
(...) quello spessore narrativo che ne caratterizzarono le origini e, parere personale, si persero in parte nel corso degli anni.Se da un lato l'interpretazione di Nucci e Casty riprende quel personaggio inquietante, dall'altro ne porta quella visione alle estreme conseguenze con un personaggio fortemente hitchcockiano, ben più della versione originale.
L'essenza di un criminale
Questa aveva esordito ne Il mistero di Macchia Nera di Merrill de Maris e Floyd Gottfredson, storia pubblicata sui quotidiani dal 20 maggio del 1939 al 9 settembre di quello stesso anno.Come scrive Andrea Bramini in Alla scoperta del Mickey Mouse a strisce: 1937-1944,
A rendere tutto ancora più appassionante sono le trappole mortali costruite da un Macchia Nera più sanguinario che mai, che cerca di eliminare fisicamente il Topo e che fallisce solo per un mix di fortuna e abilità da parte del protagonista.Di fatto sono ispirate alle macchine di Goldberg, dei macchinari complicati progettati per realizzare operazioni semplici e visualizzate nelle vignette del fumettista Rube Goldberg, peraltro anche ingegnere e inventore. E non è un caso che diversi appassionati dell'opera di Goldberg hanno cercato di riprodurre le sue macchine o di inventarne di nuove, ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. Torniamo a quella di Nucci e Casty.
La storia conclusiva della loro saga riprende quel Macchia Nera lì, in particolare quel suo desiderio di eliminare fisicamente Topolino. Un desiderio che è il mantello nero di Macchia a cercare di portare a compimento. Questo mantello, o lenzuolo che dir si voglia, era stato consegnato a Macchia Nera dal dottor Piuma sulle pagine di Topolino #3478 e aveva mostrato in varie occasioni alcuni elementi particolarmente inquietanti che in quest'ultima avventura arrivano all'estremo compimento. Ci si potrebbe, a questo punto, spingere a un ardito accostamento tra il mantello del dottor Piuma e il simbionte alieno che ha dato origine a Venom. Nel suo piccolo, infatti, il mantello sembra comportarsi allo stesso modo dello storico costume vivente dell'Uomo Ragno, sussurrando parole nella mente di Macchia Nera, oppure mostrando un sorriso inquietante sul volto. Ovviamente questi sono due degli aspetti di questo mistico oggetto: gli altri ve li lascio scoprire dalla lettura della storia (e di quelle che l'anno preceduta).
Alla fine la degna e appassionante conclusione di questo ciclo ci consegna una serie di storie ricche di atmosfera e tensione, fortemente hitchcockiane nello spirito e questo nonostante la presenza di un deus ex-machina come il dottor Piuma, qui presentato in una delle sue rappresentazioni più inquietanti, e che personalmente non vedo l'ora sparisca definitivamente.
Una confusione di estrema qualità
Dalla storia di apertura passiamo a quella di chiusura, la seconda puntata de L'isola delle folgori di Francesco Artibani e Alessandro Pastrovicchio, che ci consegna dunque uno dei numeri migliori, nonché più topolineschi degli ultimi anni.Avevo già scritto nell'articolo dedicato al numero scorso dell'effetto straniante della storia, che in questo caso, pur se mitigato dal fatto che l'azione si svolge esclusivamente sull'isola volante di Enigm, non viene completamente svanito dalla pur ottima trama proposta.
Il problema principale non sta tanto nella qualità intrinseca della storia (stile di scrittura, precisione dell'intreccio, gestione del ritmo narrativo, caratterizzazione dei personaggi), ma nell'insalata che ci si trova di fronte a leggere. E non ho usato il termine "insalata" a caso, visto che non si riesce a inquadrare esattamente la storia, che è ora evidente non essere il sequel de L'uomo nuvola. E per fortuna mi viene da scrivere!
Probabilmente a darmi fastidio è il continuo tentativo di cercare colpi a effetto che stupiscano il lettore, ma che personalmente mi hanno reso le scelte di Artibani ancora più fastidiose, come per esempio la scoperta di una nuova dimensione dello spazio fatta da uno scienziato che nulla sa di fisica e tecnologia in generale. Un po' come se io scrivessi una storia in cui uno scrittore come Artibani domani entra in un laboratorio di chimica e mescolando a caso elementi dagli alambicchi sul laboratorio riesce a creare il mantello dell'invisibilità!
La cosa assurda, però, è che in effetti Artibani con questa storia, alla fine, è riuscito a fare proprio questo e in parte questo risultato è dovuto proprio ad Alessandro Pastrovicchio, con l'ennesima grande prova sulle pagine di Topolino. Oltre allo stile al tempo stesso classico e moderno, anche il modo di far "recitare" i personaggi sulla pagina risulta coerente con la loro caratterizzazione e in qualche modo salvano una storia che, fino a ora, avrebbe fatto meglio a dimenticarsi qualsiasi riferimento al passato.
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