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sabato 10 agosto 2019

Death Note: barattare la libertà con la sicurezza

Nelle striscie che seguono, la prima vignetta, così come la prima battuta, è a destra
Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.
- Benjamin Franklin via it.wikiquote
Non è un caso se ho deciso ora di scrivere un articolo dedicato a Death Note, il manga best seller in Italia e nel mondo ideato e scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata. Partiamo dalla storia:
Un dio della morte, per combattere la noia del suo mondo, decide di scendere sulla Terra e perdere uno dei suoi quaderni della morte e vedere un po' cosa succede. La particolarità di questo quaderno è che è possibile utilizzarlo, seguendo alcune regole, per uccidere le persone: basta scrivere il loro nome sulle pagine del quaderno e avere in testa il loro volto, altrimenti il quaderno non funziona. Il quaderno finisce in mano a un liceale dell'ultimo anno, il miglior studente del Giappone: Light Yagami. Il giovane Light, allora, una volta appurata l'efficacia del quaderno, decide di utilizzarlo per uccidere i criminali e imporre al mondo la sua idea di giustizia sotto lo speudonimo di Kira, equivalente di killer in giapponese e nome assegnatogli dai suoi primi fan sulla rete. Inizia quindi una sfida tra Kira ed Elle (o semplicemente L), il miglior detective del mondo che ONU e Interpole mettono a indagare sulle misteriose morti per arresto cardiaco attribuite a Kira: la sfida non è solo di logica tra i due contendenti, ma anche un confronto tra due idee e due modi differenti di intendere e applicare la giustizia.
Giustizia o giustizialismo?
Spinto da quello che vede ogni giorno a scuola e lungo la strada mentre torna a casa (soprusi e violenze da parte di bulli e criminali contro chi non può difendersi), Light, una volta messe le mani sul Death Note, decide di utilizzarlo per ripulire il mondo dai criminali. Così, dopo alcune prove con il quaderno, inizia a giustiziare gli assassini condannati all'ergastolo o ad altre pene detentive più o meno lunghe, colpendo man mano gli assassini certi ma non ancora condannati e tutta una serie di piccoli criminali.
Da questo punto in poi, Ōba, con grande intelligenza, utilizza la posizione di Kira e successivamente quella di Elle nella prima parte e Near nella seconda per spingere il lettore a pensare sui concetti di giustizia e ingiustizia e su come costruire un mondo più giusto. Se consideriamo la caratterizzazione sempre più folle e megalomane di Kira/Light e la sua fine, sconfitto da Near e ucciso da Ryuk, lo shinigami o dio della morte possessore del quaderno della morte usato dal serial killer, sembra abbastanza ovvio dove puntano le simpatie dello scrittore, ma il capitolo conclusivo del manga può essere letto come un suo tentativo di spiegare il successo di Kira nel mondo senza limitarsi alla semplice paura.
Giustizia come libertà di scelta
Il punto centrale che spinge gli oppositori di Kira a sfidarlo anche quando ormai quasi tutto il mondo si è piegato alla legge di questo megalomane assassino non è tanto nella giustizia come rispetto della legge, ma come rispetto della vita umana e delle scelte individuali. E' evidente come l'opposizione a Kira sia guidata dalla semplice constatazione che la pace di Kira sia imposta con il sangue e il terrore. Non sono solo i crimini quotidiani a scomparire, ma anche il dissenso e la paura di esprimerlo, mentre, come mostra molto bene la seconda parte del manga, gli ultimi 5 tankobon in cui Near prende il posto di Elle, ucciso da Kira, la grande criminalità organizzata è riuscita a nascondersi e prosperare ancora di più proprio grazie a Kira.
Inoltre la seconda parte del manga mostra anche una deriva giustizialista che trasforma le idee iniziali di Light che ricorda molto da vicino le idee di destra che si stanno facendo largo in questi ultimi anni e mesi in Europa e in Italia. La paura che le libertà individuali verranno limitate è la stessa contro la quale combattono Elle prima e Near poi e i loro collaboratori. La fanfaluca che si racconta Light per giustificare le sue azioni, ovvero che gli individui idealisti e integerrimi come il padre sono coloro che pagano di più e quindi le sue azioni servono per evitare che loro muoiano invano, in un certo senso proprio come ha fatto il padre, ricorda le giustificazioni che ci sono in giro tra i partiti di destra per giustificare le limitazioni alle libertà personali, la proposizione di ronde di quartiere, le concessioni ai cittadini sulla difesa personale, senza però diminuire il potere delle istituzioni di controllo dell'ordine pubblico.
In questo senso, molto più del simbolismo mistico e religioso (parte del quale non è stato nemmeno confermato da Ōba: alcune delle sue scelte sono più funzionali alla storia che non al misticismo cristiano), colpisce la capacità previsionistica di Death Note e il suo background libertario, mediato dalla necessità di avere una qualche istituzione in grado di controllare ciò che mette in crisi le libertà degli individui. Ovviamente è anche presente una certa fiducia nelle leggi democratiche, il che spiega buona parte delle scelte negli ultimi due capitoli dell'ultimo tankobon.
Fa poi spavento la descrizione dei seguaci di Kira così come mostrata in Death Note e la loro somiglianza, restando all'attualità italiana, ai seguaci di Lega e Movimento 5 Stelle.

Dittatore
Altro punto centrale del manga è anche la sempre crescente megalomania di Light, che scompare nel periodo in cui rinuncia al possesso del taccuino e con esso alla sua memoria. E' anche la parte del manga in cui come lettore speri che Light rinsavisca e, riottenuto il quaderno, comprenda il proprio errore nell'uso del quaderno stesso: in questo senso sono molto abili gli autori ad avvicinare il lettore a entrambi i contendenti, Light ed Elle, e a costruire un rapporto stretto e di sempre maggior fiducia tra i due. Alla fine è soprattutto questo che permette di rompere il legame con Light quando quest'ultimo conduce alla morte di Elle: è inevitabile non vedere in Light Yagami un traditore della fiducia concessagli e dunque qualunque empatia nei suoi confronti scompare in quell'istante.
Dunque è anche nell'ottima caratterizzazione e nella capacità di Ōba di avvicinare il lettore a entrambe le posizioni tratteggiate nel manga a risiedere la forza narrativa di Death Note.
Non sono da trascurare neanche i disegni di Obata, precisi e dettagliati e con un tratto estremamente elegante che trova la sua massima espressione nelle poche illustrazioni a tutta pagina, nelle copertine e nelle pagine introduttive di ciascun capitolo. In questi casi Obata mostra una dimestichezza rara con vari stili differenti, da quello più illustrativo al chiaro-scuro, senza dimenticare l'ispirazione alla Mucha di molte delle sue composizioni più evocative. All'interno del manga, invece, sempre ottima la gestione delle espressioni con un ricordo molto raro alle cartoonizzazioni tipiche dei mangaka.
In definitiva un'opera molto bella, uscita in Italia per Panini Comics in 12 tankobon più un tredicesimo che contiene la Guida alla lettura, mentre è recentemente uscito in Giappone un nuovo one-shot che speriamo di leggere presto, magari insieme al pilot, anche in Italia. Ricordo, ad ogni modo, che su Netflix è presente anche la serie animata tratta dal manga: avendola vista da poco e subito dopo riletto Death Note, posso assicurarvi che l'opera è incredibilmente fedele, concedendosi poche concessioni (forse un maggiore uso del simbolismo cristiano rispetto al manga) mentre le battute sono per lo più identiche fino alle virgole.

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