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venerdì 24 agosto 2018

Baba O’Riley


Si potrebbe sostenere senza troppi errori che le impronte digitali sono considerate uniche per ciascun individuo sin dall'antichità: sono state, infatti, ritrovate impresse su alcune tavolette babilonesi (ma anche in Cina) alcune impronte digitali come fossero firme delle transazioni commerciali ivi descritte.
Uno dei primi studi scientifici sulle impronte digitali risale al 1665 a firma dell'anatomista Marcello Malpighi mentre il primo ad affermare l'unicità delle impronte fu Johann Christoph Andreas Mayer nel 1788. Tale unicità venne ribadita nel 1880 in un articolo su Nature di Henry Faulds, che peraltro suggerì il suo utilizzo per l'identificazione dei criminali. Nel frattempo William James Herschel, erede della schiatta di astronomi britannici più famosa al mondo, affermò che, nel suo lavoro di magistrato in India, aveva da tempo utilizzato le impronte digitali a fini amministrativi. A quanto pare il primo criminale che venne arrestato grazie alle impronte digitali fu Francisca Rojas, ventisettenne argentina che, grazie a un'impronta insanguinata, risultò colpevole dell'omicidio dei suoi due figli.
Il problema in tutta questa storia è che, nonostante dal punto di vista empirico si abbiano una serie di prove a favore, l'unicità delle impronte digitali non è ancora stata dimostrata matematicamente. Le impronte digitali sono classificate in tre grandi macrogruppi: archi, linee chiuse o loop, spirali. A loro volta archi e loop si possono suddividere in due sottogruppi portando a cinque le distinte forme di impronte digitali. All'interno di ciascun gruppo le forme possibili sono innumerevoli e possono al massimo essere stimate statisticamente. Ad esempio una stima del 1988 sui possibili archi a forma di tenda ha portato a un numero di impronte digitali possibili pari a 2250000000000. Se già il numero per una sola tipologia risulta così alto, immaginare quanto possa essere alto considerando tutte le tipologie. Questo implicherebbe l'unicità delle impronte digitali a un livello statistico e probabilistico (detta in altri termini: la probabilità che due individui viventi posseggano le stesse impronte digitali è prossima allo zero).
Anche il modello sviluppato nel 2004 da Michael Kuecken non può essere considerato una dimostrazione dell'unicità delle impronte digitali, visto che è sostanzialmente un modello computazionale. Certo nell'articolo scritto con Alan Newell (pdf), Kuecken afferma:
Changing the initial conditions or parameters slightly does not change the overall pattern type, but results in a distinct change in the placement of the dislocations. In this sense, the dislocations are quite sensitive to their "environment". This is a reason for the well-observed fact that fingerprints are indeed unique and can be used for identification purposes. This observation is especially important considering the recent challenges of fingerprint permissibility in court and could be a starting point for making the foundations of forensic fingerprint science more credible.
E forse è già questa una buona notizia!

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