in Italia dalla Planeta, però, ha anche riversato la sua conoscenza del posto, su una storia al limite tra il poliziesco, il noir, il gangster e l'umoristico: un giovane che come Seth si è trasferito in Giappone si trova invischiato insieme ad una ragazzina della città all'inseguimento di una pop star nipponica, tra polizia e uomini della yakuza.
I giapponesi emergono come persone che vivono costantemente tra gli eccessi, almeno nella grande città: i prodotti della tecnologia arrivano prima e non passa nemmeno molto tempo che delle signorine carine inizino a venderli in mezzo alla strada come il classico fruttivendolo. Sono però persone molto educate, rispettose, tolleranti, anche verso i criminali stessi: un modo per scusarsi per i modi magari poco ortodossi di trattarli.
In generale un fumetto interessante e divertente che si avvale di disegni veramente eccezionali e di una storia ben costruita per ritmo e trama.
A questo punto, nella speranza di non essere sembrato baka, non mi resta che dirvi konnichiwa!

P.S.: se siete curiosi di capire cosa vogliono dire le due parole nipponiche che ho usato, avete due possibilità: usare il traduttore di Google (o cercare direttamente), oppure comprare Tokyo, e consultare il glossario in fondo al volume.

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