Network Bar

sabato 9 gennaio 2016

La moltitudine invisibile

Verloc e Churchill continuano il loro viaggio sull'esotico pianeta di Ona (Ji), entrambi privi della memoria, in una narrazione che incastra flashback dentro altri flashback e che propone alcuni spunti interessanti.
Innanzitutto abbiamo la costruzione di Aama, quella specie di programma biologico che avrebbe dovuto popolare un pianeta per permettere al gruppo di coloni-scienziati di studiare e comprendere meglio i meccanismi dell'evoluzione. E' abbastanza ovvio che la ricerca dietro aama e il suo sfuggire al controllo degli scienziati non è tanto quello di chiedersi fin dove gli esperimenti dovrebbero spingersi per comprendere le leggi che soggiaciono all'universo, quanto il senso stesso del rapporto dell'essere umano con la natura. Significativo in questo senso è questo passaggio:
La natura non ama l'uomo. Lo so bene, è una delle cose che insegnano i libri. Come tutti gli umani, porto nascosta in fondo al mio cervello rettiliano la vaga nostalgia per un mondo naturale che non ho mai conosciuto. L'opposto della crudele e dolorosa realtà. I libri hanno ragione.
In questo senso abbiamo di fronte un romanzo post-cyberpunk: Frederik Peeters, infatti, pone l'uomo cyberpunk, un essere in grado attraverso particolari impianti di essere continuamente connesso alla rete e alle altre persone, in un ambiente non più artificiale, controllato e controllabile. Il fratello di Verloc, in questo, è l'esempio perfetto delle possibili reazioni dell'uomo cyberpunk a un ambiente del genere. A complicare la situazione entra poi la necessità di chiudere gli impianti artificiali per impedire alle forme di vita dominanti sviluppate da aama di introdursi all'interno degli esseri umani.
Per una strana combinazione evolutiva aama ha infatti combinato elementi biologici con altri elettronici, sviluppando persino un virus informatico meno potente di Babel-17 ma sufficientemente forte da provare a introdursi in qualunque sistema operativo.
In una situazione di questo genere il lettore non è certo stupito che Verloc sia, apparentemente, l'unico sopravvissuto umano di una spedizione che, attraversando il pianeta, ha osservato paesaggi al tempo stesso fantastici e minacciosi, fortemente ispirati alle artistiche ricostruzioni di quelli della preistoria della Terra, unite con esseri viventi che sembrano usciti da un quadro di Bosch o dalle visioni surrealiste di Hans Rudolf Giger, il creatore grafico di Alien.
Allo stesso modo gli esseri viventi sembrano uscire fuori dalla stanzetta di un bambino che rompe giocattoli, oggetti, vestiti per poi riutilizzarli per costruire personaggi fantastici con cui popolare le sue avventure. D'altra parte Lilja, la figlia autistica di Verloc e di Silice, la sua ex-compagna, aveva mostrato una particolare abilità con gli apparati elettrici e questo dettaglio non è da considerarsi trascurabile. E infatti c'è non solo la somiglianza fisica tra Lilja e la bambina muta comparsa dal nulla sul pianeta, ma anche i sogni assurdi di Verloc, che sembrano volergli comunicare un qualche segreto, e la sua stessa amnesia, che sembra aver coinvolto persino il suo stesso corpo, su cui le ferite occorse durante l'esplorazione, per quanto gravi, non lasciano alcun segno.
E questo rende ancora più stretta la connessione di Verloc con il pianeta in cui si trova: anche sulla sua superficie non sembra esserci alcuna traccia di ciò che aama ha creato. E allora ecco la domanda sottintesa: cosa c'è di reale nell'esperienza vissuta da Verloc, un anacronismo nel suo mondo, ed egli stesso può allora essere reale se alla fine del volume possiede un unico ricordo d'infanzia, mentre tutto il resto lo ha appresso dalla lettura del suo diario?

Nessun commento:

Posta un commento