Stomachion

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martedì 6 luglio 2021

Nello spazio con Superman

Continua la ristampa del Superman di John Byrne, tra avventura e scienza!
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La sesta uscita di DC Best Seller: Superman propone la conclusione della storia iniziata nel numero scorso sul misterioso ritrovamento archeologico, e ben altre due storie realizzate da John Byrne e tratte da Action Comics intervallate da un nuovo capitolo tratto da Adventures of Superman. Prima di affrontare le storie byrniane inizierei proprio da quest'ultima, Vecchi legami di Marv Wolfman e Jerry Ordway.
Lo sceneggiatore di Crisis prosegue con la sottotrama del Cerchio, un misterioso gruppo di esseri mutanti che dopo aver cercato di reclutare Superman nel loro gruppo con le "buone" (un controllo telepatico cui l'azzurrone è riuscito a resistere), ora ha deciso di ucciderlo. L'attacco ideato dal gruppo si va a intrecciare con l'affare personale che Clark Kent sta intrecciando con Cat Grant, giunto a uno stato per cui Clark decide di intervenire nei panni di Superman per aiutare l'affascinante collega. La storia, dunque, approfondisce un altro aspetto del personaggio che non era sfruttato nell'era pre-Crisis come il limite tra Clark Kent e Superman, quella linea sottile dove finisce il primo e inizia il secondo. D'altra parte è lo stesso personaggio a chiederselo nell'ultima vignetta:
Sono Clark Kent o sono Superman? In passato ho evitato di pensarlo, ma ora devo farlo.

venerdì 18 dicembre 2015

Biosfere artificiali

(...) Dyson è troppo modesto
Richard Carrigan(5)
Le sfere di Dyson
La ricerca di vita extraterrestre ha, come già scritto, alcuni illustri padri fondatori: Enrico Fermi e il suo paradosso; Giuseppe Cocconi e Philip Morrison e la loro proposta del 1959 di utilizzare la radioastronomia per la ricerca di segnali extraterrestri di origine intelligente(1); Frank Drake con la sua famosa equazione, e quindi con il progetto Ozma(2), così chiamato per la regina della terra immaginaria di Oz, un luogo molto lontano, difficile da raggiungere e popolato da esseri esotici, una sorta di proto-SETI, progetto che Drake contribuì a fondare e lanciare.
L'anno successivo a fornire una possibile traccia per il tipo di segnali cosmici di più probabile origine intelligente fu Freeman Dyson(4, 5):
Se esistono esseri extraterrestri intelligenti e hanno raggiunto un elevato livello di sviluppo tecnologico, è probabile che un sottoprodotto del loro metabolismo energetico sia la conversione su larga scala di luce stellare in radiazione infrarossa. Si propone che la ricerca di fonti di radiazione infrarossa dovrebbe accompagnare la ricerca recentemente avviata per le comunicazioni radio interstellari.(4)
Dyson, prendendo il nostro sistema solare come modello, osservò come la massa di Giove, se distribuita con simmetria sferica su un'orbita doppia rispetto a quella della Terra, avrebbe avuto uno spessore di 2 tonnellate per metro quadro:
Un guscio di questo spessore potrebbe essere reso comodamente abitabile e potrebbe contenere tutti i macchinari richiesti per sfuttare la radiazione solare che cade su di esso dall'interno.(4, 5)
Fu questa osservazione, in parte fuorvioante, che spinse gli scrittori di fantascienza a coniare l'espressione "sfere di Dyson", descritte come delle vere e proprie sfere costruite intorno a una stella, sebbene l'idea di una tecnologia simile venne suggerita a Dyson dalla lettura nel 1945 di Star maker (1937) di Olaf Stapledon(5) per poi passare all'universo di Star Trek con il romanzo del 1972 The Starless World di Gordon Eklund.

