Stomachion

venerdì 6 febbraio 2026

Gulag: lettere dall'inferno

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A dispetto del titolo, che lascerebbe presagire chissà quali tormenti, Gulag. Lettere dell'inferno di Katsuo Kawai è un inno alla vita, più che alla disperazione della condizione in cui il proitagonista e i suoi compagni si trovano.
La storia è basata sul saggio storico di Jun Henmi che ha ricostruito e portato alla luce le vicende di Hatao Yamamoto, uno dei tanti prigionieri giapponesi nell'Unione Sovietica ai tempi della seconda guerra mondiale, e anche oltre. In effetti Yamamoto, nonostante le sue simpatie socialiste e comuniste, era considerato un prigioniero pericoloso, essendo stato un impiegato dei servizi segreti giapponesi. Solo questo giustifica la sua lunga detenzione, a volte in campi di prigionia (i famosi gulag sovietici) con condizioni di vita non esattamente idilliache.
Nel corso del volume, però, scopriamo come il protagonista non si perda mai d'animo, cercando sempre di collaborare con le autorità dei campi per rendere migliori le condizioni di vita per se e gli altri prigionieri. A spiccare, dopo questa sua grande forza d'animo, sono poi la sua cultura e la sua capacità di raccogliere intorno a se amici fidati, che vediamo nel finale del tankobon fare di tutto per portare a casa le lettere scritte ai parenti da Yamamoto in punto di morte. Le autorità sovietiche, in effetti, impedivano in tutti i modi ai priogionieri liberati di portare carte o altri oggetti con dei testi in patria, così i suoi compagni escogitarono un metodo interessante per portare alla moglie e ai figli le lettere del loro amico. Più che il metodo, colpisce però l'impegno che hanno profuso tutti loro nel portare a termine il compito auto-assegnato, a testimonianza della solida rete di rapporti umani che Hatao Yamamoto era riuscito a costruire intorno a se anche in un contesto così disumanizzante come i campi di prigionia sovietici.
Di tutta la storia, che ovviamente vi invito caldamente a leggere, mi sento di citare un altro pezzetto: il gruppo di lettura e di composizione di haiku, che gettava una ventata di freschezza, di calma e di poesia nelle vite dei prigionieri. E di riflesso anche nelle nostre.

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