Utilizzare i dati sulle citazioni in Wikipedia per misurare la diffusione dell'open access
Scrivevo all'inizio del 2011 per i festeggiamenti del wiki-decennale di una rivoluzione irreversibile. E' stato piuttosto interessante leggere il titolo che technology review ha utilizzato per raccontare dell'ultimo degli articoli dedicati all'enciclopedia libera: Why Wikipedia + Open Access = Revolution.
L'idea degli autori, Misha Teplitskiy, Grace Lu, Eamon Duede è cercare di capire il ruolo giocato dalla wiki nella diffusione della scienza andando a esaminare gli articoli scientifici utilizzati come fonte all'interno delle voci wikipediane.
Per portare a termine il compito, il terzetto ha prima scelto un più o meno ampio insieme di categorie scientifiche da esaminare, e quindi è andata a controllare, per la wiki inglese, l'utilizzo del template: cite-journal, mentre per le wiki in altre lingue l'uso delle parole journal e doi. Due parole sui template: sono dei pezzi di codice che, previo l'inserimento di alcune informazioni specifiche, permettono di formattare automaticamente e in modo corretto le informazioni stesse secondo un dato standard, un po' come i codici realizzati su Research Bolgging, per intenderci. Non esistono solo questo genere di template, ma ci sono anche quelli di navigazione, che raccolgono in maniera automatica i link legati a un gruppo di voci che sono direttamente collegate una all'altra. Ad ogni buon conto un po' tutte le lingue hanno template abbastanza, simili, soprattutto quelli per così dire di servizio, tipo il cite-journal della en.wiki che diventa Cita pubblicazione sulla it.wiki.
Ad ogni buon conto, una volta estratti i dati, questi vanno esaminati e se la wiki inglese è quella che utilizza maggiormente gli articoli scientifici come fonte per le proprie voci, si scopre qualcosa di interessante quando si va ad esaminare l'uso degli articoli open:
Stomachion
Visualizzazione post con etichetta open access. Mostra tutti i post
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sabato 4 luglio 2015
giovedì 17 gennaio 2013
Cos'è l'Open Access?
Lo spiega Andrea Zanni, o se preferite Jorge Cham in questo video:
P.S.: Nel post di Andrea c'è anche un mio commento.
martedì 20 novembre 2012
I costi dell'open access

Un po' come se Wikipedia chiedesse agli utenti una tassa per scrivere e revisionare le voci di Wikipedia.
mercoledì 18 aprile 2012
Primavera araba scientifica? Ma anche no!
Scrive Nicola Nosengo (estraggo un pezzo che mi ha colpito):
Fin qui, però, si parla di alterare il modello di business ("chi paga per le ricerche?"). Ma il processo che porta una ricerca ad essere accettata e pubblicata rimane intatto. E’ sempre la buona vecchia peer review, per cui l’articolo in bozza viene mandato a tre o più revisori anonimi e indipendenti, che dopo aver chiesto modifiche e chiarimenti decretano se quella scoperta merita di essere considerata tale. PLoS non funziona diversamente da Nature, in questo senso, fa solo pagare il lavoro a qualcun altro.Cioè il ricercatore che quella ricerca l'ha fatta, tagliando così automaticamente buona parte di quella buona ricerca che non può permettersi di sostenere l'Open Access come modello di business (non che non si possa creare un open access sostenibile per tutti, ma credo che non lo si voglia creare perché converrebbe solo ai ricercatori e ai lettori specializzati dei paesi con pochi fondi). C'è poi la questione della peer review che viene affrontata da Jacopo nei commenti:
Senza offesa ma ho l'impressione che l'autore di questo post abbia una visione un po’ naive e romantica di come funziona la ricerca scientifica.Direi che forse la questione più importante sono proprio i costi ingiustificati (come ha scritto Peppe da qualche parte su Rangle - e non solo -, e che viene affrontata anche da Bob O'Hara sul network di blog di Nature) delle riviste scientifiche, costi che grazie all'open access gli editori (PLoS in testa) vorrebbero spostare dai lettori ai ricercatori, e questo, in buona sostanza, genera un problema non trascurabile...