venerdì 7 settembre 2012

Con la mano li puoi salutare

Una delle domande che da un paio di secoli a questa parte ci poniamo più di frequente e se c'è altra vita intelligente nell'universo. Questa domanda ha generato alcuni interessanti romanzi fantascientifici: ad esempio Crociera nell'infinito di Alfred Elton van Vogt, romanzo ispirato al viaggio di Charles Darwin sulla Bagle (il titolo originale dell'opera è, infatti, The Voyage of the Space Beagle), è una ricerca nello spazio profondo condotta dall'astronave Argus alla ricerca di vita aliena. La nave spaziale incontrerà nel suo cammino vestigia di civiltà estinte, ma interagirà anche con dei veri e propri alieni.
Questa ricerca di altre intelligenze cosmiche oltre i limiti del nostro Sistema Solare ha anche affascinato, per molti motivi, anche gli stessi scienziati. Famosa ad esempio la cena (o forse era un pranzo) dove Enrico Fermi espose il suo altrettanto famoso paradosso da cui Frank Drake trasse ispirazione per la sua famosa equazione. E Drake divenne uno dei fondatori del progetto SETI(5), Search for extraterrestrial intelligence, un progetto che ha coinvolto non pochi ricercatori in giro per il mondo.
Questo genere di ricerca, che potrebbe sembrare assurda quanto mettersi a fare il ghostbuster, si basa, innanzitutto, sull'assunto che
(...) an alien civilization wishing to make contact with other races would broadcast a signal that is easily detectable and easily distinguishable from natural sources of radio emission. One way to achieve these goals is to send a narrowband signal. By concentrating the signal power in a very narrow frequency band, the signal will stand out among the natural broadband sources of noise.(1)
All'inizio, dunque, SETI si concentrava sull'ascolto di segnali radio provenienti dallo spazio. Il tipo di segnale che va rilevato, però, presenta alcuni problemi: innanzitutto la stabilità in frequenza, causata dalle accelerazioni del trasmettitore e del ricevitore(1), che per esempio sono influenzate dalle velocità di rotazione (intorno all'asse, intorno alla stella). Risolvere questo problema non è di principio impossibile: sicuramente conosciamo molto bene il nostro pianeta per fare questo genere di correzioni, ma per un pianeta alieno? La storia è sicuramente molto diversa, soprattutto se è un pianeta completamente sconosciuto (non dimentichiamo che quando si posero le basi del SETI di Kepler non c'era ancora nemmeno l'ombra).
An alien civilization narrowly beaming signals at the earth could correct the outgoing signal for the transmitter's motions, but a civilization transmitting an omnidirectional beacon could not make such an adjustment.(1)
Un modo per porre rimedio è utilizzando l'effetto Doppler(1), ma questo vuol dire realizzare un bel po' di calcoli, cui bisogna aggiungere un altro bel po' di domande sulle caratteristiche del segnale stesso:
at what frequency will it be transmitted? What is its bandwidth? Will it be pulsed? If so at what period? Fully investigating a wide range of these parameters requires proportionally larger computing power.(1)
E non dimentichiamo poi che bisogna capire se il segnale rilevato e di presunta origine extraterrestre non sia, in realtà, di origine cosmica (prodotto cioè da una stella o da una galassia o da qualche altro oggetto non artificiale che viaggia nello spazio).
Tutti questi calcoli sono estremamente complessi e lunghi e necessitano di una potenza ben maggiore rispetto a quella disponibile nei supercomputer. E' per questo che nel 1995 David Gedye, un project manager della Starwave Corp., propose di utilizzare il calcolo distribuito per realizzare un supercomputer virtuale: nasce SET@home(2).
Il primo passo nella costruzione del progetto è trovare un buon telescopio radio. Il candidato ideale era il telescopio di Arecibo, a Porto Rico, gestito dalla Cornell University e dalla National Science Foundation(2). Questa scelta, però, presentava un piccolo problema: il tempo di utilizzo. SETI non poteva utilizzare in esclusiva il radiotelescopio, poiché quest'ultimo veniva già sfruttato per diverse ricerche astronomiche e meteorologiche. Il problema venne risolto nel 1997 dal progetto SERENDIP di Berkeley, che sviluppò una tecnica per utilizzare una seconda antenna(2).