
Avendo letto a suo tempo La banalità del bene di Enrico Deaglio, è inevitabile il confronto, per quello che la memoria permette, e le differenze tra racconto giornalistico e narrazione romanzata sono quelle più evidenti.
La storia del salvataggio di una gran quantità di ebrei in Ungheria da parte di Perlasca è, in effetti, ricca di momenti di tensione che si prestano per un racconto narrativo. Perlasca, verso la fine del 1944, si trova in Ungheria, presso l'ambasciata spagnola, alla quale chiede protezione contro i nazisti. Perlasca, infatti, si era rifiutato di prestare giuramento alla repubblica sociale italiana di Benito Mussolini e per questo era diventato sgradito sia ai fascisti, sia ai nazisti, che provarono a trattenerlo. Ed era proprio per sfuggire ai tedeschi che si era rivolto all'ambasciatore di Spagna Ángel Sanz Briz. Perlasca, alla fine, riuscì a convincerlo a fornirgli un passaporto spagnolo, anche saltando quella burocrazia elefantina che accomuna Spagna e Italia: grazie al suo nuovo nome, Jorge, Perlasca e Briz, coadiuvati da alcuni stretti collaboratori di quest'ultimo, riuscirono a trasferire nelle case sotto la giurisdizione spagnola, migliaia di ebrei magiari, che altrimenti sarebbero stati deportati e uccisi dai nazisti, sia quelli locali, sia quelli tedeschi.