Una delle domande che da un paio di secoli a questa parte ci poniamo più di frequente e se c'è altra vita intelligente nell'universo. Questa domanda ha generato alcuni interessanti romanzi fantascientifici: ad esempio
Crociera nell'infinito di
Alfred Elton van Vogt, romanzo ispirato al viaggio di
Charles Darwin sulla
Bagle (il titolo originale dell'opera è, infatti,
The Voyage of the Space Beagle), è una ricerca nello spazio profondo condotta dall'astronave
Argus alla ricerca di vita aliena. La nave spaziale incontrerà nel suo cammino vestigia di civiltà estinte, ma interagirà anche con dei veri e propri alieni.
Questa ricerca di altre intelligenze cosmiche oltre i limiti del nostro Sistema Solare ha anche affascinato, per molti motivi, anche gli stessi scienziati. Famosa ad esempio la cena (o forse era un pranzo) dove
Enrico Fermi espose il suo altrettanto famoso paradosso da cui
Frank Drake trasse ispirazione per la sua famosa equazione. E Drake divenne uno dei
fondatori del progetto SETI
(5),
Search for extraterrestrial intelligence, un progetto che ha coinvolto non pochi ricercatori in giro per il mondo.
Questo genere di ricerca, che potrebbe sembrare assurda quanto mettersi a fare il
ghostbuster, si basa, innanzitutto, sull'assunto che
(...) an alien civilization wishing to make contact with other races would broadcast a signal that is easily detectable and easily distinguishable from natural sources of radio emission. One way to achieve these goals is to send a narrowband signal. By concentrating the signal power in a very narrow frequency band, the signal will stand out among the natural broadband sources of noise.(1)
All'inizio, dunque, SETI si concentrava sull'ascolto di segnali radio provenienti dallo spazio. Il tipo di segnale che va rilevato, però, presenta alcuni problemi: innanzitutto la stabilità in frequenza, causata dalle accelerazioni del trasmettitore e del ricevitore
(1), che per esempio sono influenzate dalle velocità di rotazione (intorno all'asse, intorno alla stella). Risolvere questo problema non è di principio impossibile: sicuramente conosciamo molto bene il nostro pianeta per fare questo genere di correzioni, ma per un pianeta alieno? La storia è sicuramente molto diversa, soprattutto se è un pianeta completamente sconosciuto (non dimentichiamo che quando si posero le basi del SETI di Kepler non c'era ancora nemmeno l'ombra).
An alien civilization narrowly beaming signals at the earth could correct the outgoing signal for the transmitter's motions, but a civilization transmitting an omnidirectional beacon could not make such an adjustment.(1)
Un modo per porre rimedio è utilizzando l'effetto Doppler
(1), ma questo vuol dire realizzare un bel po' di calcoli, cui bisogna aggiungere un altro bel po' di domande sulle caratteristiche del segnale stesso:
at what frequency will it be transmitted? What is its bandwidth? Will it be pulsed? If so at what period? Fully investigating a wide range of these parameters requires proportionally larger computing power.(1)
E non dimentichiamo poi che bisogna capire se il segnale rilevato e di presunta origine extraterrestre non sia, in realtà, di origine cosmica (prodotto cioè da una stella o da una galassia o da qualche altro oggetto non artificiale che viaggia nello spazio).
Tutti questi calcoli sono estremamente complessi e lunghi e necessitano di una potenza ben maggiore rispetto a quella disponibile nei supercomputer. E' per questo che nel 1995
David Gedye, un
project manager della
Starwave Corp., propose di utilizzare il
calcolo distribuito per realizzare un
supercomputer virtuale: nasce SET@home
(2).
Il primo passo nella costruzione del progetto è trovare un buon telescopio radio. Il candidato ideale era il telescopio di Arecibo, a Porto Rico, gestito dalla Cornell
University e dalla National Science Foundation
(2). Questa scelta, però, presentava un piccolo problema: il tempo di utilizzo. SETI non poteva utilizzare in esclusiva il radiotelescopio, poiché quest'ultimo veniva già sfruttato per diverse ricerche astronomiche e meteorologiche. Il problema venne risolto nel 1997 dal progetto SERENDIP di Berkeley, che sviluppò una tecnica per utilizzare una seconda antenna
(2).