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sabato 4 aprile 2020

Cinema Purgatorio: I mostri di Browning

Il quinto volume dell'edizione italiana di Cinema Purgatorio raccoglie i numeri 13, 14 e 15 dell'onomima serie antologica ideata da Alan Moore e portata avanti da un nutrito gruppo di bravi autori che si sono imbarcati con lo sceneggiatore inglese nella realizzazione di fumetti alla vecchia maniera: in bianco e nero. L'idea del bianco e nero non è l'unica, visto che anche le tematiche e la struttura antologica richiama alle esperienze sperimentali di molte riviste a fumetti britanniche. Come ho già raccontato in occasione delle recensioni del secondo e del quarto volume della raccolta, ciascuna delle serie sviluppate, a partire da quella che da il titolo all'antologico, sviluppa in episodi brevi, intorno alle 8/10 pagine, una trama più complessa.
Il re dell'horror.
Come al solito, i tre episodi della serie portante, disegnata da Kevin O'Neill, presentano una storia a continuazione nelle pagine iniziale e finale fornendo sempre più dettagli sulla spettatrice, presumibilmente morta, degli spettacoli cinematografici messi in scena dai due amabili autori. Le pellicole, che hanno tutte titoli con riferimenti a film del passato, si concentrano su alcune figure chiave dell'industria cinematografica. La prima storia è dedicata ad Arthur Lucan, che per buona parte della sua carriera ha interpretato il personaggio di Old Mother Riley in uno show omonimo insieme con Kitty McShane, che nella storia di Moore interpreta la figlia Kitty. In effetti questo secondo personaggio è particolarmente ambiguo, al pari dell'arzilla Mamma Riley, con la differenza che quest'ultima sembra vivere la sua ambiguità con molta più leggerezza.
La seconda storia è dedicata a quello che può essere considerato come il re dell'horror statunitense, Tod Browning. I suoi capolavori sono, infatti, il Dracula del 1931 con Bela Lugosi, e il corale Freaks del 1931, in un certo senso una summa della poetica (se così si può dire) cinematografica di Browning. Questi è anche il regista del più noto dei così detti film persi: de Il fantasma del castello (London after midnight), in cui il vampiro protagonista era interpretato da Lon Chaney, uno degli attori preferiti da Browning, non sono al momento note copie esistenti. L'ultima, infatti, andò perduta durante un incendio agli studi MGM nel 1965.
Si diceva di Freaks come la summa della carriera di Browning, e in un certo senso così è non solo per i contenuti, molti dei quali non superarono la censura, ma anche per gli esiti: la carriera del regista è, infatti, costellata di alti e bassi e Freaks, film rivalutato nel XX secolo, fu l'ultimo e più forte flop nella carriera di Browning, che aveva posto alte aspettative in questa pellicola. Tutto questo Moore lo racconta non con disprezzo o rigetto, ma con profonda stima e ammirazione, come evidente dalla quadrupla che sancisce la fine della pellicola su carta.
Il terzo episodio, ambientato in un obitorio, racconta un po' di episodi piccanti e poco gratificanti di alcuni personaggi del mondo del cinema, tutti peraltro finiti sulle pagine del foglio scandalistico Confidential, tracciando così un quadro non proprio edificante del mondo delle stelle del grande schermo, cosa che è abbastanza comune a un po' tutte le storie di Cinema Purgatorio.

domenica 10 giugno 2018

Cinema Purgatorio: Il misterioso caso di Elizabeth Short

Ho un po' trascurato in questi mesi Cinema Purgatorio, l'antologico ideato da Alan Moore e realizzato con cinque storie brevi di otto pagine a numero. Ognuna delle storie a sua volta appartiene a una sua saga con una più o meno forte continuity interna. Gli albi della serie vengono uccessivamente pubblicati in volumi che raccolgono tre uscite alla volta e in Italia la serie è portata da Panini Comics.
La serie principale, che da il titolo al progetto, è Cinema Purgatorio, realizzata dallo stesso Moore insieme con Kevin O'Neill ed esplora, attraverso un personaggio rinchiuso in un cinema (e che di questa sua condizione non si è ancora reso conto, nonostante tutti gli indizi), la storia della cinematografia. In particolare nel quarto volume della serie, quello di cui voglio scrivere due righe in questo post, Moore e O'Neil si occupano del cinema dell'orrore con Il mistero del picture palace, con una parodia nera di Frank Capra ne La vita è nera e gravosa, e soprattutto con un misterioso omicidio in quel di Hollywood in My Fair Dahlia, seconda storia del trittico.
I sogni muoiono all'alba
Erano le 10 del mattino del 15 gennaio 1947 quando Betty Bersinger, che stava portando a spasso la figlia di tre anni, trova in un terreno nei pressi di Leimert Park, quartiere meridionale di Los Angeles, il corpo senza vita di una donna nuda e tagliata in due all'altezza della vita, con evidenti segni di tortura su tutto il corpo. La ragazza si scoprì essere Elizabeth Ann Short, aspirante attrice.
Era giunta a Hollywood nell'agosto del 1946 piena di sogni e speranze, ma gli unici ingaggi che aveva ottenuto erano per dei film pornografici, all'epoca illegali. Nata il 29 luglio del 1924, ebbe una vita breve e non molto facile: già a sei anni, nel 1930, si trovò a vivere con la madre e le quattro solere a Medford nel Massachusetts dopo che il padre abbandonò la famiglia.
La vita con la madre non fu, evidentemente, semplice, se decise ben presto di abbandonare gli studi per lavorare come cameriera. Successivamente, all'età di 19 anni, lasciò la casa materna per andare a vivere con il padre a Los Angeles. Anche questa convivenza fu piuttosto complicata ed Elizabeth si trasferì nuovamente, questa volta a Camp Cooke in California, per lavorare in un ufficio postale.
Il 23 settembre del 1943 venne arrestata in stato di ebrezza, e non essendo ancora legalmente maggiorenne, venne rispedita dalla madre. Successivamente si trasferì in Florida dove conobbe Matthew M. Gordon Jr., che stava per partire in guerra. Tra i due scattò ben più di una simpatia, tanto che Gordon, in una lettera che scrisse mentre era ricoverato in un ospedale militare in India, le chiese di sposarlo. E tutto sarebbe andato per il meglio se il giovane fosse riuscito a tornare in patria: purtroppo un incidente aereo avvenuto il 10 agosto del 1945 spezzò il sogno della ragazza.
Soprannominata Dalia Nera a causa della sua passione per il film La dalia azzurra e per il suo abbigliamento scuro, venne per certi versi ritenuta responsabile della sua stessa morte a causa della sua presunta scarsa moralità. Le indagini, in effetti, non sembra siano state condotte con l'usuale precisione, e forse non fu un caso che ben 60 persone furono accusate o si auto-accusarono dell'omicidio, mentre 22 furono considerati i sospettati principali.
L'omicidio è ancora oggi insoluto.
Moore e O'Neil scelgono, per narrare questa vicenda, il genere del musical, che per certi versi è molto amato da Moore. Lo sceneggiatore britannico, non certo senza un pizzico di ironia e sarcasmo, narra di una vicenda che poco interessava risolvere e mettendo in piedi un pur leggero parallellismo con Marylin Monroe, che compare a un certo punto come co-narratrice insieme a Beth della misteriosa vicenda, con il tempo assorbita negli ingranaggi commerciali di Hollywood ispirando pellicole e altri prodotti più o meno commerciali.
Una visione nel complesso non molto edificante del mondo del cinema.