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domenica 24 giugno 2018

Topolino #3265: L'allenatore nel pallone e altre storie


Bambini che giocano con una palla nell'illustrazione dell'artista cinese Su Hanchen
E' abbastanza scontato, per chi ha visto il film con Lino Banfi, associare le difficoltà di Amelia nella seconda puntata de La coppia del Mondor, L'ombra dell'allenatore, con il titolo della serie cinematografica che ha visto protagonista il mitico Oronzo Canà. A differenza della pellicola del 1984 diretta da Sergio Martino, non c'è nulla di parodistico nella storia scritta da Bruno Enna per i disegni di Alessandro Perina, ma anzi ha la tipica trama della classica storia sportiva dove la squadra più debole deve cercare di trovare le motivazioni per superare le proprie limitazioni. In questo senso è significativa la scena che vede la squadra dei paperi affrontare e sconfiggere una magica squadra di calciatori di terracotta all'interno di uno sperduto tempio sull'Himalaya con l'obiettivo di incontrare il così detto allenatore ombra, il più grande allenatore di calcio del mondo. La storia, comunque, sembra andare in una direzione non molto diversa da quella di film come Karate Kid o, per restare in tema, Shaolin Soccer.
Altro elemento di approfondimento interessante è quello legato alle origini del calcio: di fronte alla porta del tempio, Archimede nota come gli intarsi sulla stessa si riferiscono a un antichissimo gioco simile al calcio. In effetti tra il III e il II secolo a.C. era diffuso in Cina il Ts'u Chu o Cuju, che si praticava calciando con il piede una palla di cuoio piena di peli e/o capelli. Si sfidavano due squadre e vinceva o quella che realizzava più gol (versione nota come zhuqiu) o quella che commetteva meno falli (baida).
Il Giappone, dove il Cuju era stato successivamente importato, sviluppo una propria versione, più giovane di circa 500 anni, il Kemari, dove i giocatori dovevano passarsi una palla senza farla mai cadere a terra.
In occidente il gioco più antico assimilabile al calcio è il greco Episkyros, che diventa l'Harpastum dei romani, molto simile al rugby. In effetti fu proprio questa versione romana alle origini del calcio moderno, che nasce in Inghilterra: nonostante il gioco con la palla fosse osteggiato perché portato dagli invasori, ottenne sempre maggiore successo fino a dare vita al calcio moderno.
Una perfetta delusione
Benvenuto a Perfettopoli è, invece, la storia d'apertura del Topolino #3265, disegnata da un Andrea Lucci fortemente influenzato dallo stile dei cartoni animati (tratto chiaro e con un'inchiostrazione netta e precisa per quel che riguarda i personaggi) e scritta da Pietro Zemelo che propone un soggetto interessante che corre sul filo della... perfezione!
Il confronto tra Topolino e Pippo, con quest'ultimo strenuo sostenitore dell'imperfezione. La frase che meglio lo identifica in questa storia è proprio:
Che gusto c'è a rilassarsi se poi si deve essere così "perfettini"?
Il problema nel Pippo di questa storia è la sua eccessiva vicinanza a Paperoga, ma è scusabile rispetto al difetto principale della sceneggiatura di Zemelo: manca una qualunque spiegazione del modo in cui gli abitanti di Perfettopoli risultano perfetti e uniformi e di come ognuno di loro, nonostante l'ingresso periodico di elementi esterni, dimentichi sempre e inevitabilmente la propria vita passata. Leggendo la storia si sta lì ad attendere il piano machiavellico e distopico dietro la città di Perfettopoli, ma tutto si risolve con un po' di delusione con l'intervento destabilizzante di Pippo (scontato) e con un tranquillo ritorno all'imperfezione per gli abitanti della città, che finiscono per giocare a calcio.
Ovviamente non tutte le storie ben scritte (e questa, quanto meno, lo è) con Topolino devono avere un qualche mistero nascosto o un piano malvagio per salvare il mondo, ma nel momento in cui si descrive un posto dove l'identità personale (e quindi la libertà individuale) viene cancellata in favore di un'artificiosa individualità, l'assenza di un qualsiasi elemento di esterno che induce tale uniformità risulta una manchevolezza altrettanto importante rispetto a una storia semplicemente brutta.
Gli investigatori giocano a caso
Primissimo piano sugli occhi di Paperino che si guardano intorno nervosi. Un ancor più primissimo piano su uno dei due occhi con un mirino puntato contro. Quindi la sagoma dei suoi piedi in movimento mentre ci sono le linee di un soffio d'aria che spazza l'oscurità. Quindi si volta pagina ed ecco la tavola con il titolo, Paperino investigatore in prova, e la rappresentazione di una scena drammatica, almeno per tutti gli appassionati del poliziesco: la sagoma di un papero disegnata con il gesso e circondata dal nastro della polizia. Sono queste le premesse della storia scritta da Gorm Transgaard e disegnata da Fleming Andersen che è per certi versi stupefacente, per certi altri tipicamente egmontiana.
Come al solito non ci si discosta molto dalle dinamiche conflittuali tra Paperone e Paperino, sempre costretto in qualche modo a lucidare monete o pulire il deposito. Nelle storie Egmont spesso manca la motivazione della lista dei debiti, sostituita dalla presunta minaccia di disederare il nipote, obiettivamente meno valida rispetto alla classica lista all'italiana, e anche l'inizio di Investigatore in prova non sfugge a questa dinamica.
Un Paperino sconfortato si ritrova, allora, coinvolto, un po' per caso un po' per ingegno personale, coinvolto nell'investigazione per la sparizione di una preziosa scultura dell'artista Papin, chiara disneyzzazione di Auguste Rodin.
Paperino diventa l'uomo di facciata, l'idiota sacrificabile per sviare i sospetti dei ladri e costringerli ad abbassare la guardia: un po' per inesperienza, un po' per troppo entusiasmo, il nostro commetterà una serie di errori, cui solo per caso riuscirà a porre rimedio. In effetti l'elemento casuale della storia la rende decisamente verosimile, nonostante dal punto di vista puramente giallistico è abbastanza debole, visto che il colpevole è manifesto dopo poche vignette dalla sua apparizione.
Ad ogni buon conto la storia brilla in particolare per la composizione della pagina adottata da Andersen, estremamente dinamica in ogni fase dell'avventura, e per le pagine conclusive particolarmente ricche di azione senza respiro. Pecca finale, forse veniale, forse utile per caratterizzare il personaggio, è la battuta conclusiva del baffuto capo della polizia (quasi una versione disneyana di Jim Gordon):
Siamo riusciti a riportare la statua al suo posto, ma, dopo tutta questa storia, mi piace ancora meno di prima!
Peccato che non solo la statua di Papin non è così brutta, ma le opere di Rodin, l'artista di riferimento, sono tra le più belle e intense della storia dell'arte!
Due parole sulla copertina
La copertina di questo numero, riferita alla storia di apertura di Zemelo e Lucci, mi è sembrata sin da subito particolarmente brutta, in particolare per il Topolino che, stilisticamente parlando, stonava e non poco rispetto a Pippo o, ancor di più, al pescatore sullo sfondo. La copertina, come suggerirebbe proprio il pescatore, è accreditata a Perina: peccato che il faccione di Topolino sembra disegnato da qualcun altro...

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