Creare riviste dove gli articoli siano di libero accesso non solo è possibile ed auspicabile ma ci sono già diversi esempi più o meno funzionanti (oltre il celeberrimo PLoS anche Physical Review X ed altre ci stanno provando). Fin qui nulla da obbiettare. Mi lascia invece molto più perplesso l'idea che si possa fare senza peer review. Se è vero che un numero microscopico di ricerche ottengono una visibilità tale da produrre una "review" rapida ed affidabile da parte di una larga fetta di pubblico, il 99,99% della ricerca non gode di questa fortuna. La stragrande maggioranza degli articoli infatti vengono letti solo dagli specialisti del settore e il motivo è che solo gli specialisti sono seriamente in grado di capirli e giudicarli. E non parlo solo di cose oscure ed esoteriche. Anche i lavori da premio Nobel non ricevono abbastanza attenzione medietica da potersi affi8dare al crowd-sourcing per la peer review.
E d'altra parte, ce ne è veramente bisogno? Gli scienziati di tutto il mondo fanno da revisori degli articoli in modo gratuito e volontario. Il costo per una rivista di avere 3 tre revisori specializzati nel settore per ciascun articolo è esattamente zero. Perché cambiare un sistema che funziona con uno che (in tutta evidenza) funziona solo una volta su un milione?
giovedì 22 settembre 2011
Scholarpedia, Wikipedia e la Blogfest 2011
Il motore di Scholarpedia è lo stesso della Wiki, e ogni articolo può essere scritto a più mani, solo che a differenza della Wiki gli utenti sono ricercatori che hanno anche avuto la bella idea di introdurre un sistema di referaggio delle voci prima della loro pubblicazione. Questo ha avuto come risultato accessorio, a mio giudizio anche gradito, quello di avere assegnato un codice doi, quello che viene assegnato a tutti gli articoli scientifici specialistici, ovvero gli articoli che gli autori pubblicano su Scholarpedia sono paragonabili (o quasi) a quelli di una ricerca originale, anche se sono sostanzialmente articoli di rassegna (delle review) e per di più sono completamente gratuiti e scaricabili sia separatamente sia in blocco (vengono infatti raccolti come per un qualsiasi journal). Ovviamente vengono via via aggiornati (e gli aggiornamenti vengono approvati con lo stesso procedimento).
Senza entrare a gamba tesa nella polemica che sta montando nel mondo anglosassone, riportata molto bene da Peppe, mi piacerebbe, in realtà e da buon italiano, proporre uno dei più classici contropiede e proporre quello che potrebbe essere un reale open access, definito in questo modo: una Scholarpedia per ricerca originale!
L'idea sarebbe quella di realizzare quindi una wiki, con obbligo di iscrizione per proporre gli articoli; dietro un comitato editoriale di disciplina che approva, anche usando referee esterni, la pubblicazione dell'articolo stesso (ovviamente i componenti del comitato editoriale, se vogliono pubblicare, devono sottoporsi allo stesso procedimento). Per rendere, poi, il processo di referaggio trasparente si può realizzare una pubblicazione pubblica dell'articolo con due codici differenti, uno che lo identifica come preprint e un'altro come articolo vero e proprio. L'idea è un po' vaga, me ne rendo conto, va raffinata (ad esempio il sistema di pagamento dei server: lo si potrebbe sostenere con una sorta di raccolta fondi pubblica, come per Wikipedia, o con il sistema di pay with a tweet per il download dei pdf), magari è un po' ingenua (però se ci sono riusciti quelli di Scholarpedia!), ma potrebbe anche essere il caso di discuterne, iniziare a farla circolare in giro, a maggior ragione ora che Peppe sarà in alla Blogfest 2011 a parlare di open access per conto di Wikimedia Italia.
P.S.: a proposito di Blogfest, Amedeo è nominato per la categoria dei blog tecnico-divulgativi. Per votarlo c'è, come al solito, l'apposita scheda. Dategli un'occhiata e, se decidete di votare, votatelo!
P.P.S.: l'immagine è stata realizzata con LogoMaker.
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