Stomachion

martedì 7 aprile 2026

Terra bruciata

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Il termine climate fiction è stato coniato per la prima volta dal giornalista e attivista ambientalista Dan Bloom tra il 2007 e il 2008. A partire da quel punto, molti romanzi sono stati classificati come cli-fi in maniera retroattiva, includendo anche romanzi di un autore classico come Jules Verne. Tra gli autori del XX secolo uno degli esempi più fulgidi di climate fiction quando ancora di climate fiction non si parlava c'è sicuramente James Graham Ballard. Un romanzo come Il mondo sommerso (o, in parte, anche Foresta di cristallo) anticipa il tema dei cambiamenti climatici: il romanzo, infatti, è datato 1962, quando in effetti l'idea che il clima della Terra avrebbe avuto un aumento di temperature era ancora in discussione solo in ristretti ambienti di ricerca.
Ballard, in altri romanzi, si occupò anche di altri cambiamenti climatici sulla Terra, ma sostanzialmente queste modifiche al clima sono spiegabili senza l'intervento umano, come appunto ne Il mondo sommerso dove è un'imprevisto aumento dell'attività solare a tropicalizzare gradualmente tutta la superficie del pianeta. Invece in Terra bruciata il cambiamento climatico è dovuto proprio alle attività umane. In particolare Ballard immagina che la plastica che abbiamo gettato nei mari e negli oceani ha avuto una reazione imprevista generando una sottilissima micro-pellicola che ne impedisce l'evaporazione. E non c'è alcun intervento umano che riesca a impedire a questa pellicola di riformarsi quando viene rotta.
Data questa premessa, Ballard immagina una società in rapida decadenza, con carovane che si dirigono verso le coste nella speranza di reperire più facilmente l'acqua, e poche comunità che cercano di resistere nell'entroterra nella speranza che finalmente ricominci a piovere, segno della ripresa del ciclo dell'acqua. E proprio come ne Il mondo sommerso, Ballard scende nella psiche del protagonista, il dottor Charles Ransom, e lo racconta come sempre più privo di emozioni, con una morale sempre più discutibile e a volte con la sensazione di non avere a cuore nemmeno se stesso. In un certo senso è una discesa personale verso l'autodistruzione, metafora di ciò che è successo alla società umana, che nel frattempo, intorno a lui, si è suddivisa in gruppi sociali in qualche modo sempre più primitivi, e che in parte mi ricordano quanto succede in Morte dell'erba di John Christopher, romanzo che peraltro è stato pubblicato 9 anni prima di quello di Ballard.
Suddiviso in tre parti, con tre ambietazioni anche temporali ben distinte, è una lettura preziosa perché non è solo un esercizio immaginativo particolarmente preciso nella sua parte descrittiva, ma soprattutto perché ci pone di fronte a un dilemma la cui risposta potrebbe non piacerci: come ci comporteremmo di fronte a un disastro climatico di proporzioni globali?

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