Partiamo dalla definizione: i quasar sono dei nuclei galattici particolarmente luminosi e attivi. Il termine, che è la crasi di quasi-stellar object, identifica una particolare sottoclasse degli AGN, Active Galactic Nuclei. Erano stati rilevati per la prima volta negli anni Cinquanta del XX secolo e così nominati nel maggio del 1964 dall'astrofisico Hong-Yee Chiu in un articolo divulgativo pubblicato su Physics Today. Di fatto, a oggi, si ritiene che dietro i quasar si nascondano dei buchi neri supermassicci e che dunque la loro attività sia ciò che riusciamo a vedere della distruzione della materia che avviene intorno all'orizzonte degli eventi.
La formazione dei primi quasar dovrebbe risalire agli ultimi istanti dell'era della reionizzazione. Nel corso di questa fase dell'evoluzione dell'universo, in pratica gli atomi di idrogeno neutro lasciano spazio agli ioni, permettendo così alla luce di propagarsi. E' a quei primi istanti, avvenuti all'incirca 13 miliardi di anni fa, che risale la radiazione cosmica di fondo. Dunque studiare quasar quanto più lontani possibile, ci permette di ottenere quante più informazioni su quella fase primordiale dell'universo.
In un articolo uscito di recente su Astronomy & Astophysics, utilizzando i dati raccolti dalla sonda dell'ESA Euclid, un folto gruppo di ricercatori è riuscito a identificare ben 31 quasar primordiali, per così dire, ovvero risalenti all'incirca a 800 milioni di anni dopo l'istante di espansione iniziale dello spaziotempo.
Una delle autrici dell'articolo è Silvia Belladitta, che ha lavorato presso l'Osservatorio di Astrofisica di Brera per alcuni anni (prima con il dottorato) e che ora si trova presso il Max Planck Institute di Heidelberg, in Germania. E' stata intervistata nel video che trovate qui sotto da MediaINAF insieme con Roberto Decarli dell'INAF.
Leggi il comunicato stampa su MediaINAF

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