Stomachion

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martedì 15 novembre 2016

Psycho: il rassicurante sorriso di Norman Bates

Il 16 giugno del 1960 al DeMille Theatre di New York venne proiettato per la prima volta Psycho, uno dei tanti capolavori del maestro del brivido cinematografico Alfred Hitchcock. Il film era basato sull'omonimo romanzo di Robert Bloch uscito l'anno precedente, i cui diritti di immagine erano stati acquistati dallo stesso Hitchcock praticamente a tempo di record. Il film del regista statunitense fu una vera e propria scommessa personale, anche contro la sua stessa casa di produzione, la Paramount, che alla fine divenne il semplice distributore della pellicola.

The house by the railroad, il quadro di Edward Hopper che ha ispirato l'architettura della casa di Norman Bates
Il romanzo di Bloch, d'altra parte, è uno splendido esempio della più tipica narrativa americana d'azione, ma non solo. Di fatto, ispirandosi alle gesta del serial killer Ed Gein arrestato nel 1957, due anni prima della pubblicazione del romanzo, Bloch introduce gli elementi del noir (l'approfondimento psicologico, in particolare dei personaggi negativi) all'interno del tipico hard boiled, ottenendo un duplice effetto: da un lato una narrazione veloce e appassionante, anche nelle sezioni che approfondiscono la personalità del famoso albergatore Norman Bates, e dall'altro scene truculente, praticamente splatter, che Hitchcock, con grande maestria, rende meno esplicite, ma probabilmente più evocative.
In effetti se la pellicola restituisce come immagini simbolo gli occhi spiritati e il sorriso sinistro di Bates e la lama del suo coltello pronta a colpire, il romanzo di Bolch approfondisce il protagonista a un livello più intenso e intimo, anche grazie alla voce dell'infanzia che convive insieme con le altre due presenti nella sua personalità multipla.
Un libro appassionante che costringe il lettore a leggerlo fino alla fine senza concedergli alcuna tregua.

domenica 2 settembre 2012

Distinti saluti, Jack lo squartatore

Torno a scrivere di un fumetto GP grazie a Joe Lansdale, Champion Joe, che insieme con il fratello John e con il disegnatore Kevin Colden, realizza la sua versione a fumetti del racconto di Robert Bloch Distinti saluti, Jack lo squartatore.
E' così che si conclude una delle tante lettere che il famoso Jack aveva inviato agli investigatori di Scotland Yard durante gli efferati omicidi a lui associati. La storia di Bloch, e quindi quella dei Lansdale, si collega con l'altro, leggendario Jack, il Saltatore di cui avevo scritto tempo addietro sempre grazie a un fumetto, in quell'occasione un manga, uscito sempre per la GP. Un anno fa avevo ricordato come, secondo alcune leggende, il Saltatore era emigrato negli Stati Uniti a spaventare le persone in varie città sparse per quel grande paese. Bloch, nel suo racconto, unisce la leggenda del Saltatore con l'efferato Squartatore, che infatti sembra sia ritornato in attività a Cleveland, dove iniziano a venire ritrovati corpi orrendamente mutilati, ovviamente grazie all'azione di un affilato coltello.
A indagare una giovane reporter, Jenny, sir Guy Hollis, figlio di un investigatore di Scotland Yard che si trovò coinvolto negli omicidi di White Chapel, lo psicologo John Carmody. In particolare i primi due si troveranno ad affrontare, faccia a faccia, Jack, un'ombra secca e nervosa che salta da un tetto all'altro con grandissima agilità proprio come il Saltatore. L'assassino, però, sembra cercare di realizzare una sorta di pentacolo magico, forse per preservare la sua esistenza su questa terra, suggerisce Hollis, ma a un certo punto Bloch stupisce il lettore introducendo un elemento della letteratura dell'orrore, quello della bambola assassina: che Jack in realtà sia una bambola animata da chissà quale antica magia?
La soluzione è ancora più incredibile e sorprendente, e il finale è molto hitchcockiano.