
La prima cosa che ho pensato è stata, infatti: Drive In di Joe Lansdale, e in parte è così. La seconda è stata un po' più sconfortante: il ritorno a casa, o se preferite l'appartenenza con quella che si chiama "casa" è identificata con un'immagine fortemente consumistica come un fast food.
Possiamo intendere questa come l'ultima barriera culturale che i protagonisti devono affrontare (e questa lettura viene in qualche modo supportata da ciò che segue dopo questa pagina) all'interno di una storia in cui tutti i protagonisti, inclusi quelli alieni, si ritrovano a dover affrontare tutta una serie di barriere: quelle della propria terra, quelle lingustiche (non a caso i vari idiomi presenti non vengono tradotti), quelle culturali, quelle che ci costruiamo intorno a causa delle perdite che hanno costellato la nostra vita.
C'è un certo interessante parallellismo tra i due protagonisti principali: Liddy, possidente terriera la cui mandria viene sistematicamente mutilata in modi orrendi, quasi lovecraftiani, e Oscar, in fuga dall'Honduras e da una vita che possiamo solo intuire difficile.
Vaughan, da esperto narratore, centellina le informazioni sui due personaggi e ce le consegna sempre nel momento più opportuno per poterle apprezzare. Al contempo Martin, già collaboratore di Vaghan su The private eye, altra serie uscita prima in digitale per Panel Syndicate, l'editore fondato proprio dai due autori, sfrutta al meglio il formato orizzontale di Barrier alternando pagine fitte di vignette ad altre decisamente spettacolari. Infine non si può non lodare gli effetti psichedelici, peraltro funzionali alla storia, della colorista Vicente, che riesce a rendere spettacolari le scene spaziali, ma soprattutto significativi i momenti in cui queste barriere culturali e linguistiche vengono abbattute.
Una grande storia per questi tempi bui che stiamo vivendo.
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