Stomachion

domenica 21 novembre 2021

Topolino #3443: Una storia a sorpresa

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Avete notato che il numero di Topolino è palindromo?
E la sorpresa non è la cover story, ovvero l'ultima puntata di Grosso guaio a Paperopoli di Alex Bertani, Marco Gervasio e Giuseppe Facciotto, ma la storia di chiusura, La via dell'ambra di Matteo Venerus e Alessandro Perina.
Venerus realizza una avventura archeologica con Indiana Pipps protagonista e Topolino sua spalla che ruota intorno a un misterioso rito magico che dall'antica Roma porta ai giorni nostri e ha come obiettivo quello di riportare in auge la potenza miltare dell'impero romano. Venerus introduce la storia con due prologhi e poi porta il lettore nelle atmosfere avventurose della storia quasi subito: durante una conferenza di Indiana in una non meglio specificata località sul Mar Baltico dove presenta il ritrovamento di una camera da letto con i mobili realizzati completamente d'ambra, irrompono tra gli astanti alcuni energumeni dotati di bastoni elettrici al seguito di un forzuto individuo vestito alla moda di un cenurione romano. Inizia così un inseguimento che porta Indiana e Topolino lungo la via dell'ambra e, con loro, il lettore nei segreti storici di questa antica via commerciale.
L'ambra è una resina fossile molto preziosa nell'antichità e all'origine dell'idea di elettricità che avevano gli antichi, che ovviamente era limitata all'osservazione, raccontata in termini moderni, della capacità dell'ambra, una volta sfregata, di attirare piccoli pezzeti di carta. Venerus amplifica questo potere per costruire una storia appassionante, in puro stile Dan Brown, realizzando la storia più sorprendente, per qualità, di tutto il numero.
E c'è anche una citazione pop che arricchisce la lettura del lettore adulto alla mitica serie televisiva di Starsky & Hutch!
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Oltre la Terra del Fuoco
Giunta al terzo episodio, Fuoco inizia con il superamento di quello che è oggi noto come lo stretto di Magellano nella Terra del Fuoco, nome dato all'arcipelago proprio da Ferdinando Magellano. Il nome è dovuto al fumo generato dai fuochi accesi dai nativi, gli Yámana. Questi fuochi erano accesi forse per scaldarsi o forse per disboscare i terreni vicino alla costa. Magellano, invece, credette che erano un sistema di mimetizzazione per realizzare un'imboscata contro il suo equipaggio.
Nella storia di Pietro Zemelo viene parzialmente riproposta questa tesi, facendola però esprimere a Barboso che suppone, però, fosse una tecnica usata per intimorire i marinai. Questa ipotesi viene enfatizzata in maniera molto intensa dai disegni di Paolo Mottura, che rappresenta delle ombre che, tra le fiamme, incombono sulle quattro navi superstiti.
L'attraversamento vero e proprio dello stretto con lo sbocco sul Pacifico avviene, però poche pagine oltre in una scena volutamente accellerata per tempistiche in modo da anfatizzare fino all'ennesima potenza la forza e la determinazione di Magellano, mostrato da Mottura come sempre presente in ogni azione dei suoi marinai, partecipando anche attivamente alla traversata. Questa avveniva l'1 novembre, motivo per cui lo Stretto venne originariamente chiamato dal navigatore portoghese Canale di Ognissanti. Ad ogni modo è in occasione dell'attraversamento dello Stretto che la flotta di Magellano perse la sua seconda nave, la San Antonio.
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La scoperta dello Stretto fu fonte di gioia così grande per Magellano che, come scrisse Antonio Pigafetta nel suo Diario, spinse il capitano alle lacrime:
In questi giorni mandassemo uno battello ben fornito per descoprire el capo de l'altro mare. Venne in termine di tre giorni e dissero como avevano veduto el capo e el mare amplo.
El capitano generale lagrimò per allegrezza, e nominò quel capo Deseado, perchè l'avevamo già gran tempo desiderato.
Dopo questa scoperta, Magellano provò a trovare le due navi disperse, la San Antonio e la Concepción, ma solo quest'ultima venne ritrovata.
Anche nella versione disneyana l'attraversamento dello stretto viene compiuto da tre navi, ma in questo caso Zemelo non fa disperdere l'equipaggio: semplicemente de Bassottos e i suoi, sfuggiti agli arresti, si impossessano di una delle quattro navi. Li ritroviamo nel finale quando incrociano nuovamente la rotta con Magellano, provando un nuovo ammutinamento.
Prima di lasciarvi al resto del sommario, vorrei citare un altro passo dal Diario di Pigafetta, in cui descrive il fenomeno dei fuochi di Sant'Elmo, tipici dei forti temporali:
In queste fortune molte volte ne apparse il Corpo Santo, cioè Santo Elmo, in lume fra le altre in una oscurissima notte, di tal splendore, come è una facella ardente, in cima de la maggiore gabbia, e stiè circa due ore e piú con noi, consolandone che piangevamo. Quando questa benedetta luce si volse partire da noi, tanto grandissimo splendore dette ne li occhi nostri, che stettemo piú de mezzo quarto de ora tutti ciechi, chiamando misericordia, e veramente credendo esser morti. Il mare subito se aquietò.
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Ovviamente il riferimento è alle due storie d'apertura, Grosso guaio a Paperopoli, giunto alla terza e ultima puntata, e La Numero Uno del numero due, giunta al secondo episodio.
Se l'ultimo episodio della storia di Gervasio & co. non aggiunge nulla a quanto scritto sui primi due, la storia di Roberto Gagnor e Marco Ponti per i disegni di Donald Soffritti propone il racconto di come Amelia, ottenuti poteri immensi grazie alla Numero Uno di Rockerduck (in effetti quella del padre), riesce a prendere la Numero Uno di Paperone.
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E' interessante il citazionismo barksiano, in particolare quello de L'inespugnabile deposito, altro esplicito punto di riferimento per gli autori della storia. Nella seconda parte di questa puntata, poi, gli autori mostrano il solito, lungo ed economico viaggio di Paperone all'inseguimento di Amelia, che viene trovata dai due miliardari, uniti dalla comune nemica, ancora sulla cima del Vesuvio a preparare l'incantesimo per fondere la Numero Uno, il che da un'idea di quanto sia lungo e complesso l'incantesimo stesso.
Menzione speciale alla divertente storia breve di Enrico Faccini, L'esperimento, in cui Pico de Paperis e Paperoga (cui successivamente si unisce anche Paperino) provano uno strano esperimento:
La Terra ruota su se stessa a una certa velocità! Però, se noi camminassimo alla stessa velocità, ma in sensoi contrario alla rotazione del pianeta rimarremmo nello stesso punto rispetto alla Terra!
Per capire quel che intende Pico, bisogna passare dal sistema di riferimento che usiamo normalmente per determinare la posizione di un punto sulla Terra, quello dei meridiani e dei paralleli, con un sistema che, invece, risulti fisso rispetto alla rotazione della Terra, come per esempio un sistema di tre assi cartesani con origine nel centro del pianeta. In questo modo Un punto identificato dalla coppia (longitudine, latidudine) sarebbe identificato da un vettore (x,y,z) che si modifica nel tempo. L'idea di Pico è quella di muoversi a una velocità tale da rendere questo vettore fisso nel tempo. Il problema è che per farlo dovrebbe muoversi almeno a una velocità di 1670 km/h, che è all'incirca la velocità di rotazione della Terra su se stessa!
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